The Mantle of the Earth. Genealogies of a Geographical Metaphor

Di: Veronica della Dora | Editore: University of Chicago Press, 2021

The term mantle has inspired philosophers, geographers, and theologians and shaped artists’ and mapmakers’ visual vocabularies for thousands of years. According to Veronica della Dora, mantle is the “metaphor par excellence, for it unfolds between the seen and the unseen as a threshold and as a point of tension.” Featuring numerous illustrations, The Mantle of the Earth: Genealogies of a Geographical Metaphor is an intellectual history of the term mantle and its metaphorical representation in art and literature, geography and cartography. Through the history of this metaphor from antiquity to the modern day, we learn about shifting perceptions and representations of global space, about our planetary condition, and about the nature of geography itself.

Recensione di Laura Lo Presti
The Mantle of The Earth. Genealogies of a Geographical Metaphor, pubblicato per la prestigiosa casa editrice University of Chicago Press nel 2021, arriva come un perfetto kairos nella letteratura degli studi cartografici e della storia del pensiero geografico. L’opera, infatti, succede a un decennio di lavori sullo statuto visuale e materiale delle carte antiche e moderne che l’autrice naviga con estrema cura, erudizione e creatività. Con queste doti, e un manifesto intento genealogico evidente già nel sottotitolo, la superficie contemporanea, digitale e non, viene riletta attraverso una densa trama di figure, modi di vedere e tecnologie del passato, dando vita a concatenazioni inattese ed eterogenee ma del tutto convincenti e, soprattutto, generative di pensieri, etiche e immaginari alternativi.
Il libro costituisce un’impressionante impresa di carotaggio e di campionatura della metafora geografica del mantello terrestre, restituita al lettore sotto diverse spoglie e nel flusso di due macro-movimenti: sia come processo di figurazione di una materia (Chthonía) che si è fatta forma (Gaia) e poi metafora (mantello geografico) sia, in senso inverso, come materializzazione di un’idea di superficie spaziale che ha avuto bisogno di ancoraggi – di membrane, tessuti e involucri diversi nel tempo e nello spazio – per dispiegare il suo duplice potenziale di (s)velamento dei misteri del mondo e di interconnessione e relazionalità. D’altronde, come ci ricorda Jean-Luc Nancy (Il peso di un pensiero, l’approssimarsi, 2009, p. 16), il senso: “ha bisogno di uno spessore, di una densità, di una massa e dunque di un’opacità, di un’oscurità attraverso cui esso dà presa, si lascia toccare come senso precisamente là dove esso si assenta come discorso”.
La suddivisione del libro in quattro parti (Clothing Creation, Unveiling Space, The Surfaces of Modernity, Weaving Worlds) traccia questo percorso sim-poietico in cui realtà e metafora si contaminano, si danno insieme per esprimere e inverare il senso liminale del mantello geografico. Proseguendo nella lettura degli undici capitoli, la cui successione risponde ad un ordine prevalentemente cronologico, il connubio tra corpo e spirito, tra materialità e immaterialità, si fa sempre più marcato e avvincente portandoci a scoprire (e a riscoprire) in diverse epoche, regimi scopici e opere (mondo greco-romano, età medievale, stagione delle scoperte geografiche, rivoluzione scientifica, romanticismo, arte contemporanea fino all’era digitale, senza tralasciare lo spazio interstellare) i modi in cui un’immagine così terrestre e geologica sia diventata artificiale o extra-terrestre: tessuto, carne, plasma, palinsesto, rete. Il mantello è dunque una sorta di ‘super-metafora’ come sostiene Della Dora, facendo sua l’intuizione del critico Christy Wampole, un tropo fagocitato e assorbito da diverse discipline, ancor più dal senso comune. Non a caso, ci avverte la geografa nell’introduzione: “Each variant of the mantle metaphor explored in the book speaks of a different approach to the world: poetic contemplation, scientific inquiry, comparative analysis, critical investigation, aesthetic appreciation” (p. 14).
Nell’ambizioso progetto di costruire un archivio della terra, Della Dora riesce comunque a raccontare una storia lenta, umile, dolce, carnale di ‘una’ delle sue numerose metafore geografiche. Una metafora che è anche, e soprattutto, cartografica: “Ultimately, the mantle of the earth is nothing but a huge 1:1 map. Or, if you prefer, maps are nothing but miniature mantles of the earth” (p. 5).
E così, fin dalle prime pagine, il lettore viene preparato ad esplorare la dimensione più materica, organica, tattile e anatomica della ben nota ragione cartografica. Alla celebre pinax di Anassimandro (iscrizione dell’immagine della terra su una superficie piatta e rigida) si affiancano il pharos cosmico di Ferecide e la clamide di Alessandro Magno, varianti di mantelli in tessuto che rappresentano l’ecumene adattandosi alla massa che coprono (Cap. 1); l’impulso cartografico rinascimentale è decifrato più come operazione chirurgica di apertura e dissezione dello spazio che come mero appiattimento della superficie terrestre (Cap. 4) e, terminata la stagione delle esplorazioni, Della Dora invita a riconsiderare la figura del geografo quale tessitore di diversi ambiti del sapere, capace di intrecciare i fili della scienza dura con quelli dell’arte e della geopolitica (Cap. 7); al mantello antico, l’autrice infine sovrappone il plasma dell’era digitale, un manto contemporaneo ben diverso dal concetto di schermo poiché, rispetto alla rigidezza di quest’ultimo, risulta fluido, dinamico e mutevole (Cap. 11). Nello slancio verso un’aptica generale dello spazio, la tradizione degli studi cartografici viene dunque arricchita di una rinnovata attenzione al sensibile ove alle astratte carte euclidee vengono preferiti – rifacendoci qui al senso letterale di mappae mundi – i panni del mondo.
E poiché la forza tellurica, propagatrice e trasformativa di un’opera si misura rispettivamente negli scuotimenti che può generare, nella sua capacità di muovere immaginari e di crearne di nuovi (“Like the shuttle of a skilled weaver, the geographer’s pen crafts new mantles of words”, p. 278), non ci resta che mettere a fuoco alcune linee di indagine suggerite dai moti innescati dalla lettura del libro. Per le studiose e gli studiosi desiderosi di indagare le metafore della terra adottando una prospettiva comparativa e di longue durée, come quella proposta da Della Dora, gli stimoli e le provocazioni non mancano. Anzitutto, date le premesse del libro di ripercorrere una possibile genealogia della metafora del mantello attraverso uno sguardo occidentale, si rende necessario un ulteriore sforzo per smantellare e decentrare l’immaginario eurocentrico della terra, radicato nella tradizione grecista e della patristica. In tale direzione sarebbe interessante convogliare tutta una serie di lavori e tradizioni afferenti ad altri sistemi di pensiero, non ultimo l’indigenous mapping. Ciò consentirebbe un confronto tra le diverse modalità in cui il mantello come concetto, sostrato e immagine è stato concepito e percepito (cosmogonie che la geografa non disconosce, dedicandovi alcune pagine: 18-19). Sarebbe utile anche tenere a monito la lettura del manto come superficie densa (p. 95) e impeto alla verticalità (p. 185) in relazione a una maggiore attenzione al volume che sta attraversando di recente tutta una serie di riflessioni sul fronte della geografia politica e culturale (es. attenzione agli spazi sotterranei, alle profondità dell’oceano, allo spazio interstellare). Come ci ricorda Tim Ingold (“Surface textures: The ground and the page”. Communication & langages, 204, 11-29, 2020), il volume, etimologicamente inteso, altro non è che l’atto di srotolamento della superficie, un ribaltamento di materiale grazie al quale le sue regioni inferiori e superiori sono continuamente invertite. E così, nelle parole dell’autrice, sembrerebbe operare anche il mantello cartografico che, in numerosi passaggi, sostituisce il mantello geografico: “It naturally directs the gaze to the surface, but it also implies the existence of a hidden depth” (p. 2); “Cartographic mantles give tangible expression to the metaphor and to the complex workings of human society” (p. 253). Molte ricerche sul fronte della geografia culturale e la stessa riflessione di Della Dora suggeriscono infatti che l’epidermide cartografica, anche di una mappa digitale, sia molto più densa, profonda, volumetrica di quanto comunemente venga descritta. Una siffatta densità dell’immaginario cartografico assume maggior valenza nel contesto degli studi sull’antropocene, i cui costruttori dell’immaginario sono spesso alla spasmodica ricerca di sistemi di figurazione alternativi del pianeta. Come è stato recentemente notato da Arènes, Latour e Gaillardet (“Giving depth to the surface: An exercise in the Gaia-graphy of critical zones”. The Anthropocene Review, 5(2), 2018, p. 121): “One of the problems researchers face in picturing the CZ [Critical Zone] is to give it a shape”. In tal senso, è nell’esercizio di una ‘gaia-grafia’ che l’opera di Della Dora si rivela una potente thinking machine, un dispositivo in grado di dare forma a nuovi immaginari terrestri. Pur navigando in terreni comuni, l’autrice coltiva delle contro-cartografie che sono tutt’altro che semplice localizzazione di punti sulla superficie della terra “according to the cartographic coordinates of longitude and latitude” (Arènes et al. 2018, cit., p. 121).
Ricollocando l’opera in questa dimensione planetaria, non rimane che perseverare nella ricerca febbrile di immaginazioni anche meno confortevoli e rassicuranti del mantle, che mettano in crisi l’uniformità stessa della metafora geografica, una figura retorica che nasce spesso da un’esigenza troppo umana di addomesticamento dello spazio. Nell’attesa di capire come esplicare al meglio la relazione tra umani, non umani e pianeta terra, ciò che si può con certezza dire è che per l’impresa titanica che compie, il repertorio figurativo ecumenico che ci fornisce e l’humus di riflessioni, visioni e meditazioni che ci dona, The Mantle of the Earth è un capolavoro da aggiungere alla biblioteca di Gaia.

Filippo

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