Maxwell Street. Writing and Thinking Place

Di: Tim Cresswell | Editore: University of Chicago Press, 2019

What is the nature of place, and how does one undertake to write about it? To answer these questions, geographer and poet Tim Cresswell looks to Chicago’s iconic Maxwell Street Market area. Cresswell advocates approaching the study of place as an “assemblage” of things, meanings, and practices. He models this innovative approach through a montage format that exposes the different types of texts—primary, secondary, and photographic sources—that have attempted to capture the essence of the area. Cresswell studies his historical sources just as he explores the different elements of Maxwell Street—exposing them layer by layer. Brilliantly interweaving words and images, Maxwell Street sheds light on a historic Chicago neighborhood and offers a new model for how to write about place that will interest anyone in the fields of geography, urban studies, or cultural history.

Recensione (Panos Bourlessas)
Dagli anni Settanta in poi, un certo sapere umanistico, da Yi-Fu Tuan a Edward Relph e da Robert Sack a Jeff Malpas, ha contribuito a contestualizzare la centralità del luogo (in inglese place) distinguendolo dallo spazio, indicando con il primo termine un punto specifico e significativo dentro la vastità e l’astrazione del secondo. Ciò nonostante, anche se varie tradizioni epistemologiche come ad esempio quella neo-Marxista e quella post-strutturalista continuano a proporre nuove concettualizzazioni dello “spazio”, quella di “luogo” pare che rimanga una concezione quasi monolitica. L’approccio umanistico, adottato tendenzialmente da coloro che la prediligono, presenta alcuni limiti metodologici e epistemologici che discendono da un eccesso di attenzione posto sull’esperienza umana, che spesso si traduce in una sua universalizzazione. La critica ha messo anche in evidenza la propensione dell’approccio umanistico ad ignorare le varie forze di potere (legate, per esempio, alle dinamiche di genere). Questi due aspetti hanno probabilmente impedito agli studiosi del luogo di farne avanzare il concetto. Un’eccezione è rappresentata dal geografo e poeta Tim Cresswell che, dopo due libri introduttivi (nel 2004 e nel 2014), ritorna sul “luogo” con un resoconto aggiornato e decisamente completo.
In Maxwell Street. Writing and Thinking Place, Cresswell muove dalla suddetta eredità umanistica per andarvi oltre e per proporre nuove vie di concettualizzazione geografica. E realizza questo suo scopo non solo attraverso l’analisi empirica di un luogo attuale, ossia il mercato di Maxwell Street a Chicago, ma anche attraverso la scrittura come pratica di ricerca, dunque come metodologia. Maxwell Street è un luogo specifico che diventa strumento esemplare per scrivere e pensare il luogo in generale; diventa quel luogo che unisce lo scrivere del luogo e il pensare attraverso il luogo in una procedura indifferenziata, continua ed intrinsecamente relazionale. La struttura tripartita del libro – Writing Place, Market/Place, Thinking Place – riflette perfettamente questa logica.
Nel primo capitolo, Writing Place (“Scrivere il Luogo”), si gettano le basi epistemologiche su cui si fonda quanto successivamente affrontato nel volume. Enfatizzando l’importanza della scrittura nelle metodologie delle scienze sociali, l’atto dello scrivere diventa in sé il veicolo per approdare a ciò che Cresswell chiama local theory, cioè la capacità di generare teoria sulla base dalle particolarità di un luogo specifico, “reale”. Strumenti creativi come liste, paratassi, montaggio e scrittura non-lineare, diventano gli strumenti con i quali Cresswell costruisce la sua metodologia, che definisce nei termini di topopoetics. Si tratta di adottare un metodo ibrido, testuale-visuale, che eventualmente produce luogo attraverso la sua rappresentazione. Nella topopoetics (che forse si potrebbe tradurre come “poetica del luogo”) la rappresentazione non è però una riflessione passiva del luogo: è ciò che lo porta a termine e che lo costruisce. La scrittura del luogo non è (solo) una pratica stilistica e descrittiva, ma è anche agentica. Complessivamente, l’obbiettivo di questo capitolo è “rendere l’infrastruttura [del testo] visibile” (p. 15) in modo da far emergere una chiara teoria generale del luogo (a cui si arriverà nell’ultimo capitolo del volume).
Il secondo capitolo Market/Place (“Mercato/Luogo”) è quello in cui Cresswell applica la sua topopoetics. Nello specifico, tre elementi sono considerati particolarmente importanti per definire il luogo (come poetica e come teoria). Si tratta di elementi che “continuamente e vivacemente si inscrivono nell’ambiente costruito” (p. 143): la materialità, i significati e le pratiche. Il mercato storico di Maxwell Street prende vita attraverso una contrapposizione continua di segmenti sia testuali sia visuali che derivano da diversi tipi di fonte. Dai testi di intellettuali che lo hanno visitato e ne hanno scritto, come Simone de Beauvoir, agli articoli pubblicati sui quotidiani di Chicago; dagli archivi fotografici agli apparati cartografici e ai documenti di policy utilizzati per la pianificazione urbana della città e la rigenerazione dell’area in questione; non ultimo, i testi accademici della Scuola di Chicago e le interviste e osservazioni dell’autore stesso. È la contrapposizione di tutti questi elementi diversificati che produce Maxwell Street come un luogo eterogeneo e plurale, lungo un arco temporale che va dalla nascita del mercato al recente arrivo del campus universitario che lo ha sostituito. Nonostante questo, il modo con il quale Cresswell mette in dialogo tutti i materiali raccolti va oltre una “pura”, “semplice” o “oggettiva” documentazione del luogo. Anzi – e in questo sta la forza e l’originalità di questo lavoro – la contrapposizione continuamente decostruita svela la costruzione sociale non solo del luogo in quanto concetto ma anche di tutte le restituzioni, accademiche o di altro tipo, prodotte intorno a un luogo, inclusa quella prodotta in questo libro su Maxwell Street. Perché il “luogo” è socialmente costruito e così lo sono anche i nostri metodi per conoscerlo, rappresentarlo e crearlo.
A mio avviso, c’è un filone concettuale duplice in questo approccio che enfatizza la costruzione sociale del luogo: il suo essere sempre in divenire e il suo essere sempre contestato. La scelta di Cresswell di applicare la metodologia della topopoetics non su un mercato a caso, ma su uno storicamente associato alla marginalità sociale, è strategica. In effetti, sono i cosiddetti luoghi “marginali” che, quando vengono analizzati, rivelano le dinamiche di contestazione sociale più potenti. Perché nei luoghi marginali le dinamiche di potere sono più estreme e pertanto più visibili e tracciabili. In ogni modo, nel loro essere contestati, i luoghi restano sempre in divenire. E nel loro essere in divenire, i luoghi diventano territori di contestazione. Per mostrare come la materialità, i significati e le pratiche si incrocino fra loro generando lo specifico luogo che si chiama Maxwell Street, sempre in divenire e sempre contestato, Cresswell contrappone vari elementi collegati tra loro secondo modalità diverse. Nello stesso tempo li analizza da un punto di vista critico al fine di svelare la costruzione sociale del luogo. Così facendo è la local theory di, e che deriva da, Maxwell Street è generata. Le testimonianze fotografiche, i materiali etnografici, le nozioni utilizzate per definire valore, rifiuti e degrado, gli strumenti di rigenerazione urbana, le estetiche, i discorsi e le materialità che sfociano nella conservazione architettonica, gli archivi documentali, sono tutti elementi che contribuiscono a “costruire” Maxwell Street attraverso la loro azione congiunta e dinamica. Non sono dunque elementi statici ed inerti: sono tutti elementi intesi come il prodotto di varie procedure concettuali e metodologiche nelle quali le forze di potere sono fortemente presenti. Sono esattamente queste forze che rendono Maxwell Street un luogo contestato in modi diversi e simultanei.
Dopo aver presentato ed analizzato un ampio spettro di modalità di restituzione di Maxwell Street – di tipo accademico, amministrativo, popolare o altro – nel terzo e ultimo capitolo Thinking Place (“Pensare il luogo”) è marcato il passaggio dalla local theory a quella che Cresswell chiama mesotheory, e cioè una teoria di luogo che parte dalle particolarità specifiche e situate di un certo luogo per includere ed essere applicata a qualsiasi luogo. In modo diverso, l’assemblaggio degli elementi che costruiscono Maxwell Street sono anche gli elementi di una base comune sulla quale si sviluppa una teoria più ampia, che va oltre Maxwell Street. Da un punto di vista teorico, la mesotheory è fondata su due proposte concettuali. La prima è che le due più note accezioni di “senso del luogo” presenti nella letteratura umanistico-geografica, quella cosiddetta “reazionario” e quella “progressista”, non si trovino in una relazione binaria ed esclusiva fra di loro ma possano coesistere in modo dialettico e produttivo. La seconda proposta è che il luogo sia una costruzione sociale necessaria, senza la quale “non possiamo immaginare la vita” (p. 166).
Per far dialogare la modalità di sentire e intendere il luogo di tipo “reazionario” e di tipo “progressista” (e progressivo), Cresswell considera la mutua interazione fra orizzontalità e verticalità. Da una parte, i luoghi sono assemblaggi di materialità, significati e pratiche che si incrociano grazie a una molteplicità di forze orizzontali di territorializzazione. Nella produzione di luoghi-assemblaggi, queste forze orizzontali sono le responsabili della differenziazione spaziale: ogni luogo-assemblaggio è diverso da qualsiasi altro luogo-assemblaggio. Nonostante ciò, e data la sensibilità dell’autore alla mobilità e alle connessioni, sono considerate anche le forze orizzontali che producono de-territorializzazione, e cioè quelle che tendono a separare materialità, significati e pratiche e a spingerli verso nuovi assemblaggi, altrove. D’altra parte, queste dinamiche orizzontali sono legate a forze verticali che le rendono possibili, e cioè a un certo radicamento (rootedness) che viene prodotto dagli assemblaggi precedenti di un certo luogo. Cresswell non si ferma a questa concettualizzazione di verticalità semplice (e forse anche semplicistica), ma introduce la temporalità come concetto chiave per capire meglio il ruolo della verticalità nella costruzione del luogo e nel creare una relazione di questa rispetto all’orizzontalità. È attraverso il tempo che il movimento orizzontale della materialità, dei significati e delle pratiche, che si sedimenta in assemblaggi, prende forma come verticalità specifica in ogni luogo: “Questo terzo asse del luogo, la temporalità, è per sé un risultato di verticalità e di orizzontalità insieme” (p. 188).
Più nello specifico, la temporalità trasforma la materialità in un paesaggio edificato che perdura nel tempo e che, nella sua dimensione “solida”, stabilizza certe possibilità (come, ad esempio, quelle necessarie per la circolazione del capitale). Per quanto riguarda i significati, la temporalità li trasforma in una memoria composita, fatta di narrazioni del passato, del presente e del futuro frammentate e disuguali. E per quanto riguarda le pratiche, attraverso il tempo esse diventano repertori quotidiani che danno forma materiale e simbolica al luogo. Enfatizzando il ruolo della temporalità, Cresswell prova a ripristinare il “qui” (here-ness) che spesso sfugge agli approcci relazionali al “luogo”. Se gli approcci relazionali più noti tengono in conto principalmente l’orizzontalità con cui un luogo si pone in relazione ad altri, la mesotheory di questo libro ritiene che questa orizzontalità relazionale sarebbe impossibile senza gli attributi più o meno stabili (o meglio, stabilizzati) del luogo. Pertanto, la temporalità diventa la chiave di lettura per una nuova considerazione geografica di inter-relazioni fra dimensione orizzontale e dimensione verticale, che, alla fine, formano il luogo e anche le possibilità del, e per il, luogo. Nelle parole di Cresswell: “Come insieme di materialità, significati e pratiche, il luogo si proietta in avanti secondo modalità eterogenee. Ognuno di questi elementi del luogo contribuisce a quella che è possibile definire come una caparbietà del luogo – come paesaggio persistente, come memoria, come repertorio” (p. 107). Thinking Place si conclude con un riferimento esplicito al potere e alla sua relazione al luogo. Un luogo è sempre sia il prodotto di forze di potere che gli si impongono, sia la scenografia attiva per la loro riproduzione, ma anche per la loro sovversione. Tuttavia, con questa ultima considerazione politica, Cresswell sottolinea il ruolo del potere non solo così come si manifesta sul luogo o attraverso il luogo, ma anche come “forza” del luogo stesso. Un potere che dimora nel fatto che il luogo è dato per lo più per scontato, come se fosse “l’acqua nella quale sguazziamo” (p. 201). Ed è un dare per scontato che nasconde le innumerevoli forze nelle quali le materialità, i significati e le pratiche si incrociano per creare luoghi.
Nel suo complesso, Maxwell Street. Writing and Thinking Place è un racconto geografico stimolante che ingegnosamente – forse anche poeticamente – associa la scrittura al pensiero in un unico continuum attraverso il quale si può ri-creare il concetto di luogo nel dibattito accademico, così come altrove. Allo stesso tempo, Cresswell è particolarmente attento a non riprodurre certe dicotomie concettuali tipiche della geografia umana – come ad esempio quelle che oppongono il “qui” (“here-ness”) e il “là” (“thereness”), la stabilità e la mobilità, la dimensione simbolica e quella materiale. Questa attenzione consente a Cresswell di adottare un punto di vista critico alla relazionalità geografica e andare oltre la potente eredità umanistica del “pensare il luogo”. Nonostante questo, e a prescindere dal valore di un libro che tiene abilmente insieme metodi e teorie anche molto diverse tra di loro, ci sono tre aspetti di cui lettori e lettrici attenti al dibattito contemporaneo nell’ambito della geografia umana potrebbe rilevare l’assenza. Il primo a mancare è il riferimento all’“affetto” (affect) e al suo ruolo nel rendere il luogo significativo e politico. Il secondo aspetto, è l’assenza di corpi umani come presenze materiali ed affettive in grado di produrre significati e repertori. E infine, terzo aspetto non considerato, lo spazio digitale che invece è sempre più spesso mediatore di luoghi fisici, aprendo nuove possibilità in grado di andare oltre la rappresentazione visuale e attivare nuove pratiche situate. Nonostante queste assenze, Maxwell Street offre comunque una concettualizzazione di “luogo” così flessibile da aprire, più o meno implicitamente, nuove vie inclusive di questi elementi spaziali, e anche di altri potenzialmente mancanti.

Filippo

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