Viaggio nell’Italia dell’Antropocene. La geografia visionaria del nostro futuro

Di: Telmo Pievani e Mauro Varotto | Editore: Aboca, 2021

L’impatto dell’umanità sul pianeta sta producendo effetti devastanti. La realtà geografica che identifichiamo con l’Italia è stata nei millenni estremamente mobile per ragioni tettoniche, morfogenetiche, climatiche, ma in ultimo anche antropiche e possiamo dunque affermare, con rigore scientifico, che Homo sapiens sta contribuendo a cambiare il clima e pertanto anche la conformazione della superficie terrestre: non è un fenomeno recente, ma non era mai accaduto in tempi così rapidi e con conseguenze così vaste. Considerata questa inedita accelerazione, non possiamo fare a meno di chiederci: come muterà l’aspetto del mondo nel futuro prossimo? Se tutto continuerà ad andare per il verso sbagliato e non attueremo le giuste misure per evitarlo, assisteremo allo fusione dei ghiacci perenni e all’innalzamento del livello dei mari. Per farci riflettere sui rischi concreti a cui potremmo andare incontro, il filosofo ed evoluzionista Telmo Pievani e il geografo Mauro Varotto hanno immaginato come si trasformerà l’Italia proiettandoci, in maniera distopica, nell’anno 2786. Esattamente 1000 anni dopo l’inizio del viaggio in Italia di Goethe, comincia così il tour di Milordo a bordo del battello Palmanova attraverso la geografia visionaria del nostro futuro: la Pianura padana sarà quasi completamente allagata; i milanesi potranno andare al mare ai Lidi di Lodi; Padova e tantissime altre città saranno interamente sommerse; altre ancora si convertiranno in un sistema di palafitte urbane; le coste di Marche, Abruzzo e Molise assumeranno l’aspetto dei fiordi; Roma sarà una metropoli tropicale; la Sicilia un deserto roccioso del tutto simile a quello libico e tunisino… Tappa dopo tappa, al viaggio di Milordo farà da contraltare l’approfondimento scientifico che motiverà, con dati e previsioni, le ragioni del cambiamento territoriale – illustrato, per l’occasione, con una serie di mappe dettagliatissime create da Francesco Ferrarese. Uno scenario giudicato per fortuna ancora irrealistico, ma utile per farci capire che l’assetto ereditato del nostro Paese non è affatto scontato e che la responsabilità di orientarlo in una direzione o nell’altra è tutta nostra.

Recensione di Eleonora Guadagno
Leggere il suggestivo Viaggio nell’Italia dell’Antropocene non soltanto ci aiuta a ricostruire una carta mentale del rischio in Italia, ma ci sollecita anche a comprendere quali potranno essere i problemi nei quali incorrerà il territorio, a partire da un presente in cui gli elementi dell’antroposfera risultano essere qualitativamente più impattanti rispetto a quelli che non le appartengono. Un viaggio di fantascienza, ambientato nel 2786, mille anni dopo il celeberrimo Viaggio in Italia di Johann Wolfgang von Goethe, che ci mette in guardia su quello che un giovane alle prese con un viaggio di formazione potrebbe osservare in un paese in cui le strutture fisiche sono state alterate dall’impatto dell’attività umana.
Il libro di Mauro Varotto e Telmo Pievani, con il bellissimo apparato cartografico di Francesco Ferrarese, ci accompagna in questa ricostruzione, proprio come se fosse la guida dell’escursione a cui il protagonista – Milordo – prende parte: si tratta di un riuscitissimo escamotage letterario che mescola una narrazione “visionaria” al linguaggio cartografico e scientifico. Inoltre, l’idea di suddividere la penisola in dieci diversi quadranti, con carte dai toponimi dettagliatissimi, ci permette di orientarci in una geografia distopica ma non troppo. In effetti è possibile che le generazioni future guardino queste nostre “fantasticherie” ritenendoci addirittura ottimisti in rapporto all’esito che poi avranno avuto i cambiamenti climatici sia nella penisola sia a scala globale.
Nel primo capitolo, Venetia, Milordo guarda con occhi bonari le misure naif che negli anni Duemila, nel pieno della crisi climatica secondo il suo punto di vista, erano state prese per limitare gli impatti degli allora cambiamenti climatici. In questo senso, la pratica di uso delle sole tecnologie quali strumenti mitigativi, piuttosto che di modifica allo stile di vita, dimostra quanto – soprattutto nei paesi del Nord – ci si senta invulnerabili, confondendo soluzioni e palliativi, attribuendo il concetto di vulnerabilità alle sole aree del Sud (Gregory Bankoff, “Rendering the world unsafe. Vulnerability as a Western discourse”, 2001, Disasters, 25:1, pp. 19-35). Invece le diverse catastrofi che affliggono periodicamente la nostra penisola dovrebbero farci rendere conto di quanto noi già siamo vulnerabili, ma anche del fatto che i cambiamenti climatici risultano essere degli amplificatori dei rischi soggiacenti e della fragilità socio-economica preesistente, in tutti i contesti geografici.
Un altro tema che fa riflettere su quanto sia stereotipato il nostro sguardo riguardo alle problematiche ambientali emerge nel capitolo intitolato Transpadania. Tali criticità, infatti, già coinvolgono tutto il globo (e non soltanto le regioni del Sud), principalmente a partire da due tipologie di hotspot: le aree costiere e quelle montane. Le prime appaiono una cartina al tornasole per comprendere gli impatti territoriali dei cambiamenti climatici, sia per ciò che riguarda la salinizzazione e l’innalzamento del livello del mare sia, soprattutto, se si considera il bilancio sedimentario, come emerge dal capitolo Picenum et Samnium. Quanto alle aree montane, viene sottolineato lo stress progressivo cui è soggetta la catena alpina, in cui una tendenza incontrovertibile alla deglaciazione comporta una ripercussione sulle temperature e sulla disponibilità idrica, con un aumento dei periodi siccitosi e una progressiva mutazione dei cicli di circolazione atmosferica. Tali alterazioni si riflettono anche sulle produzioni alimentari andando ad intaccare il patrimonio materiale e immateriale del Paese.
Milordo è messo di fronte a una situazione già del tutto alterata, ma noi ci dovremo domandare cosa stiamo facendo in presenza di sistemi agricoli stravolti, di una perdita incessante della pescosità e di una costante riduzione di biodiversità faunistica, tutti temi strettamente collegati alla questione della limitazione delle terre disponibili e del degrado del suolo quale risorsa non rinnovabile. L’ indisponibilità e la finitezza delle risorse ci porta a riflettere su quanto si pensi al valore esornativo della natura, piuttosto che comprenderne lo stretto legame con i temi della giustizia e della democrazia: è proprio il tema della rivendicazione dello spazio e del diritto alla terra ad essere il fulcro del capitolo Latium. Qui, una progressiva disneyficazione del paesaggio nasconde i più emarginati, quasi invisibili nel parco attrazioni attraversato da Milordo, mostrandoci come anche in un futuro distopico le strutture produttive del capitale continueranno a reiterare le differenze di classe e come i problemi di salute, collegati con quelli dell’ambiente, non cesseranno di rendere sempre più fragili le fasce più vulnerabili ed esposte della popolazione, soprattutto in area urbana.
Il termine “antropocene” è criticabile da più punti di vista (come si evidenzia nel capitolo Etruria), sicché sarebbe più corretto qualificare l’era come “capitalocene”, in quanto i più sensibili cambiamenti a scala ambientale sia in termini di degrado sia in termini di modifiche climatiche si sono avuti a partire dalla prima industrializzazione nei paesi europei e poi hanno subito un’impennata nel post-fordismo. Nonostante ciò, tale termine può essere efficace per spiegare il ruolo dell’uomo nell’alterazione eco-sistemica. Quest’ “uomo”, però, probabilmente abita nel Nord del Mondo e ha esportato globalmente un unico modello di sviluppo, non attento alla distribuzione delle risorse, adottando e reiterando la narrativa dell’“antroposcena”; una scena in cui si delinea una descrizione univoca delle attività umane (attribuibili alle fasi più avanzate della globalizzazione, soprattutto nell’area del Nord) responsabili delle mutazioni climatiche repentine dell’Olocene e mai rimesse in discussione (Noel Castree, “Changing the Anthropo(s)cene: Geographers, global environmental change and the politics of knowledge”, 2005, Dialogues in Human Geography, 5:3, pp. 301-316).
In effetti, all’inizio del terzo millennio, la sola ricerca di misure adattive, pur di non disfarsi del proprio modus vivendi, appare, agli occhi di Milordo, come un fallimento: ad esempio, nei capitoli Campania, Apulia e Trinacria si guarda in che modo le tecniche per contrastare i cambiamenti climatici messe in atto nella nostra contemporaneità non abbiano portato a un vero cambiamento; anzi, viene criticato il modo in cui un ecologismo, trincerato nella propria torre d’avorio, lontano dai temi di interesse collettivo, abbia portato alla catastrofe con un aumento, alla scala locale, delle aree soggette a desertificazione e ad una riduzione della disponibilità delle falde acquifere (sia in termini qualitativi che quantitativi).
Infine, adottando una chiave per nulla catastrofista, il volume presenta alcune soluzioni per evitare, o quantomeno limitare, gli impatti ambientali: misure correlate alla transizione energetica nonché alla volontà politica di mettere in discussione un modello di crescita dominante tramite un utilizzo delle risorse più consapevole.
Per concludere, è evidente quanto l’antica tradizione della futurologia appaia un espediente catartico per rispondere alle incertezze del futuro e cercare di preconizzare un tempo diverso dal presente e dal passato. Il problema della nostra contemporaneità, però, è che l’evoluzione tecnologica e produttiva della quale siamo attori è molto più rapida di quella geologica e biologica, sebbene per la maggior parte della storia sia stata molto lenta: è solo a partire dall’Ottocento, se non proprio dal Novecento, che ci si è accorti che cambiamenti significativi potessero avvenire durante il corso della vita media di una persona. Il ritmo delle dinamiche attuali, guidate dal mito di un malinteso “progresso”, si scontra in effetti coi tempi lenti di rigenerazione delle risorse. La crisi ambientale, purtroppo, non è affatto una componente di apocalittici scenari futuri, ma è semplicemente il triste esito delle nostre azioni passate e l’eco di quelle presenti.
Speriamo solo che tra settecento anni chi leggerà Viaggio nell’Italia dell’Antropocene possa sorridere come facciamo noi quando leggiamo le congetture di Jules Verne o George Wells: per il momento, lasciamoci travolgere da quest’opera, cercando di capire come riparare ai nostri errori presenti e apprezzando quella che – speriamo – possa essere considerata solo come una deliziosa fantasia.

Filippo

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