Ricomporre di divari. Politiche e progetti territoriali contro le disuguaglianze e per la transizione ecologica

A cura di: A. Coppola, M. Del Fabbro, A. Lanzani, G. Pessina, F. Zanfi | Editore: Il Mulino, 2021

Come si manifestano nel territorio italiano le disuguaglianze sociali e spaziali? Quali intrecci con le crisi e i rischi ambientali producono queste geografie? Quali azioni sono necessarie per affrontare tali fenomeni in modo strutturale e coordinato? Il volume – frutto di un percorso di riflessione che ha coinvolto studiosi, amministratori, esperti e attivisti – si propone di rispondere a questi interrogativi formulando idee progettuali che si articolano su scale e ambiti d’intervento diversi, con un’attenzione particolare al ruolo degli specifici assetti materiali e fisici del nostro paese. Le proposte qui raccolte riguardano strategie territoriali nazionali e temi quali l’abitare, le infrastrutture della vita quotidiana e la mobilità. Tali proposte interpretano il contrasto alle disuguaglianze e il sostegno alla transizione ecologica delle economie e dei territori come due facce di una stessa medaglia, e guardano all’orizzonte degli investimenti che l’Italia si accinge a predisporre anche nel quadro d’azione del programma Next Generation EU.

Recensione di Carlo Salone
A dispetto dell’understatement con cui si presenta all’attenzione di chi legge, il libro in questione costituisce una delle tappe conclusive di un ambizioso e pluriennale programma di ricerca che ha impegnato un cospicuo gruppo di lavoro all’interno del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani (DAStU) del Politecnico di Milano sul tema delle fragilità territoriali.
Nel corso delle sue attività, il gruppo di lavoro sulle fragilità ha incrociato esperienze e soggetti istituzionali attivi in Italia su questioni connesse, dando vita a occasioni fertili di scambio, come nel caso della cooperazione con il Forum Disuguaglianze Diversità che ha condotto all’organizzazione del convegno tenutosi a Milano il 17 e il 18 febbraio 2020, che porta il medesimo titolo del libro.
Tenete a mente le date: di lì a pochi giorni, l’Italia e il mondo si sarebbero asserragliati nelle rigide restrizioni del confinamento imposte dalla pandemia, mostrando vividamente le conseguenze di un imprevedibile choc esterno su una società caratterizzata da persistenti e ingravescenti forme di vulnerabilità e di disuguaglianza. Su questi aspetti, il lavoro paziente del DAStU di analisi e di ulteriore ridefinizione delle proposte politiche sarebbe comunque proseguito anche negli anni della pandemia, come questo libro ben testimonia.
Il testo si avvale di un rilevante numero di autori e autrici che sarebbe troppo lungo e pedante ricordare qui. La struttura del volume è così ripartita: la Parte Prima è dedicata alle strategie territoriali, la Seconda ai patrimoni abitativi, la Terza alle infrastrutture della vita quotidiana e, infine, la Quarta s’incentra sulle reti e i servizi di mobilità. Ogni sezione è poi fittamente articolata in brevi saggi che presentano problemi specifici e le relative proposte di intervento: il tema – di grande successo mediatico – delle aree interne, per esempio, oppure quello dei territori sismici, oppure, ancora, la questione gli ambiti fluviali e del rischio idraulico, o la transizione energetica del patrimonio e l’integrazione dei bonus edilizi in strategie generali di politica territoriale.
Le tematiche sono trattate con un’attenzione analitica e una passione civile che non è frequente trovare in pubblicazioni come questa. Nel tentativo di fornire un quadro valutativo generale del lavoro, mi sembra più utile saltare i singoli saggi brevi per soffermarmi piuttosto sul Capitolo introduttivo, a cura degli autori, e sui due saggi conclusivi, di Fabrizio Barca e Gabriele Pasqui, che offrono l’occasione per una riflessione più trasversale sul valore e il senso di questo vaste programme.
Nel Capitolo iniziale la riflessione muove dalla constatazione che la cultura italiana della pianificazione è stata storicamente caratterizzata da una duplice istanza: da un lato, la funzione di definizione di una griglia spaziale propizia all’infrastrutturazione territoriale; dall’altro, la promozione di un ‘riformismo radicale’ finalizzato al raggiungimento di una maggiore uguaglianza sociale.
Si tratta di un’affermazione condivisibile, la cui portata tuttavia va realisticamente circoscritta ad alcune esperienze paradigmatiche. Infatti, se si escludono alcuni grandi esempi di pianificazione urbana giustamente passati alla storia – il piano di Urbino di De Carlo, il piano di Bergamo di Astengo, quello di Ascoli Piceno di Benevolo, quelli di Siena e Brescia di Bernardo Secchi, o i numerosi lavori seguiti dalla scuola riformista di Giuseppe Campos Venuti nell’Emilia ‘rossa’ – l’urbanistica italiana è stata costellata da una miriade di interventi di pianificazione alla cui coerenza formale rispetto alle legislazioni regionali non ha corrisposto un adeguato sforzo di interpretazione dei processi di urbanizzazione in atto, ma, al contrario, un atteggiamento passivo e prono alle esigenze di valorizzazione della rendita immobiliare.
Al di là di questa puntualizzazione, forse scontata, il lavoro ha il grande merito di ribadire la necessità di una rappresentazione “capace di distinguere diverse Italie lette nella loro unitarietà” (p. 21) per costruire un nuovo immaginario territoriale. Si potrebbe discutere sull’effettiva, radicale novità di tale immaginario, che in realtà si abbevera a una tradizione culturalmente sofisticata ma, certo, non minoritaria: penso a lavori ormai classici come Tre Italie di Bagnasco (Il Mulino, 1977), o alle ricerche sull’industrializzazione senza fratture della scuola anconetana (Fuà e Zacchia, Industrializzazione senza fratture, Il Mulino, 1983). Oppure, per restare in un campo fertile ma sostanzialmente dimenticato negli ultimi anni, alle indagini forse meno sistematiche ma di grande ricchezza interpretativa, come il lavoro su L’Italia emergente e lo sviluppo periferico (Cencini, Dematteis e Menegatti, Angeli, 1983), Il Territorio al plurale di Lanzani (Angeli, 1991) o, infine, il programma di ricerca Itaten, Indagine sulle trasformazioni degli assetti del territorio nazionale, promossa dal Ministero dei Lavori Pubblici tra il 1994-1996.
In ogni caso, le linee portanti delle proposte di intervento contenute nel lavoro disegnano una radicale inversione nell’impostazione seguita negli ultimi vent’anni di politiche ‘territoriali’ (uso le virgolette non per caso): 1) rimettere le disuguaglianze al centro dell’azione di piano; 2) passare dalla modernizzazione alla transizione ecologica; 3) valorizzare le diversità territoriali; 4) pensare per grandi progetti e non per grandi opere ex novo (riassegnando valore d’uso all’enorme patrimonio infrastrutturale prodotto e malamente manutenuto; 5) ripensare e rilanciare il ruolo dello Stato; 6) promuovere una ricerca ‘civile’, “coniugando visioni di futuro e concretezza dell’azione” (p. 31).
Mi rendo conto che questa sintesi estrema non rende affatto giustizia alla complessità delle considerazioni svolte nel volume, anzi, tende a enfatizzarne i toni ‘razional-comprensivi’ che in realtà sono presenti – e come potrebbe essere diversamente in una proposta per la costruzione di una politica territoriale organica? – ma ben equilibrati da consapevolezza critica, dominio della tecnica e sobrietà propositiva.
Mi pare che l’esito complessivo sia quello di un lavoro all’altezza della migliore tradizione politecnica, che coniuga capacità analitica, visione prospettica e impegno civile. Questo è un aspetto fondamentale che viene sottolineato anche nel breve capitolo a firma di Fabrizio Barca, da cui traspare un forte apprezzamento per i ragionamenti, raffinati e concreti a un tempo, che pervadono il volume, e tutta la perplessità invece nei confronti di strumenti come il Piano di Ripresa e Resilienza, che appariva, alla data della pubblicazione del volume, ancora ‘oscuro nei risultati attesi’, e che ancora oggi non pare sottrarsi a questa impressione.
Da ultimo, vorrei fare mia la considerazione che chiude il volume, nelle parole di Gabriele Pasqui: mai come in questo periodo così gravido di esperienze-limite per la società contemporanea, coinvolta in un confronto senza precedenti con l’emergenza climatico-ambientale e quella sanitaria, le cui interconnessioni causali sono evidenti, è parsa evidente la necessità di restituire rilevanza all’azione pubblica, attraverso un’alleanza nuova tra agenzie di produzione della conoscenza ‘utile’ – le Università – e centri dell’azione collettiva – lo Stato.
Per affrontare la natura multidimensionale e intersezionale delle diseguaglianze questa alleanza deve essere capace di affrontare nei territori la sfida dello sviluppo, uscendo una volta per tutte dalla declinazione settoriale delle politiche pubbliche che anche nel contrasto alla recente pandemia ha dimostrato i suoi limiti e le sue debolezze. Non so se questa sfida sarà raccolta, ma intanto questo lavoro è lì a dimostrare che più di un’alternativa è possibile.

Filippo

https://web.uniroma1.it/memotef/users/celata-filippo