Sur la vague jaune: l’utopie des ronds-points

Autori: Bernard Floris e Luc Gwiazdzinski | Editore: Elyascop

Nel novembre del 2018, in tutta la Francia, uomini e donne si sono mobilitati per dare vita a un movimento unico nella storia del paese: i “gilet gialli”. Nel corso delle settimane e delle manifestazioni, si sono appropriati delle rotonde nelle aree peri-urbane per renderle luoghi di vita, spazi pubblici, nuovi mezzi espressivi e laboratori di educazione popolare. Insieme, hanno partecipato alla realizzazione di un’utopia concreta che parla di fratellanza e di orgoglio. Nel corso del tempo hanno ampliato le loro richieste e sperimentato forme di democrazia diretta. Questo libro racconta la vita quotidiana di una di queste rotonde, presso l’Isère, l’esperienza delle donne e degli uomini che la occupano da cinque mesi, le loro storie, le loro speranze e i loro dubbi. Testimonianze e analisi che riflettono l’energia, le aspirazioni e le conquiste di coloro che un giorno hanno deciso di dire di no. Insieme, sono riusciti a rendere visibili le difficoltà di una parte della popolazione, a imporre determinati argomenti all’agenda politica, e ad abitare luoghi inospitali per contribuire a un nuovo “disegno democratico”.

Recensione di Isabelle Dumont
Questo libro ci riporta a una stagione particolare della recente storia francese che, pur essendo stata assai ricca d’azione, dibattiti, polemiche ma anche di speranze e di lotte che hanno coinvolto l’intero territorio transalpino, appare oggi quasi finita nel dimenticatoio, spazzata via dall’emergenza sanitaria del Covid-19, dalle problematiche che quest’ultima ha messo in luce e dai suoi vari impatti sulla società francese. Prima di approfondire l’oggetto del libro – il movimento dei gilets jaunes – viene dunque spontaneo sottolineare questa sensazione di superamento, di scavalcamento che purtroppo si percepisce nel riflettere sull’argomento. Come non pensare al paradosso, o quanto meno al lampante contrasto tra l’‘ipercopertura’ mediatica di quel fenomeno, il martellamento continuo da parte della stampa, dei social, dei servizi televisivi ‘speciali o straordinari’, sui canali di ‘informazione continua’ e poi bruscamente la sua quasi totale scomparsa dagli schermi, dai tabloid ecc.?
Nato all’autunno 2018 sulla rete, principalmente per protestare contro l’aumento delle tasse sul carburante (in particolare da parte di fasce di popolazione che abitavano per lo più in aree periurbane o borghi isolati), il movimento dei gilets jaunes si è velocemente trasformato in una vasta espressione di malcontento e talvolta addirittura di rabbia popolare, tradottasi in manifestazioni, occupazioni di rotonde, blocchi stradali… per portare all’attenzione dell’opinione pubblica le più varie rivendicazioni contro le politiche sociali e fiscali del governo. Il movimento dei gilets jaunes si è fin da subito differenziato dal mondo sindacale o da quello dell’associazionismo di categoria, in quanto non era né strutturato né centralizzato; inoltre, le sue richieste riflettevano aspirazioni assai diversificate (obiettivi prioritari versus visione di lungo termine; elementi di base versus questioni sociali e ambientali più complesse… ), nonché la provenienza da matrici politiche eterogenee o addirittura antitetiche. Significativo è altresì il fatto che mentre le proteste hanno mobilitato principalmente abitanti di aree rurali e periurbane, gli iniziatori del movimento provenivano soprattutto dall’Ile de France, la regione di Parigi che è anche la più urbanizzata di tutto il paese.
Le azioni dei gilets jaunes si sono susseguite per settimane, per lo più fino all’estate 2019. I cosiddetti atti (actes) corrispondevano a eventi particolari e periodici, organizzati ogni sabato sull’intero territorio francese, che incontravano maggiore risonanza mediatica rispetto alle altre azioni ‘minori’. Da allora si sono verificati altri episodi ma non ci sono più state le grandi manifestazioni che caratterizzarono il 2018 e che raggiunsero l’apice il 17 novembre con la partecipazione di 1,3 milioni di persone secondo il principale sindacato della polizia (France Police – Policiers en colère). Oggi, anche se – per ammissione di alcuni gilets jaunes stessi – il movimento sembra morto, ci sono comunque ancora segni della sua presenza, segni simbolici e segni politici. Non è raro infatti vedere sulle rotonde dei giubbetti sospesi intenzionalmente a un ramo o a un cartello stradale e durante le elezioni municipali della primavera 2020 sono anche apparse dieci liste di candidati che si sono presentate con l’etichetta gilets jaunes creata per l’occasione, nell’Est della Francia, nel Sud/Sud-Est e nell’isola della Réunion. Diverse liste di partiti politici tradizionali hanno inoltre rivendicato anche il sostegno da parte di attivisti del movimento o hanno ripreso l’idea – lanciata dal movimento – di introdurre un referendum di iniziativa civica (Référendum d’Initiative Citoyenne o RIC).
Lo studio di questa mobilitazione sociale ha sicuramente scardinato alcune categorie d’analisi fino ad ora piuttosto assodate. Secondo il geografo Aurélien Delpirou, tale mobilitazione ha rimesso in discussione diversi classici dualismi dell’analisi sociologica e geografica: città/campagna, centro storico/periferia, bobos/prolos (bourgeois-bohème/proletari), territori privilegiati/territori abbandonati (Delpirou, 2018). I media e la stessa opinione pubblica, forse per la naturale tendenza a cercare chiavi di lettura semplificate e più rassicuranti, hanno spesso messo in opposizione le varie categorie dei poveri ‘buoni’ e dei poveri ‘cattivi’, degli svantaggiati automobilisti di periferia rispetto ai privilegiati che vivono in centro, dei territori vincenti e di quelli abbandonati, mentre la realtà del fenomeno si è dimostrata certamente più complessa.
Questo saggio a cura di Bernard Floris e Luc Gwiazdzinski non è un’analisi sistematica di ciò che è stato il movimento dei gilets jaunes in Francia e ancor meno un’analisi della sua narrazione mediatica e social. È piuttosto il risultato di una ricerca empirica e qualitativa durata diversi mesi su un singolo caso studio: la rotonda del Rafour, a nord-est di Grenoble. Caratterizzato da una scrittura vivace e fluida, il libro è una sorta di ibridazione tra un diario di campo e una raccolta di testimonianze delle persone che hanno occupato la rotonda in questione e rende conto delle difficoltà di una parte della popolazione, delle sue rivendicazioni e di un ‘nuovo’ modo di impegnarsi in politica, rifiutando però di parteciparvi attivamente nelle modalità tradizionali. Partendo da questa singola rotonda, come una nuova agorà con le sue autogestioni, assemblee generali, manifestazioni ed altre attività in qualche modo politiche, il libro cerca di sintetizzare le aspirazioni e i sentimenti che hanno sostenuto con forza l’occupazione di quel luogo e più in generale l’adesione al movimento: la disuguaglianza sociale e il sentimento di ingiustizia sociale, l’indecente ostentazione delle ricchezze, il rigetto della classe politica e più particolarmente del Presidente della Repubblica, la marcata avversione nei confronti dei media eccetera.
Tanti sono i paradossi che emergono dall’analisi di questa esperienza di occupazione. Colpisce ad esempio l’incoerenza tra il fatto che le persone intervistate critichino molto le banche e la finanza internazionale ma non le grandi multinazionali. Vi è poi l’insanabile contrasto tra il desiderio di incidere sulle istituzioni anche ad alto livello e la forte ostilità a una strutturazione verticale del movimento, dovuta alla paura di una sua strumentalizzazione. Uno degli intervistati ricorda infatti che seppur stesse emergendo il bisogno di darsi un’organizzazione a livello nazionale, i collettivi di base rivendicavano sempre la totale sovranità decisionale delle proprie assemblee generali. La ricerca ha poi rivelato che l’età media delle persone che occupavano la rotonda del Rafour era abbastanza alta, intorno ai 50 anni (la persona più giovane aveva 29 anni e la più anziana 81). All’inizio della mobilitazione si stima vi fossero 300 persone ma in seguito, all’assemblea settimanale, vi erano in media tra le 40 e le 50 presenze. Erano soprattutto artigiani, operai, impiegati, coltivatori (i disoccupati costituivano una minoranza). Gli occupanti provenivano anche dalla classe media ma in buona parte avevano origini più modeste, operaie o erano stranieri di seconda generazione.
I loro dialoghi con i curatori del libro mettono in luce un altro aspetto molto interessante: mentre l’iniziale avvicinamento al movimento è avvenuto principalmente per un sentimento d’indignazione e la rotonda era solo un luogo come un altro dove esprimere la protesta, con il tempo la rotonda occupata si è trasformata in un vero e proprio ‘spazio vissuto’ carico di pratiche, di significati e di ‘senso’, al di là delle rivendicazioni contro la politica. Quello che era un ‘non-luogo’, per tante persone è divenuto un punto di riferimento per ritrovare una socializzazione che forse avevano perso nel loro quartiere o nel loro borgo. Alcuni definiscono la rotonda come qualcosa tra il bar del paese, il cortile della ricreazione a scuola e il campo base di un’escursione. Altri parlano di ‘rotonda della fraternità’ e in tanti discorsi si ritrova addirittura la parola ‘famiglia’. Molti frequentano la rotonda perché sentono di uscire dall’anonimato e di far parte di una comunità con un obiettivo comune, dove sperimentano la partecipazione e ritrovano una comunicazione più diretta: “la rotonda è il nostro social media. È una zona di comunicazione, per mostrarsi, diventare leggibili, uscire dallo schiacciamento. Ci lasciamo alle spalle la virtualizzazione, il tempo accelerato ed è gratuito. Qui diciamo buongiorno a tutti e ci si guarda negli occhi” (trad. I. Dumont, p. 57).
Oggi le rotonde stanno tornando a essere dei ‘non-luoghi’ e in chi ha partecipato attivamente a quelle occupazioni rimane il sentimento di aver vissuto per un periodo in una sorta di esperimento utopico. Per molti di loro permane la speranza che non sia un capitolo definitivamente chiuso e probabilmente sarebbero d’accordo con Théodore Monod, citato da Angelo Turco nella prefazione, quando diceva che “l’utopia non è l’irrealizzabile ma l’irrealizzato” (p. 5).

Filippo

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