Soglie. Per una nuova teoria dello spazio

A cura di: Mauro Ponzi e Dario Gentili | Editore: Mimesis, 2012

Un concetto come quello di soglia, che definisce il rapporto tra interno ed esterno non in termini oppositivi (dentro o fuori) bensì di complementarietà (dentro e fuori), può risultare decisivo per pensare la relazione tra proprio ed estraneo, tra le diverse culture e all’interno della nostra stessa civiltà occidentale, al di là della logica dirimente dell’inclusione/esclusione. Il libro si propone di analizzare i “luoghi” e gli “spazi” della contemporaneità (e non solo), che si presentano come “soglie” o come “spazi intermedi”, dove si confrontano – e si confondono – linguaggi e culture diverse. Un’ulteriore tipologia spaziale a essere presa in considerazione è quella di “eterotopia”: “spazi altri” che si aggiungono e talvolta si sovrappongono alla topologia tradizionale, ma sempre mantenendo una propria topografia.

Un approccio di tal genere, “spaziale” e “topografico”, che vuole indicare prima di tutto un “metodo”, consente di tagliare trasversalmente ambiti culturali e disciplinari. Non è affatto un caso, quindi, che molti contributi di questo volume abbiano individuato nello “spazio urbano” – della città, della metropoli o della post-metropoli che dir si voglia – la dimensione dove soglie, spazi intermedi ed eterotopie si esperiscono paradigmaticamente. Il tema viene dunque trattato nei suoi fondamenti teorici e nelle sue icone, sull’esempio di pensatori ritenuti esemplari e sulla base di eterotopie a loro volta significative sia in senso storico-culturale sia in senso puramente teorico.

Saggi di: Borsò, Donà, Duque, Finazzi Agrò, Gentili, Giaccaria, Guerra, Jennings, Kajon, Matassi, Meazza, Minca, Montani, Müller-Funk, Nuselovici/Nouss, Poggi, Ponzi, Vighi, Waldenfels, Witte.

Recensione (di Filippo Bencardino): Il processo  di interdipendenze economiche, politiche, tecnologiche e culturali che ha interessato il mondo contemporaneo  a partire dagli anni Settanta del secolo scorso ha modificato i rapporti tra i territori e tra le culture, tanto che lo stesso concetto di confine risulta oggi inadeguato a interpretare la spazialità contemporanea.

E’ questo il tema che affronta il testo curato da Ponzi e Gentili, un volume di impronta interdisciplinare, ma a prevalente approccio filosofico-letterario, che raccoglie gli atti di un Convegno internazionale organizzato sul tema nel 2010.

Le conseguenza della globalizzazione, positive e negative, sono state a lungo indagate, tanto che si è pensato che essa avrebbe determinato la fine della storia (Fukuyama, The End of History and last man, 1992) e la fine dei territori (B. Badie, La fine dei territori, 1996), attraverso un processo di omogeneizzazione  che avrebbe finito per annullare le diverse identità.

In realtà, col tempo, i diversi studiosi hanno invece dovuto constatare come le identità si siano sempre più rafforzate e come anche le relazioni tra i popoli e i territori abbiano finito per determinare nuove forme di organizzazione e nuovi rapporti tra popoli e culture, oggi ancorate soprattutto alle diversità religiose e linguistiche.

Le differenze che caratterizzano i diversi spazi non sono però più così nette, identificabili e delimitabili attraverso i confini, espressi cartograficamente da linee nette che esprimono appartenenze ben precise (dentro/fuori, inclusione/esclusione). Al confine si sostituisce la soglia, per indicare una zona di transizione, di trasformazione, che segna il passaggio graduale da una realtà ad un’altra. La soglia non è altro, quindi, che una zona intermedia che divide due spazi eterogenei.

Con l’introduzione del concetto di soglia si modifica anche il concetto di cittadinanza, non più legato allo ius loci, senza che ciò cancelli le differenze e le alterità.

E’ l’approccio all’altro che cambia; le relazioni creano nuovi spazi in un continuo divenire, popolate da identità che si mescolano, contribuendo a modificare e a ri-costruire lo spazio, che pertanto va ripensato e riorganizzato.

Con questa riflessione gli autori dei diversi saggi che compongono il volume hanno come obiettivo principale la sperimentazione di nuove categorie in grado di consentire una nuova concezione dello spazio e comprendere meglio i luoghi della contemporaneità, dove si incontrano-scontrano culture e linguaggi diversi.

Per meglio decifrare questa realtà gli autori rielaborano le riflessioni teoriche di Foucault, Heidegger, Lévinas, Rosenzweig, Kafka, e soprattutto Benjamin.

Gli studi di Benjamin sono interessanti per il geografo per le ricerche che questi ha condotto sulla metropoli moderna, attraverso i casi di Napoli e Parigi. Gli studi sui riti e sulle feste non sono condotti per offrire un’immagine oleografica della città, in un’ottica di “mitologia del moderno”, ma per interpretare la metropoli come spazio del moderno, come una soglia, tra vecchio e nuovo, tra costruito e distrutto, tra passato e presente, tra sventramenti e memoria, tra superficie e città sotterranea. in una parola per cogliere la complessità della città moderna.

Parigi e soprattutto Napoli sono casi molto emblematici, dove si possono rintracciare i segni dell’arcaicità e del post-moderno, e utilizzare come modello per interpretare le periferie del mondo, dove sono ben visibili le città dei colonizzatori e dei colonizzati, la città come espressione del modello culturale occidentale, dove la modernità si è manifestata sul piano sociale e sul piano urbanistico-architettonico in maniera evidente ed estrema.

La metropoli post-moderna è la metropoli delle grandi trasformazioni urbane, conseguenza dei progressi tecnologici e dei mutamenti culturali, che hanno portato alla realizzazione di grandi infrastrutture viarie e di grandi strutture architettoniche, alla creazione di eterotopie, che hanno favorito l’affermarsi di una nuova cultura urbana, la cui lettura ci consente di interpretare i grandi mutamenti sociali espressi dall’affermazione della cultura di massa

In questo senso la metropoli bene esprime il concetto di soglia, di ibridazione culturale, di luogo di transizione, con al suo interno spazi caratterizzati da identità specifiche e spazi di incontro e di omologazione.

Attenzione viene data anche all’identità europea, alla complessità della sua cultura, all’Europa dai confini “elastici”, come soglia che, quando non c’è consapevolezza delle sue diversità, può portare al conflitto. L’Europa è vista come un “ideale polifonico”, con funzioni diversificate, dove la competitività tra i soggetti interagenti ne definisce il vero volto. L’Europa  non può essere definita attraverso l’ethnos, ma va interpretata come il luogo deputato alla rappresentanza, alla partecipazione;  il luogo, insomma, di un insieme di nazionalità diverse  che, in quanto tale, rifiuta la pulizia etnica. Non un territorio, dunque,  ma “un insieme di giudizi da valori” (primo fra tutti quello della tolleranza), che nell’accoglienza dell’altro trova la sua capacità di espansione e di progresso civile, sicché veramente aveva ragione Paul Valéry quando ammoniva ad “arricchirci delle nostre reciproche differenze”.

Nel volume non manca la voce del geografo.

Giaccaria e Minca, rifacendosi a Giorgio Agamben, riflettono sui confini, sul potere e sulla natura bio-politica dello spazio contemporaneo. La soglia è vista come cosa ben differente dal confine. Essa indica mutamento, straripamento, passaggio, spazio concreto, una zona grigia, che indica una realtà spaziale complessa, che non può essere occupata o cartografata. Non uno spazio sottomesso al potere di eccezione, dunque, ma uno spazio liberato dal potere.

Per i due geografi, la Geografia dovrebbe pertanto essere una teoria della soglia, una geografia in grado di svelare la soglia, che va abitata ma non occupata; un sapere, in definitiva, capace di ridefinire il rapporto novecentesco tra potere e territorio, quando lo stato “nascondeva” la soglia per affermare la nazione.

Il testo interpreta quindi i cambiamenti dettati dalla globalizzazione per reinterpretare il mondo che ci circonda, per riscoprirlo.

Al, al confine inviolabile, alla barriera che isola, si sostituisce oggi il, l’apertura verso nuovi orizzonti, verso l’infinito, verso la soglia, appunto, che esprime il passaggio; precisamente quel passaggio che fin dal 1819 (come è vero che i poeti sono presbiti!) faceva scrivere a John Keats : “l’unico modo di rafforzare il proprio intelletto sta nel … lasciare che la propria mente sia una strada di passaggio per tutti i pensieri”.