Su questo sito segnaliamo nuove uscite di saggi di interesse geografico e alcune delle recensioni a questi saggi pubblicate sulla Rivista Geografica Italiana.

Riabitare l’Italia. Le aree interne tra abbandoni e riconquiste

A cura di: Antonio De Rossi | Editore: Donzelli, 2018 | Recensione di Matteo Puttilli

A dispetto dell’immagine che la vuole strettamente legata a una dimensione urbana, l’Italia è disseminata di “territori del margine”: dal complesso sistema delle valli e delle montagne alpine ai variegati territori della dorsale appenninica, e via via scendendo per la penisola, fino a incontrare tutte quelle zone che il meridionalismo classico aveva indicato come “l’osso” da contrapporre alla “polpa”, e a giungere alle aree arroccate delle due grandi isole mediterranee. Sono gli spazi in cui l’insediamento umano ha conosciuto vecchie e nuove contrazioni; dove il patrimonio abitativo è affetto da crescenti fenomeni di abbandono; dove l’esercizio della cittadinanza si mostra più difficile; dove più si concentrano le diseguaglianze, i disagi. Sommandole tutte, queste aree – “interne”, “fragili”, “in contrazione”, “del margine” -, ammontano a quasi un quarto della popolazione totale, e a più dei due terzi del l’intero territorio italiano. Abbastanza per farne l’oggetto di una grande «questione nazionale». Se non fosse che hanno prevalso altre rappresentazioni: il Sud in perenne “ritardo di sviluppo”; il “triangolo industriale” della modernizzazione fordista; la “terza Italia” dei distretti.

Recensione, di Matteo Puttilli
Riabitare l’Italia è un ricco, corposo e ambizioso volume di geografia in cui i geografi sono quasi assenti. È questa la prima impressione che ho avuto sfogliando, e poi approfondendo, i contenuti dei trenta capitoli, comprese introduzione e conclusioni, che compongono il testo e scorrendo i nomi dei rispettivi autori e autrici. Sulla questione della presunta assenza dei geografi tornerò tra poco. Prima, vorrei soffermarmi sulle ragioni per le quali questo testo è indubbiamente un lavoro geografico, e che alla geografia ha molto da offrire.
Riabitare l’Italia è un testo collettaneo a cura di Antonio De Rossi, esperto di architettura e territorio alpino la cui opera è già stata recensita a più riprese sulla Rivista. L’idea alla base del lavoro è però condivisa da un “comitato di progetto” più ampio, convintamente sostenuto dall’Editore Donzelli, e che si ricongiunge idealmente alle persone coinvolte e alle idee maturate nell’ambito della Strategia Nazionale per le Aree Interne coordinata da Fabrizio Barca, il quale non a caso firma il capitolo che conclude il volume.
L’intento generale del progetto consiste nel tentativo di offrire una rappresentazione del Paese a partire da ciò che succede nei suoi margini, vale a dire centrando l’attenzione sui processi, sulle dinamiche, sulle contraddizioni e sulle esperienze che prendono forma nelle aree interne, nelle terre alte, negli spazi intermedi normalmente posti al di fuori dei discorsi sul futuro del Paese e sulle direttrici del suo sviluppo economico, politico e sociale, perlopiù incentrati sulla dimensione urbana e metropolitana (in quella che nel testo viene efficacemente definita come una metrofilia dello sguardo sul territorio nazionale). Infatti, come viene ribadito sin dall’introduzione: “sommandole tutte, queste aree – «interne», «in contrazione», «del margine», ammontano a quasi un quarto della popolazione totale, e a più di due terzi dell’intero territorio italiano. Abbastanza per farne l’oggetto di una grande questione nazionale” (p. 7).
Riabitare l’Italia è quindi, prima di tutto, un discorso sul tema del margine e della condizione di marginalità: l’obiettivo di “ricentralizzare il margine”, di metterlo cioè al centro di un approfondito esercizio di analisi, decostruzione, ricomposizione e rappresentazione, equivale infatti a mettere in discussione l’associazione tra l’abitare nei margini e subire condizioni necessariamente di svantaggio, di emarginazione e di residualità. Al contrario, l’inversione dello sguardo sulle aree interne consente di riconoscere una trama ricca di ibridazioni, resilienze, innovazioni, rigenerazioni, progettualità (per riprendere i titoli di alcuni capitoli) e più in generale una realtà di territori in movimento molto lontana dallo stereotipo di staticità e arretratezza che solitamente la caratterizza.
Ciò detto, tale ribaltamento dello sguardo non deve cadere nell’eccesso opposto, omettendo di rilevare le difficoltà e le problematiche che comunque tali spazi affrontano in termini di abbandono, accessibilità, sviluppo, disuguaglianza. Gli autori si dimostrano consapevoli di questo rischio e affrontano l’obiettivo di produrre una nuova consapevolezza sui territori marginali con un approccio che si potrebbe definire allo stesso tempo “critico” ed “enciclopedico”, volto cioè a decostruire e ricostruire sguardi e rappresentazioni e al contempo a spaziare tra un vastissimo elenco di ambiti territoriali e tematici: dall’abitare alle infrastrutture, dal settore imprenditoriale al sociale, dall’istruzione alla cittadinanza, dall’identità alla mobilità, e così via.
La struttura dell’opera è organizzata in quattro parti: la prima, intitolata “Verso nuovi atlanti”, ospita tre capitoli di inquadramento generale che sperimentano, attraverso prospettive diverse ma complementari, l’esercizio di leggere la struttura territoriale del Paese a partire dalla caratterizzazione delle aree interne. Sono i capitoli che, in un certo senso, incorporano il senso profondo di tutto il volume. Di particolare interesse sono, in questa parte, i testi a firma di Giovanni Carrosio e Andrea Faccini, i quali tentano di ricostruire una mappatura delle aree interne attraverso la chiave di lettura della cittadinanza e dei diritti civili; e di Arturo Lanzani e Francesco Curci, che avanzano una proposta di classificazione delle stesse aree interne in sei tipologie di “territori fragili”, adottando un approccio attento alle forme e ai processi di trasformazione in atto; la seconda parte, intitolata “Storia e rappresentazioni”, ospita contributi che guardano ai processi che, nel passato più o meno recente, hanno contribuito a strutturare e a de-strutturare le aree interne, sia dal punto di vista territoriale sia dal punto di vista culturale e identitario. Trova spazio in questi capitoli un’esplicita presa di posizione politica che attraversa tutta l’opera, vale a dire una critica nei confronti di un sistema politico-economico che favorisce la concentrazione spaziale della ricchezza e “spolpa l’osso” (per riprendere la metafora utilizzata dal bel testo di Piero Bevilacqua) delle aree interne, con il risultato paradossale per il quale “l’osso della penisola, abbandonato a se stesso, priva il resto del nostro territorio, la polpa che si trova a valle, con il carico demografico, le sue infrastrutture, aziende edifici e manufatti (…) della protezione dai fenomeni meteorici sempre più violenti e caotici che si generano a monte” (p. 121). Molto evocativo, in chiusura di sezione, è il testo a firma di Vito Teti, che propone una lettura “sentimentale” del concetto di luogo incentrata sul tema della nostalgia, come strategia per riappropriarsi del passato e ripensare il futuro dei territori.
La terza parte, intitolata “Persone e trasformazioni”, ospita contributi tematici che danno il senso della vitalità delle aree interne, con una specifica attenzione alla dimensione delle pratiche di chi le abita. Trovano quindi spazio di approfondimento le figure degli imprenditori (Domenico Cersosimo, Antonella Rita Ferrara e Rosanna Nisticò), degli innovatori sociali (Filippo Barbera e Tania Parisi), dei migranti interni (Michele Colucci) e stranieri (Andrea Membretti e Elisa Ravazzoli), dei nuovi abitanti (Filippo Barbera, Joselle Dagnes e Andrea Membretti), per citarne solo alcuni. Altri capitoli si soffermano su questioni “strutturali”, quali l’accessibilità e la mobilità (Andrea Debernardi) o i rapporti tra montagna e città (Giuseppe Dematteis), che danno il senso di come le aree interne non siano territori a sé stanti, ma vivano in una relazione di reciproca interdipendenza (di cui spesso non si ha consapevolezza, come mette in evidenza Dematteis) con l’urbano.
La quarta e ultima parte, “Progetti e politiche”, si apre con un capitolo di rilettura critica dell’esperienza della Strategia Nazionale per le Aree Interne (Sabrina Lucatelli e Filippo Tantillo), per poi percorrere alcune aree d’intervento temi strategiche per lo sviluppo delle aree interne, tra le quali la scuola, la green economy, la questione energetica.
Da questa pur sintetica presentazione dei contenuti del volume e della sua struttura credo si possano ben comprendere i motivi per i quali Riabitare l’Italia è, a tutti gli effetti, un’opera di geografia. Lo è evidentemente nel suo intento generale (costruire una geografia del Paese da una prospettiva “alternativa” e place-based) così come nei temi sopra descritti, ma lo è anche, e forse soprattutto, nel linguaggio, inteso sia in senso stretto come lessico sia in senso più metaforico come insieme di strumenti di rappresentazione. Il volume ricorre ampiamente a un vocabolario geografico al fine di presentare i suoi intenti e di parlare dei suoi contenuti: la necessità di comporre e costruire atlanti, mappe, immagini, cartografie, immaginari, discorsi, rappresentazioni, narrazioni, e così via, è continuamente evocata e praticata. Lo stesso concetto di geografia è richiamato in termini letterali, più volte, nel testo. È inoltre un’opera fortemente “visuale”, in cui le carte, le fotografie e più in generale le rappresentazioni spaziali non si limitano ad assolvere a un ruolo descrittivo, ma hanno valore euristico, analitico e interpretativo. È infine un testo geografico anche nei riferimenti culturali: tra le poche citazioni presenti nell’introduzione a cura di De Rossi figura Lucio Gambi, richiamato come precursore – pur in un contesto differente – di un approccio incentrato sui territori interni. Geografi spesso figurano tra i riferimenti bibliografici dei singoli capitoli.
Torniamo quindi al punto evocato all’inizio di questo testo. A parte alcune firme, tra le quali quella di Giuseppe Dematteis, è difficile non sorprendersi dello spazio comunque limitato che i geografi e le geografe hanno in un progetto così intriso di geografia e dai contenuti così geografici. Una simile constatazione evoca una questione più ampia, che trascende naturalmente la genesi e le scelte contingenti legate alla composizione di quest’opera e che ci interroga in quanto geografi su almeno due temi che ritengo cruciali. Da un lato, la constatazione di una simile “assenza” ha il sapore di un’occasione persa. Nonostante siano molti e molte i geografi e le geografe che si interessano di temi legati alle aree interne (tra i quali vi è anche chi scrive), un’opera così ambiziosa e rilevante, credo anche in termini di incisività sul discorso e sul dibattito pubblico, ci spinge a riflettere sulla nostra capacità di produrre e confrontarci su rappresentazioni di altrettanto ampio respiro. Non si tratta di rivendicare la paternità su alcuni temi in quanto geografi; al contrario, si tratta della capacità di prendere posizione e partecipare come geografi al confronto su questioni territoriali strategiche, anche attraverso lavori che abbiano l’ambizione di costruire e affermare rappresentazioni comprensive e incisive.
Dall’altro lato, e in modo solo apparentemente paradossale, ci porta a riflettere sull’incredibile pervasività della geografia intorno a noi: per accorgersene non è necessario occuparsi della rubrica Recensioni per questa Rivista (compito che costituisce in tal senso un osservatorio alquanto privilegiato), ma è sufficiente entrare in una qualsiasi libreria, e scoprire quanto l’offerta di saggistica sia oggi traboccante di testi di geografia, sebbene non scritti da geografi in senso strettamente accademico e disciplinare. Credo che questa proliferazione risponda a una domanda sociale, oggi fortissima, di geografia intesa come panoplia di strumenti per comprendere una realtà sempre più complessa e imprevedibile. Anche questa domanda, che oggi espande considerevolmente i confini di che cosa si debba intendere come geografia, ci spinge necessariamente a riflettere sulla nostra capacità (e sull’opportunità) di essere visibili e riconoscibili in quanto geografi

 

Filippo

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