Montagne di mezzo. Una nuova geografia

Di: Mauro Varotto | Editore: Einaudi, 2020

Il Novecento ha portato a compimento nella montagna italiana il disegno della modernità. Abbandono e marginalità diffusi da una parte, divertissement turistico dall’altra hanno scavato divari territoriali profondi che richiedono oggi di essere ripensati. Obiettivo di questo libro è uscire da tale schema, puntando l’attenzione sui fenomeni sempre più diffusi di ritorno alle «terre alte» e inquadrandoli entro un’inedita cornice. Luoghi apparentemente perdenti sono tornati infatti al centro di movimenti di «nuova resistenza» ai modelli dominanti di standardizzazione, specializzazione e intensificazione produttiva che hanno decretato la crisi della montagna contemporanea o le sue effimere fortune. “Montagne di mezzo” traccia cosí i contorni di un’idea nuova di territorio, diversa da quella tuttora dominante nei media e nell’opinione pubblica, propone un alfabeto per dare valore a realtà minori, in posizione intermedia tra vette celebrate e fondivalle congestionati. Le montagne di mezzo non sono solo una realtà altimetrica, bensí luoghi che tengono insieme passato e futuro, rilanciando un’idea di abitare che concilia istanze climatiche sempre più stringenti, nuove energie sociali e modelli virtuosi di gestione e sviluppo della montagna.

Recensione di Giacomo Pettenati
Il paesaggio rurale e montano è uno dei principali oggetti su cui da tempo si concentra l’importante attività di ricerca sul territorio alpino di Mauro Varotto, presso l’Università di Padova e come coordinatore del Gruppo Terre Alte del Comitato Scientifico del Club Alpino Italiano. Coerentemente, il suo ultimo libro si apre con un’immagine fortemente paesaggistica, simbolica degli sguardi oggi dominanti sulla montagna contemporanea, dalla quale il libro sviluppa la proposta di uno sguardo nuovo, rivolto a un ambito territoriale specifico: quello delle montagne che Varotto definisce “di mezzo”.
L’immagine è quella di una panchina collocata in una piazzola al bordo della strada che percorre uno dei versanti del Canale di Brenta, sulle Prealpi Venete. La panchina, rivolta verso il fondovalle, è posizionata in modo tale che chi ci si siede volti le spalle al versante terrazzato della valle e alle centinaia di chilometri di muri a secco, che per secoli hanno sostenuto le coltivazioni, soprattutto di tabacco. La panchina, oggi distrutta, può rappresentare secondo l’autore il simbolo di tre paradossi che caratterizzano la montagna rappresentata, trasformata e consumata dalla modernità: l’invisibilità di alcune sue aree, dimenticate dal discorso pubblico perché poco montuose, anche se fortemente montane; il superamento dell’homo videns, che si approccia alla montagna come sfondo pittoresco, sull’homo vivens, che per secoli ha abitato e trasformato quei territori; infine, l’incapacità della società e della politica di vedere un futuro in risorse percepite come lascito del passato, come i terrazzamenti a cui la panchina volta le spalle, e che invece possono costituire una risorsa fondamentale per nuove traiettorie territoriali.
Partendo da quest’immagine, che anticipa molti dei temi discussi nel volume, Varotto si propone di analizzare la montagna intermedia italiana, decostruendo gli stereotipi e le semplificazioni sulle terre alte, che nascondono all’interno del dibattito l’importanza della media e bassa montagna, che pur in Italia rappresenta – se consideriamo le aree comprese tra i 600 e i 1.500 m. slm – quasi un quarto del territorio nazionale (p.8). L’obiettivo dichiarato è quello di una “rialfabetizzazione alla montagna” (Tarpino, 2016, citata a p. XIV), attraverso dieci temi-chiave (misura, confine, stereotipi, scarti e abbandoni, wilderness, terrazzamenti, cibo, acque, associazionismo alpino, abitare), ritenuti fondamentali per proporre una nuova rappresentazione delle medie montagne italiane.
Al centro del primo dei dieci capitoli tematici in cui si struttura il volume si trova la definizione altimetrica e concettuale del suo oggetto – la montagna di mezzo – area in cui si concentra la storia del popolamento alpino e del suo rapporto con le risorse ambientali, nonostante le rappresentazioni diffuse sulla montagna evochino quasi sempre immagini riferite alle alte quote, storicamente quasi disabitate per gran parte dell’anno. La chiave del percorso di (ri-)costruzione di un nuovo sguardo sulla media montagna si trova, secondo l’autore, nella già citata distinzione tra montuosità, fisica e morfologica, e montanità, antropologica, sociale ed economica.
Lungo tutto il testo si decostruiscono e ricostruiscono le rappresentazioni sociali, culturali e politiche della montagna contemporanea. Il tema è esploso nel terzo capitolo, dedicato agli stereotipi alpini, dal forte valore performativo (“il territorio montano si conforma all’immagine di sé”, p. 40), che banalizzano la complessità territoriale, riducendola alla ripetizione di pochi caratteri distintivi, che Varotto analizza a partire dal ruolo della presenza umana in quota all’interno di queste rappresentazioni. Ci sono quindi stereotipi “dello svuotamento” (p.42), che rappresentano una montagna svuotata di persone, di funzioni e di complessità, come luogo di purezza, come santuario della natura, da proteggere attraverso le politiche di conservazione ambientale o paesaggistica e da “vendere”, associandolo fittiziamente alla qualità dei prodotti alimentari o delle acque minerali (come viene argomentato nei capitoli 7 e 8). Complementari ai primi, sono gli stereotipi “del riempimento” (p.45), nei quali a riempire la montagna non sono gli abitanti e le funzioni reali, bensì quelli rappresentati come compatibili con un’idea della montagna come spazio vuoto monofunzionale, che diventa sfondo di una fruizione turistica descritta come colonizzatrice e “declinata nei termini di un inseguimento di simboli semplificati e predefiniti” (p.48).
Alla decostruzione critica di queste rappresentazioni semplificatrici, il testo affianca una importante pars construens, che si articola in tre elementi a partire dai quali ci si possa discostare da visioni distorte delle terre alte: alla semplificazione di una visione monofunzionale della montagna, l’autore suggerisce di sostituire la “consapevolezza della specificità e complessità degli ambienti alpini” (p.49); alla estraneità dello sguardo urbano, che guida le rappresentazioni dominanti, integrare molteplici sguardi costruiti dall’interno delle aree di montagna; alla “reiteratività di comportamenti compulsivi e massificati” (p.51), sostituire una varietà di funzioni, immagini e pratiche fondate sulle caratteristiche dei singoli luoghi.
Fin da queste indicazioni, contenute nei primi capitoli, traspare la duplice natura del testo. La rigorosa analisi dei processi territoriali che caratterizzano le montagne di mezzo è intrecciata, infatti, con un chiaro slancio politico. Oltre a offrire importanti informazioni riguardo ad alcuni elementi chiave della contemporaneità montana, soprattutto alpina, il libro ambisce a essere una sorta di manifesto per proporre e praticare un’idea nuova di montagna, come emerge chiaramente dall’ultimo capitolo, che elenca dieci punti sui quali fondare una nuova attenzione, culturale e politica, nei confronti delle terre (mediamente) alte. Giocando sulle molteplici possibili sfumature del concetto di “montagne di mezzo”, l’elemento che collega gli ingredienti della ricetta proposta da Varotto è proprio quello della montagna come luogo di medietas, non solo altimetrica, ma intesa come “mediazione e coesistenza di funzioni e istanze diverse, partendo da una interpretazione polisemica e polifunzionale di spazi e risorse” (p.165), che sostituisca la dominante visione monofunzionale della montagna, di provenienza urbana, industriale e capitalistica.
Nel suo combinare l’analisi del territorio con la formulazione di proposte per nuovi sguardi e nuove pratiche di gestione, rappresentazione e frequentazione delle terre alte, il libro aggiunge un importante tassello al nutrito recente dibattito sul ri-abitare le aree interne italiane (si vedano, tra gli altri, Riabitare l’Italia, a cura di Antonio De Rossi, Donzelli, 2018 e Manifesto per ri-abitare l’Italia, a cura di Domenico Cersosimo e Carmine Donzelli, Donzelli, 2020), che arricchisce con una specifica prospettiva disciplinare (la geografia) e geografica (la montagna intermedia). Secondo Varotto, infatti, le montagne di mezzo sono storicamente sempre state le montagne abitate per eccellenza e, a partire da nuove rappresentazioni culturali, normative e politiche, possono tornare a essere luoghi in cui vecchi e nuovi montanari mettano in pratica i propri progetti di vita e di lavoro, facendone “il baricentro di un nuovo modello di sviluppo locale, inclusivo e comunitario (…) anche in risposta alle sfide della crisi climatica planetaria” (p.164).

Filippo

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