Lo spettacolo del confine. Lampedusa tra produzione e messa in scena della frontiera

Autore: Paolo Cuttitta | Editore: Mimesis, 2012

Questo libro spiega come un’isola possa essere trasformata in confine, e un confine in ribalta teatrale. L’isola è Lampedusa, di cui le politiche di controllo migratorio sviluppatesi nell’ultimo ventennio hanno esaltato il carattere di confine (la “confinità”) attraverso un lungo processo di “frontierizzazione” e, al tempo stesso, di spettacolarizzazione. Nel ripercorrere le tappe di questo duplice processo, l’autore ne evidenzia le narrative prevalenti, che oscillano tra la retorica securitaria e quella umanitaria. Oltre a fornire un contributo a quel filone dei Border Studies che si interroga sui processi di costruzione dei confini, il libro, esaminando le caratteristiche della “confinità” di Lampedusa, ricostruisce i tratti essenziali del regime di frontiera tra Italia e Nordafrica e passa in rassegna i principali nodi tematici del dibattito politico e accademico in materia di controllo dell’immigrazione.

Recensione (di Fabio Amato):

Nel 1993 uscì un voluminoso testo a cura di Ugo Melchionda dal titolo L’immigrazione straniera in Italia: repertorio bibliografico (Edizione Lavoro), un tentativo di sintetizzare la riflessione del tema già allora molto ricca. Ripetere oggi la stessa esperienza sarebbe impossibile, viste le mille direzioni che ha preso la letteratura sul tema, ivi inclusa quella geografica, con un incremento esponenziale di prodotti, non sempre funzionali alla creazione di una massa critica di studio sulle migrazioni e sulle trasformazioni del profilo socio-culturale dell’Italia. In tal senso, la scelta di campo fatta da Paolo Cuttitta è chiara: tutto si concentra su un luogo geografico preciso, l’isola di Lampedusa, e sulle dinamiche retoriche che la hanno trasformata in una ribalta teatrale dove periodicamente va in scena lo spettacolo del confine. Il fuoco di attenzione dunque va verso le logiche di controllo e filtro che si esercitano lungo le frontiere territoriali di uno Stato e sulla produzione di senso generata dalle scelte di governo del fenomeno. Si tratta di un viaggio nella storia attuale di un’isola che diventa emblema della “confinità”, un luogo che ormai incarna nell’immaginario italiano ed europeo l’idea di confine. Ed è proprio su questo percorso che il libro insiste parecchio: l’apparente naturalezza con cui il processo di identificazione di Lampedusa con queste funzioni si è svolto nel breve volgere di vent’anni, facendo diventare l’isola delle Pelagie un ideale laboratorio di studio in cui si incrociano il fenomeno migratorio e gli esercizi tipici dello Stato-nazione di controllo delle frontiere territoriali. Le politiche, le pratiche e i discorsi che trasformano Lampedusa nella frontiera per eccellenza sono le medesime azioni che teatralizzano il controllo dell’immigrazione alle frontiere e, così facendo, trasformano la stessa isola nel palcoscenico più celebre delle politiche di controllo dell’immigrazione.

L’idea che sottende a tutto il lavoro è che “ogni confine è in primo luogo il prodotto dell’azione umana” (p. 13) e dunque l’orientamento privilegiato da Cuttitta, sociologo di formazione inscritto nel filone dei border studies, sembra essere legato alle riflessioni sul discorso (sull’importanza delle parole) tipiche della critical geopolitics di impalco anglosassone, un debito esplicitato dalla citazione del volume Geografia politica critica (2005) di Elena dell’Agnese “tutti i confini sono un prodotto della storia e della società, e, ovviamente, costituiscono l’espressione di un potere”. In tal senso, la retorica dell’emergenza sembra il filo conduttore di una spettacolarizzazione e drammatizzazione del fenomeno migratorio e, per conseguenza, del confine. Il fenomeno migratorio diventa anche lo strumento attraverso il quale si assiste a un sostanziale spostamento della frontiera dei paesi europei verso paesi vicini con la delocalizzazione dei controlli e dunque degli effetti collateriali, spostando il set della tragedia dalle coste italiane verso le coste africane. La delocalizzazione delle procedure per l’esame delle richieste d’asilo verso il territorio di un altro stato sovrano è un processo riuscito pienamente nel 2009 all’Australia che affitta la piccola isola di Nauru per dirottarvi i migranti “forzati” e “volontari” (per usare una classificazione ormai desueta) intercettati in mare. In realtà, la nostra progressiva assuefazione a tutto e la velocità con cui consumiamo le informazioni rendono desueti anche opere di denuncia come questo libro: sembra storia lontana e sbiadita quella delle morti, dei salvataggi, dei respingimenti, delle proteste nei Cie, dei trattamenti in violazione dei diritti umani, per tacer degli accordi bipartisan avuti con la Libia di Gheddafi, che rappresentano le pagine più tristi della recente politica diplomatica italiana. In questo senso, un lavoro del genere, che rischia di essere superato dagli eventi, assurge a ruolo di testimonianza indispensabile. È utile pertanto rileggere la cronaca degli ultimi anni, delle contraddizioni e delle scelte fatte dai governi nei confronti del fenomeno, le retoriche amplificate dai media, le denunce cadute nel vuoto sulle scelte legate al c.d. pacchetto sicurezza, una stagione di scelte securitarie che riceverà parziale compensazione, in relazione al maltrattamento e alla errata gestione dei richiedenti asilo, solo con la sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo che condanna l’Italia quasi tre anni dopo (fine 2011). La metafora più efficace dell’ambiguo ruolo di Lampedusa nella gestione della presenza dei migranti è rappresentata dallo status delle strutture che ospitano le persone sbarcate: dal 1998 al 2006 (nella prima sede presso l’aeroporto), e poi dal 2008 in avanti (nella nuova sede di Contrada Imbriacola), svolge la funzione sia di centro di primo soccorso e accoglienza, sia di vero e proprio centro di detenzione propedeutica all’espulsione. Il terzo capitolo del testo, che viaggia sul filo della cronaca degli ultimi anni, sembra il canovaccio dello spettacolo. Sono messi in scena, oltre agli attori e gli spettatori, i cinque atti che compongono l’opera, secondo la logica narrativa prevalente in un dato momento: la fermezza dei primi respingimenti nel 2004-2006, l’umanità dell’accoglienza, l’emergenza dei primi mesi del 2009, l’immigrazione zero, slogan principale del pacchetto sicurezza, l’emergenza bis come effetto della primavera araba del 2011. Il legame tra emergenza e accoglienza che corrisponde al processo di securitizzazione e umanitarizzazione affermatosi nella gestione dei fenomeni migratori è forse l’aspetto, anche come atto linguistico, meno evidente nell’opera di condizionamento dell’atteggiamento della società civile. Le politiche di controllo e i meccanismi di inferiorizzazione, enfatizzati dall’aiuto umanitario, sono frutti diversi dello stesso discorso che ingenera la preoccupazione collettiva. L’esame delle cifre degli sbarchi a Lampedusa consente di valutare in modo più obiettivo la reale entità degli ingressi via mare in Italia e in Europa, evidenziando la mitologia dell’invasione ancora molto radicata nella percezione collettiva: il modo prevalente di raccontare le migrazioni in Italia da parte dei media è ancora legato alle emergenze umanitarie dettate dagli sbarchi, mentre gli arrivi via terra, per restare alle questioni di frontiera, sono del tutto ignorati. Interessante è anche la disamina degli attori in gioco nel particolare settore del controllo e della gestione dei movimenti migratori. A scala globale si assiste ad un coinvolgimento di una molteplicità di organizzazioni internazionali e sovrastatali, globali e locali, di natura governativa o non governativa, pubblica o privata, con dimensioni e compiti estremamente variegati e differenziati. Una governance globale, secondo l’autore, funzionale agli interessi del “capitalismo liquido” che finiscono con il rendersi protagonisti reali delle emergenze umanitarie. Per quanto possa apparire singolare, “il sostegno che consente agli stati di rafforzare i propri tradizionali confini lineari è fornito proprio da quegli stessi attori che sono generalmente considerati responsabili del declino della figura dello stato-nazione (e dei suoi tradizionali confini territoriali) sulla scena mondiale” (p. 62). L’aspetto più sorprendente è la permanenza della funzione strategica dei confini, cui troppo spesso e troppo velocemente si è cantato il de profundis: una rilevanza che questi assumono pur nella trasformazione e nella riconfigurazione nel corso dell’attuale processo storico. La scelta di utilizzare indifferentemente i lemmi confine e frontiera è, per diretta ammissione dell’autore, dettata dall’opportunità di usare due termini da alternare ma anche dal rifiuto delle categorie tipiche della geografia politica che distingue le due definizioni molto chiaramente. Al di là di queste constatazioni, quel che si registra, nondimeno, è che non è più leggibile come un tempo il tracciato ufficiale e lineare del confine rigidamente demarcato: i controlli delle frontiere territoriali possono esercitarsi anche in modi e luoghi diversi. Il “luogo è ormai il mondo intero” (p.43) e i relativi controlli si esercitano anche in modo diffuso all’interno dei territori generando fattori di flessibilizzazione del confine, con modalità di esercizio mobile e intermittente. La forma del confine dunque si manifesta come area ma anche come punto isolato, come nel caso dei centri di detenzione che punteggiano i confini della fortezza Europa. Secondo questa logica, i migranti giunti a Lampedusa sono considerati eccezionalmente come se si trovassero sulla linea di confine e non al di qua come saremmo portati a credere. Il progetto di questo lavoro nasce nell’ambito della rete internazionale di ricerca interdisciplinare “Miriade” (Migrations Irrégulières dans les Iles et Archipels de l’Europe), coordinata da Nathalie Bernardie-Tahir, geografa dell’Università di Limonges.