Rallentare. La fine della grande accelerazione e perché è un bene

Di: Danny Dorling | Editore: Raffaele Cortina, 2021

A dispetto di quel che potete pensare, il progresso dell’umanità sta rallentando sin dall’inizio degli anni Settanta. I tassi di natalità e produttività sono scesi durante le ultime generazioni, e con essi, fatto sorprendente, anche il ritmo dell’innovazione tecnologica. Ma è davvero un problema? Danny Dorling, mentre sostiene che i rapidi passi in avanti del recente passato hanno portato alla guerra su ampia scala e a una mostruosa disuguaglianza, accoglie con favore l’attuale rallentamento in quanto periodo pieno di promesse e in quanto avanzamento verso la stabilità. Nel suo stimolante nuovo saggio, Dorling mostra come la nuova era della decelerazione ci regali l’occasione di stabilizzare l’economia, aumentare l’uguaglianza e imporre un freno a ulteriori danni ambientali. Non stiamo andando verso l’utopia, sostiene l’autore, però potremmo finire per vivere una vita migliore.

Recensione di Daniele Vignoli
In Rallentare (Slowdown nella versione originale), il geografo sociale Danny Dorling sfida l’idea che stiamo vivendo un’era di grande accelerazione demografica, economica e tecnologica, proponendo invece una tesi netta a favore dell’inevitabilità e desiderabilità della decelerazione. Pubblicato nel bel mezzo di una pandemia globale caratterizzata dalla narrazione dominante di una crisi sanitaria ed economica senza precedenti, il libro di Dorling offre una visione ottimistica del futuro, con l’umanità che avanzerà verso un’era di pace e stabilità, e una nuova demografia senza tensioni tra le diverse generazioni. Rallentare è un volume semplice e accessibile da parte di lettori più o meno esperti, oltre ad essere arricchito e intervallato da rappresentazioni grafiche originali. Come demografo, un apprezzamento particolare va anche alla traduzione di Giancarlo Carlotti, che ha utilizzato i termini demografici presentati nel volume in maniera impeccabile. Ad esempio, in inglese la parola fertility è l’equivalente della parola italiana ‘fecondità’ mentre la parola inglese fecundity è la traduzione di ‘fertilità’. C’è quindi un’inversione quando si passa dall’inglese all’italiano in cui la traduzione di Carlotti non cade.
Rallentare presenta molte argomentazioni a favore di un futuro dove la pressione della popolazione sulle risorse si sarà placata, l’ambiente sarà tutelato, le disuguaglianze socioeconomiche ridotte e l’economia stabile. La tesi centrale di Dorling è che viviamo all’ombra dell’era della grande accelerazione: un periodo di progresso e instabilità senza precedenti che ha anticipato la nascita del capitalismo e dei progressi tecnologici. La grande accelerazione iniziò con la ‘scoperta’ del ‘Nuovo Mondo’ nel 1492 sotto la spinta impetuosa di tre forze decisive: crescita tecnologica, crescita economica e crescita demografica. È il rallentamento della spinta di queste tre forze che Dorling pone al centro del suo ragionamento. La chiave temporale dell’analisi di Darling è l’ottica generazionale, perché “un decennio è una scala temporale troppo breve e anche troppo arbitraria” (p. 283). La prospettiva dei percorsi di vita nell’esperienza delle diverse generazioni è invece fondamentale per la comprensione del mutamento sociale. I percorsi tracciati, la loro durata, la sequenza degli eventi che li caratterizzano, le difficoltà eventualmente intervenute in questi tragitti, determinano le condizioni specifiche degli individui e permettono di cogliere la complessità della realtà che ci circonda.
Leggendo il libro non mancano le sorprese e le argomentazioni proposte fanno spesso riflettere criticamente su alcune narrazioni dominanti sul futuro. Uno shock per molti lettori sarà la tesi secondo la quale il ritmo del progresso tecnologico rallenterà considerevolmente e che “non c’è motivo di credere che la produzione dei dati possa solo crescere” (p. 97). Un passaggio chiave, e certamente stimolante, è quando viene gettata acqua fredda sull’entusiasmo dei sostenitori della Silicon Valley. La magia digitale del ventunesimo secolo, sebbene certamente rilevante, non può essere paragonata all’ondata di innovazioni della fine del diciannovesimo e dell’inizio del ventesimo secolo. Utilizzando un’efficace chiave di lettura generazionale scrive Dorling: “A proposito di informazione e tecnologia, i miei figli hanno a disposizione ben poco che sia molto diverso da quello di cui disponevo io da bambino. […] Tutto per i miei figli è più comodo e funziona molto meglio, ma non sono stati i primi a poter mandare una e-mail o fare una telefonata in piena campagna… io sì” (p. 123). Inoltre, rimandando al suo sito web per maggiori approfondimenti (www.dannydorling.org), l’autore segnala di non aver individuato alcuna serie temporale concernente la produzione di nuovi dati che stia ancora crescendo esponenzialmente.
Certo, molte delle tesi del libro potrebbero essere viste come utopie, soprattutto le visioni straordinariamente ottimistiche su disuguaglianze e ambiente. Forse la manifestazione meno controversa del rallentamento è il calo dell’espansione demografica. Ma anche in questo caso non mancano le ombre. I tassi di fecondità mondiali sono scesi da 5,4 negli anni Sessanta del Novecento a 2,3 negli anni più recenti. Ma l’eterogeneità tra paesi è impressionante. Il World Population Data Sheet fornisce dati oggettivi e un’analisi precisa della situazione demografica del pianeta: 43 paesi hanno fecondità maggiore o uguale a 4 figli per donna; 30 paesi tra 2,6 e 3,9; 62 paesi tra 1,5 e 2,5; e 22 paesi inferiore a 1,5. Molti Paesi dell’Africa subsahariana e dell’Asia continuano a registrare una rapida crescita della popolazione con tassi di fecondità molto alti. Il Niger ha il più alto tasso (7,1 nascite medie per ogni donna), seguito dal Mali (6,3) e dalla Repubblica Democratica del Congo (6,2). L’Africa subsahariana ha la popolazione più giovane del mondo, con il 43% dei suoi abitanti di età inferiore ai 15 anni; una popolazione che quindi sarà estremamente fertile anche nei prossimi anni. La popolazione di 25 Paesi almeno raddoppierà tra il 2020 e il 2050; tra questi Angola e Benin dovrebbero crescere di almeno il 150% rispetto alla loro popolazione attuale, mentre la popolazione del Niger aumenterà di quasi il 175%. In sintesi, prevedere il futuro demografico del mondo non è scontato, e per alcune aree un grande azzardo. Basti pensare al continente africano, ad oggi una vera polveriera demografica, dove coesistono popolazioni in cui la fecondità muta rapidamente e popolazioni in cui la fecondità rimane inchiodata su livelli (molto) alti.
Nei paesi più ricchi la fecondità è stata stimata dalla World Bank intorno a 1,6 figli per donna nel 2019. D’altro canto, per questi paesi non possiamo non domandarci se la diminuzione della fecondità sia davvero un bene. Nel libro si sostiene che questo è un segno di progresso: la contrazione della fecondità è il risultato di una maggiore prosperità, istruzione e emancipazione femminile. Scrive Dorling: “tutto è cambiato a tal punto che scegliere di non avere figli, o di averne solo uno, è per la maggior parte delle donne del mondo altrettanto facile, se non di più, che averne due” (p. 192). Tale passaggio è però controverso: spesso infatti fare pochi figli non è una scelta, ma una costrizione, e quindi non certo una conseguenza ‘desiderabile’ del progresso. Lo stesso Dorling è ben consapevole di questo aspetto che – sebbene non approfondito in Rallentare – è invece ampiamente discusso in un altro libro di Dorling (scritto assieme a Stuart Gietel-Basten) dal titolo What Demography Matters edito dai tipi di Polity nel 2018. In What Demography Matters viene ricordato che il desiderio di due figli è rimasto sorprendentemente stabile nel tempo: è simile per uomini e donne, un po’ superiore ai due figli fino a 25 anni, poi scende negli anni più fecondi, per risalire di nuovo sopra i due alla fine del periodo riproduttivo. Come hanno osservato i demografi Sobotka e Beaujouan in uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale Population and Development Review (40, 3, 2014) analizzando un gran numero di sondaggi dal 1979 al 2012, sembra che in nessun paese europeo, né tantomeno nei paesi dell’Asia dell’Est, ci sia un calo fra le generazioni della dimensione media ideale della famiglia. Non a caso tale studio si intitola Two is best?, proprio enfatizzando la stabilità tra le generazioni del desiderio di due figli. Se a fronte del desiderio di due figli, la fecondità dei paesi più ricchi è mediamente molto più bassa (1,6), vuol dire che esistono barriere economiche, culturali e politiche che impediscono la piena realizzazione dei desideri procreativi delle popolazioni. Tali barriere non possono che essere valutate negativamente. Inoltre, immaginando un futuro senza (troppe) disuguaglianze socioeconomiche, gli ostacoli al raggiungimento della fecondità desiderata potrebbero cadere, e poiché il numero desiderato di figli è, e probabilmente rimarrà, intorno a due figli per donna in media, allora anche la fecondità dei paesi ricchi potrebbe tornare a crescere, così come la loro popolazione. Contraddicendo quindi la tesi di Dorling.
In conclusione, se Rallentare può essere considerato eccessivamente ottimista in alcune delle sue previsioni, gli argomenti sono perspicaci e interessanti. In un periodo storico in cui siamo ancora immersi nel disastro della pandemia di Covid-19 e delle sue conseguenze psicologiche, demografiche, economiche e sociali – e, probabilmente, lo saremo anche nei prossimi mesi e anni – Rallentare presenta ai lettori una visione di speranza, nella quale la tempesta alla fine si placherà e l’umanità avanzerà verso un’era di pace e stabilità. La lettura di questo libro è quindi consigliata a tutti, perché provare ad immaginare il nuovo volto della società post-pandemica rappresenta un esercizio sfidante, sorprendente e proattivo.

Filippo

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