Wanderlust: The Amazing Ida Pfeiffer, the First Female Tourist

Di: John Van Wyhe | Editore: Singapore University Press, 2019

Wanderlust is the true story of Ida Pfeiffer (1797–1858), one of the most remarkable female travellers who ever lived. It is the story of a stubborn tomboy, of lovers torn apart, and a miserable housewife who decides to follow her dreams despite the strong disapproval of society. At a time when it was considered utterly impossible, Pfeiffer set off, alone, to travel the world. She displayed incredible courage, endurance and perseverance. Along the way she survived storms at sea, parched deserts, plague, malaria, drowning, earthquakes, robbers, murderers, headhunters and cannibals. She became the first woman to circle the globe alone, and then the first to do so twice and she was the first budget traveller to boot. As a result of her incredible exploits and her bestselling travel books, Pfeiffer became one of the most famous women in the world. Hers is a tale that culminates in spies, intrigue, a botched revolution and a remarkable career cut tragically short by one voyage too many.

Recensione (Chiara Rabbiosi)
Ida Laura Reyer (in) Pfeiffer, nata a Vienna nel 1797 e morta nella stessa città nel 1858, è definita nel titolo del volume di John Van Wyhe come ‘prima turista donna’. È dunque a partire da questa prospettiva che commento la lettura del libro di Van Wyhe, storico della scienza britannico esperto di Charles Darwin e Alfred Russel Wallace alle prese con una figura a dir poco sorprendente anche agli occhi dei geografi e delle geografe italiane, come dimostrano gli approfondimenti sulla Pfeiffer che sono stati pubblicati nel corso degli anni. Se a suggerirmi la lettura di questo libro è stata una collega di storia, quando ho proposto ai colleghi e alle colleghe della redazione dalla RGI una recensione di questo volume appena pubblicato per un’audience pressoché anglosassone, ecco che Anna Guarducci mi rimanda a un suo articolo (Una geografa viaggiatrice dell’Ottocento. Ida Pfeiffer sulle orme di Humboldt, pubblicato in Rappresentazioni e pratiche dello spazio in una prospettiva storico-geografica, a cura di Graziella Galliani Genova, Brigati, 1997) e mi consiglia la lettura de L’Altra mappa. Esploratrici, viaggiatrici, geografe di Luisa Rossi (Reggio Emilia, Diabasis, 2005).
Ida Pfeiffer è diventata celebre grazie ai suoi diari di viaggio commutati rapidamente in pubblicazioni indirizzate a un vasto pubblico: il primo, un viaggio in Palestina, seguito da un detour verso casa attraverso il Mediterraneo nel 1842, seguito da un viaggio in Islanda nel 1845 e da due viaggi intorno al mondo (From Vienna to Brasil, Chili, Tahiti, Hindostan, Persia and Asia Minor dal 1846 al 1848 e From London to the Cape of Good Hope, Borneo, Java, Sumatra Celebs, Ceram, the Moluccas, California, Panama, Perù, Equador and the United States dal 1851 al 1855, come sottolineato nei titoli della traduzione in inglese dei suoi resoconti, quasi coeva alla pubblicazione originale in tedesco), fino al Madagascar (ultima destinazione, 1856-1858). Questi viaggi, dal forte carattere esplorativo, l’hanno portata in territori allora poco conosciuti in Europa (e non solo) e abitati quasi esclusivamente da popolazioni autoctone, ma anche in centri nevralgici – per il mondo di allora – in rapida urbanizzazione. In entrambi i casi, oltre agli aspetti eminentemente naturalistici e culturali, Pfeiffer dà conto dei conflitti sociali, economici e politici in corso. Ammessa alla Societé de Geographie di Parigi e alla Società di storia naturale e di geografia di Berlino nel 1856 (non da quella del Regno Unito in quanto … donna! dunque non ammissibile per statuto), vantava amicizie con Carl Ritter e Alexander Von Humboldt.
Se i resoconti della Pfeiffer sono riconosciuti come i più geografici della letteratura odeporica femminile ottocentesca (cf. Rossi, 2005) cosa può aggiungere uno studio che ne rilegge le gesta in prospettiva più specificatamente turistica? Ripercorrendo la vita di Ida Pfeiffer in maniera sostanzialmente cronologica, mi sembra che la figura che emerge dal lavoro di Van Wyhe aiuti a comprendere meglio il carattere controverso del fenomeno turistico sin dalla sua origine: nel suo rapporto con lo spazio; nel suo rapporto con la scienza, la conoscenza e la società; nel suo rapporto con le definizioni. E di certo nel suo controverso rapporto con il genere – che nel volume di Van Wyhe è tema trasversale. Questo tema è stato brillantemente trattato da Luisa Rossi (2005), a cui rimando.
Innanzi tutto, la figura di Ida Pfeiffer può aiutare la geografia del turismo a comprendere meglio l’ambiguo rapporto tra turismo e spazio: non solo così come questo rapporto si intesse con, e attraverso, rappresentazioni spaziali, generando (e generato da) stereotipi territoriali. È questa una dinamica già ampiamente trattata dalla geografia del turismo, che nel caso della Pfeiffer si esprime attraverso la narrazione dei luoghi nei suoi diari diventati pubblicazioni di successo. L’ambiguità del rapporto tra spazio e turismo emerge però anche attraverso le pratiche di mobilità incorporate con cui hanno preso forma gli itinerari di Ida. Al di là dell’opera turistico-letteraria, quello che ha consentito alla Pfeiffer di raggiungere riconoscimento, anche scientifico, è – in ultima analisi – la metodologia che ha adottato: mettere in moto il proprio corpo per conoscere il mondo attraverso la pratica del viaggio. Oltre ai dettagli più ‘oggettivi’ che contraddistinguono le descrizioni di città e regioni visitate, la Pfeiffer non tralascia di indicare, nei suoi diari, ciò che ha rilevato attraverso i sensi (per esempio odori e consistenze, non solo ‘viste’) e condivide con il lettore le emozioni di questo suo ‘fare esperienza’ dei luoghi. Non è forse questo strumento – il corpo – quello con cui apprendiamo i luoghi e li trasformiamo, e a volte li distruggiamo, attraverso la pratica turistica?
In secondo luogo, il lavoro di Van Wyhe rileva anche il difficile rapporto del turismo con la scienza e la conoscenza, intese nel loro essere istituzioni sociali. Dall’analisi dello storico, emerge come la Pfeiffer prima di viaggiare si informasse, ad esempio leggendo le guide turistiche dell’epoca oppure consultandosi con chi aveva già viaggiato nelle regioni in cui si apprestava ad andare, così come fanno ancora oggi molti turisti. Ed è proprio questa ricerca che precede il viaggio a farla diventare anche geografa. I suoi diari di viaggio, pubblicati subito dopo il rientro, furono tradotti in sette lingue. Ci ricorda Luisa Rossi che “la Pfeiffer deve aver impressionato non solo i comuni lettori – che furono moltissimi se dopo il primo viaggio si procurò almeno in parte le risorse per finanziare i successivi con la vendita dei propri libri – ma anche il mondo della cultura ben oltre i riconoscimenti che, a seconda delle diverse realtà nazionali, la geografia ufficiale fu ‘costretta’ ad attribuirle” (Rossi, 2005, p. 212). Questo commento fa da sponda a quanto sto cercando di sostenere. La conoscenza che non proviene dai contesti riconosciuti come ‘colti’, come spesso è quella raccolta e diffusa dai turisti, fatica a essere riconosciuta. Anche la Pfeiffer, d’altronde, vuole distinguersi. Proprio come accade oggi, si lamenta degli altri turisti, attitudine evidentemente già diffusa alla fine dell’Ottocento. Van Wyhe cita un passaggio di una sintesi autobiografica pubblicata nell’introduzione al diario del sul viaggio in Madagascar in cui Pfeiffer, nel descriversi, marca esplicitamente il suo essere ‘diversa’. Però, secondo Luisa Rossi, che già citava lo stesso passaggio, lo fa “per marcare la propria differenza dai viaggi di scrittori come Chateaubriand e Lamartine”, rivendicando, rispetto ad essi, il carattere più spartano, avventuroso e ‘autentico’ del suo viaggiare. Sia come sia, il turismo già allora rimandava a frizioni distintive di non poco conto. Come Van Wyhe ricorda, la stessa Pfeiffer fu oggetto di vignette e versi umoristico-satirici che la ridicolizzavano proprio perché turista, come mi sembra ancora oggi avvenga nei confronti di queste soggettività, soprattutto se non sono della statura socio-economica e culturale pari a quella di Chateaubriand e Lamartine. Ennesimo paradosso: secondo quanto riporta Luisa Rossi citando come fonte il Bullettin de la Société de Géographie di Parigi, alla sua morte, Pfeiffer fu commemorata da quell’istituzione come “l’eroina dei ‘turisti’” (Rossi, 2005, p. 220); forse possiamo ipotizzare che, nonostante la Società l’avesse riconosciuta tra i suoi membri, la stessa attribuzione dell’etichetta di turista (e non ad esempio di esploratrice o di geografa tout court) fu utilizzata in quell’occasione per declassarne implicitamente le gesta.
Ultimo punto: la storia della Pfeiffer ‘turista’ aiuta anche a comprendere i limiti di alcune etichette correnti utilizzate per identificare diverse pratiche turistiche. Pfeiffer viaggia per sfamare quella Reise- und Wanderlust con cui è nata, come essa stessa dichiara. Dunque, viaggia per piacere (la sua mobilità è appunto turistica). Ma per soddisfare questo piacere deve anche fare di conto. A modo suo è una turista low cost e il suo un budget travel. E lo è soprattutto se paragonata ai turisti dell’epoca che erano decisamente benestanti e il cui viaggio si distingueva per la prima classe dei servizi utilizzati. Pfeiffer, che non è particolarmente abbiente, sceglie invece quasi sempre il mezzo di trasporto o l’alloggio più economico. In parte per esigenza, ma forse anche perché è così che concepisce la sua metodologia di apprendimento attraverso la mobilità turistica, come abbiamo visto. Gli aspetti organizzativi minuziosamente raccontati nelle pagine di Pfeiffer (e commentati da Wyhe) aiutano a comprendere quanto il turismo sia un sistema socio-tecnico, di cui fanno parte rappresentazioni spaziali, specificità morfologiche, condizioni climatiche, ma anche treni, biglietti, passaporti, pasti. Man mano che la sua wanderlust cresce e il suo viaggiare diventa sempre più professionale, Pfeiffer diventa anche turista d’affari. Ad esempio, si reca a Berlino, Londra o Parigi non tanto per visitare quelle città in quanto capitali delle quali assaporare l’atmosfera e fruire di servizi ludico-culturali unici, ma per recuperare informazioni che le saranno utili per mantenere la sua passione, ormai professione, di viaggiatrice. Il ché non le impedisce di approfittare dell’occasione per conoscerle meglio e visitarne musei e caffè. Riprendo ancor Luisa Rossi per la quale “il viaggio della Pfeiffer appartiene in effetti a un genere intermedio fra la pratica ‘turistica’ del viaggio romantico e il viaggio scientifico secondo i modelli allora più collaudati” (2005, p. 223). Ovviamente, studiando il fenomeno turistico a partire da una persona, ci rendiamo conto di quanto le etichette siano limitanti, di come la pratica e la soggettività umane le eccedano sempre. Infatti, anche Van Wyhe sottolinea che “Pfeiffer was not just a tourist, she was an explorer, ethnographer and naturalist” (pag. 7).
La vita di Ida Pfeiffer non è stata contrassegnata da rivendicazioni femministe né la sua ricerca iscritta in una qualche pratica postrutturalista. Eppure, quello che emerge da questo studio, è il profilo di una figura capace di sfuggire agli schemi e di fondere metodi e conoscenze di tipo diverso: teoriche, applicate, colte, pragmatiche, disciplinarmente varie. In particolare, credo che lo studio di questa figura (e dei suoi limiti) non possa che essere un importante richiamo di attenzione rispetto all’approccio interdisciplinare e all’adozione di metodologie mobili e incorporate da applicare allo studio della geografia del turismo, una delle branche della disciplina ancora molto radicata, almeno in Italia, a metodologie statiche e approcci di ispirazione positivista non criticamente affrontati.

Filippo

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