Su questo sito segnaliamo nuove uscite di saggi di interesse geografico e alcune delle recensioni a questi saggi pubblicate sulla Rivista Geografica Italiana.

Object-Oriented Cartography. Maps as Things

Di: Tania Rossetto | Editore: Routledge, 2019

Object-Oriented Cartography provides an innovative perspective on the changing nature of maps and cartographic study. Through a renewed theoretical reading of contemporary cartography, this book acknowledges the shifted interest from cartographic representation to mapping practice and proposes an alternative consideration of the ‘thingness’ of maps.
Rather than asking how maps map onto reality, it explores the possibilities of a speculative-realist map theory by bringing cartographic objects to the foreground. Through a pragmatic perspective, this book focuses on both digital and nondigital maps and establishes an unprecedented dialogue between the field of map studies and object-oriented ontology. This dialogue is carried out through a series of reflections and case studies involving aesthetics and technology, ethnography and image theory, and narrative and photography.
Proposing methods to further develop this kind of cartographic research, this book will be invaluable reading for researchers and graduate students in the fields of Cartography and Geohumanities.

Recensione (Laura Lo Presti)
Che le mappe siano delle cose, come suggerisce il sottotitolo di questo libro e, quindi, degli oggetti, degli strumenti, delle immagini, dei materiali che coabitano e interferiscono tanto con la vita del geografo quanto di un utente ordinario potrebbe sembrare un truismo. Ma guardando all’eredità della geografia critica e culturale sia nazionale che internazionale – intrisa del potere delle rappresentazioni, delle metafore e delle ideologie – il senso immediato e contingente della materialità e della coseità delle mappe potrebbe non apparire così intuitivo.
Object-Oriented Cartography: Maps as Things di Tania Rossetto, edito dai tipi di Routledge (2019), nasce infatti da un senso di “sofferenza” nei confronti della critica radicale delle rappresentazioni geografiche e dal clima di sfiducia nei confronti delle mappe che questa ha generato (pp. 1-5). Trova però una cura all’eccessiva ed estenuante demistificazione dell’idea-carta nell’istante in cui sottrae la mappa al regno della “Ragione Cartografica” per riportarla entro la consistenza materiale della cosa-mappa. Il distacco da uno scavo interpretativo e politico della rappresentazione cartografica in favore di una postura teorica realista-speculativa implica e rivendica tutta una serie di ri-considerazioni, intrecci, metodi e scenografie a cui un approccio meramente decostruttivo, così come è inteso dalla studiosa, non avrebbe potuto acconsentire. Nei tessuti e nelle incrostazioni di un’ecologia più profana, dimessa e quotidiana, fatta di incontri estemporanei con le carte e con gli oggetti cartografici che si presentano sotto forma di mappe e di atlanti, tazze da caffè, dipinti, smartphone, fotografie, oggetti cinematografici, pannelli, mosaici, loghi, la mappa non è più letta in un senso monistico, cioè come archetipo dell’episteme occidentale e principio ordinatore dello spazio, ma si scompone in una accecante pluralità. Le mappe si riscoprono, cioè, come “immagini tra altre immagini, oggetti visuali tra altri oggetti visuali e cose tra le altre cose” (p. 7; trad. dell’autrice).
Per capire a fondo l’affascinante impalcatura teorica del libro e il geniale sforzo concettuale compiuto dalla studiosa bisogna infatti mostrare una certa sintonia con i risvolti più materialistici che hanno coinvolto gli studi visuali e letterari, ma ancor più condividere i recenti sviluppi filosofici della cosiddetta ontologia orientata agli oggetti (OOO). L’OOO chiede di portare la vita degli oggetti in primo piano e di ripensarne la realtà da una prospettiva decentrata, accettando la presenza di una natura animata delle cose e persino conoscibile nella sua autonomia dal soggetto. Il termine è stato coniato da Bryant nel 2009 e in seguito rivisitato da Harman (2011; 2018). Ma anche autori come Bogost (2012) e Morton (2013) hanno espresso una propria posizione sulla nuova corrente e, per molti versi, il postumanismo e il nuovo materialismo costituiscono ulteriori appendici di questa emergente risposta alla chiamata delle cose. Ci ritroviamo, però, dinanzi a un pensiero ancora estraneo alla filosofia italiana. La object-oriented onthology non ha infatti riscosso molti adepti in Italia, se non nella versione più temperata del realismo positivo di Ferraris (2013), così come in generale nella filosofia continentale, che spesso diffida dal pragmatismo e dall’empirismo di area anglofona. Leggendo il libro, si ha la sensazione che Rossetto si lasci guidare proprio dagli effetti pragmatici del nuovo paradigma filosofico, cercando di sottrarsi però alle contraddizioni e alle aporie generate da un’adesione accolita al pensiero della vitalità oggettuale nonché ad una sua traduzione, in chiave epistemologica, nel mondo delle mappe e degli studi cartografici. Infatti, se per quanto riguarda il regno vegetale, animale e minerale è possibile pensare ad un’organicità, ad un’autonomia e ad un’esistenza irriducibile delle cose rispetto all’umano, è invece necessaria una certa dose di speculazione e di immaginazione – una sorta di patto narrativo – per credere che anche le mappe possano essere considerate dei quasi-soggetti, che interagiscono (o si ritraggono) in diverse forme di relazione con gli attori umani.
Partendo da alcune riflessioni della sottoscritta (Lo Presti, 2017), Rossetto riconosce in realtà che diverse funzioni prosopopeiche delle mappe erano già state avanzate dai geografi durante la stagione postmoderna. In questo contesto, la carta è stata presentata come una figura proteiforme capace di controllare e comandare le azioni umane nello spazio, portando in secondo piano l’idea che le mappe siano in realtà “animate” dagli attori che interagiscono con esse. A sollevare in maniera preoccupante questo aspetto è, ad esempio, Harley quando sostiene che: “attraverso il suo potere o la sua logica interna anche la mappa ci controlla. Siamo prigionieri nella sua matrice spaziale” (1989, p. 85; trad. dell’autrice). Se il potere performativo e ontologico delle carte era stato precedentemente teorizzato, lo slancio compiuto da Rossetto consiste però nel fornire alle mappe un antropomorfismo reale, non più metaforico, e nel sapere accogliere la vivificazione degli oggetti cartografici con un atteggiamento ottimista e gioioso, intimo e affettivo, senza condurre l’analisi delle carte in un clima di denuncia e di sospetto. In tal modo la geografa riempie un vuoto teorico e bibliografico all’interno della critica cartografica e per seguire il suo viaggio di riscoperta delle molteplici vite delle mappe, due concetti sviluppati nella teoria dell’oggetto quadruplo di Harman (2011) risulteranno utili al lettore. Harman sostiene che bisogna distinguere l’oggetto sensibile dall’oggetto reale. Se il primo definisce l’oggetto intenzionato dalla coscienza, conoscibile dal soggetto nel momento dell’interazione, il secondo invece designa mutamenti ed esperienze di un oggetto che avvengono fuori da possibili relazioni con l’agente umano. Quest’ultima prospettiva riconosce un’esistenza alla cosa in sé, un agire autonomo, che si sviluppa senza necessariamente costituirsi in una forma di correlazione. Dal momento che Rossetto riconosce non solo i limiti dell’approccio socio-costruttivista ma anche alcune possibili derive del pensiero postumano, nel libro assistiamo ad una concrezione dei due aspetti, in cui l’esperienza e la contemplazione delle varie entità cartografiche incontrate dalla geografa avvengono sia in un contesto di interdipendenza (oggettività sensibile) sia lasciandosi investire da azioni, sensazioni, movimenti, assemblaggi che le mappe producono senza davvero entrare in contatto con il soggetto, ma permanendo in uno stato di mera co-presenza o in un atteggiamento di beffarda indifferenza (oggettività reale). Rossetto infatti sollecita il lettore con una serie di domande: “Le mappe sono completamente accessibili a noi? Le mappe esistono solo per noi? Le mappe dipendono da noi? Le mappe hanno una vita propria? Cosa provano le mappe? Cosa direbbero le mappe se potessero parlare?” (p. 26; trad. dell’autrice). E nel tentativo di fornire delle risposte, l’inventiva e la padronanza del tema da parte della geografa consistono, non nell’indugiare in una fase meramente interpretativa, ma nell’elaborare delle metodologie e degli specifici casi di studio che rendano evidenti e praticabili le congetture della filosofia materialista. In tal senso, gli undici capitoli del libro sono strutturati come brevi ma densi interventi che alternano ricostruzioni teoriche (il dibattito sull’OOO, le relazioni tra l’OOO e gli studi cartografici, gli studi letterari e visuali) a scenari esplicativi, spesso auto-etnografici, in cui l’autrice sperimenta metodi estetici, narrativi e creativi, ricavati da altri contesti disciplinari e trasposti in modo innovativo nel campo della geografia. Ad esempio, nel quinto capitolo, la geografa si cimenta nell’uso del photo-essay, in grado di cogliere sia il ruolo scenico delle mappe (mapscapes) che dei cartefatti (oggetti che riproducono texture cartografiche ma che non hanno una funzione di orientamento) nella sua vita quotidiana. Nel settimo, Rossetto assume il punto di vista di una mappa dell’Europa (Fonteuropa), facendola parlare, adoperando il metodo letterario della narrazione non-umana che porta con sé empatia e straniamento. Nel nono capitolo vengono proposte quattro memorie cartografiche di geografi, artisti e cartografi in cui ognuno discute il rapporto con le proprie mappe, animandole attraverso diverse tecniche narrative. Nell’undicesimo capitolo, l’autrice sfrutta anche il metodo della repeat photography per cogliere i mutamenti organici e la caducità materiale delle mappe. Vi sono tanti altri casi di studio efficacissimi ed originali a cui questo breve testo non può adeguatamente rendere merito.
A livello epistemologico, anche se non discusso esplicitamente dalla geografa, si assiste ad un cambiamento di postura, che dall’inclinazione del soggetto verso l’oggetto, peculiare del protagonismo ermeneutico della decostruzione, si sposta verso la dimensione antigerarchica della flatness (Harman, 2018), in cui l’autrice considera sé stessa un oggetto tra gli oggetti, e le mappe soggetti tra i soggetti. In tal senso, il libro offre degli spunti avvincenti sia nel ricordare al critico i limiti delle proprie interpretazioni, che dipendono proprio dalla resistenza esercitata dalla materia, che nello stimolare la sua creatività, spingendolo a immaginare nuovi metodi e spazi per riconoscere le forze e le energie che gli oggetti geografici potrebbero rivelare. In definitiva, adottando un atteggiamento post-critico e vitalistico-materialista, Rossetto si fa portavoce di un programma di ricerca alternativo in cui viene articolato un pensiero collaterale della critica cartografica. Questo non si concentra né sul valore di verità né sulla politica della rappresentazione cartografica ma sul valore d’uso e sulla densa e organica esistenza delle mappe, con l’obiettivo di “rendere giustizia ad ogni oggetto cartografico” (p. 140; trad. dell’autrice).
Come ultima considerazione, si potrebbe sostenere che l’aspirazione ad un senso democratico di giustizia teorica nei confronti degli oggetti cartografici dovrebbe stimolarci a riconsiderare da una nuova angolatura anche le molteplici materialità politiche delle mappe proprio perché queste sono parte della nostra vita sociale e culturale. E, allora, cosa guadagneremmo nell’applicare lo stesso senso di contingenza, di attenzione al quotidiano, di accettazione dell’autonomia degli oggetti, di curiosità nei confronti della complessa superficie materiale delle cose, di interesse sui fallimenti delle mappe e non solo sui loro poteri, di dispiegamento dei processi e delle pratiche cartografiche nel terreno della teoria critica e politica? Quali potrebbero essere i nuovi campi di indagine e le cassette degli attrezzi di una cartografia “critica” orientata agli oggetti, in cui ci si pone alla scoperta delle mappe come “cose” e non come mere “rappresentazioni” della politica? 

Bogost I., Alien Phenomenology or What It’s Like to Be a Thing, Minneapolis, MN, University of Minnesota Press, 2012.
Bryant L. R., Onto-Cartography: An Ontology of Machines and Media, Edinburgh, Edinburgh University Press, 2014.
Ferraris M., Realismo Positivo, Torino, Rosenberg & Sellier, 2013.
Harley J. B., “Historical Geography and the Cartographic Illusion,” Journal of Historical Geography 15, 1989, n.1, pp. 80-91.
Harman G., The Quadruple Object, Winchester and Washington, DC, Zero Books, 2011.
Harman G., Object-Oriented Ontology: A New Theory of Everything, London, Pelican Books, 2018.
Lo Presti L., (Un)Exhausted Cartographies: Re-Living the Visuality, Aesthetics and Politics in Contemporary Mapping Theories and Practices, Tesi di dottorato, Palermo, Università degli Studi di Palermo, 2017.
Morton T., Realist Magic: Objects, Ontology, Causality, Ann Harbor, MI, Open Humanities Press, 2013.

Filippo

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