Su questo sito segnaliamo nuove uscite di saggi di interesse geografico e alcune delle recensioni a questi saggi pubblicate sulla Rivista Geografica Italiana.

L’invenzione del globo. Spazio, potere, comunicazione nell’epoca dell’aria

Autore: Matteo Vegetti | Editore: Einaudi, 2017 | Recensione di Angelo Turco

Il libro ripensa la globalizzazione a partire dall’idea che il nostro tempo sia partecipe di una rivoluzione spaziale paragonabile solo a quella che, all’epoca della conquista degli oceani, ha fatto sorgere l’età moderna. Sviluppando la riflessione di Carl Schmitt, Vegetti indica nell’avvento della spazialità aerea l’esordio di una seconda fase globale, che attraverso l’aviazione, le onde elettromagnetiche, i sistemi della telecomunicazione satellitare, i viaggi spaziali e la tecnologia informatica ha plasmato un nuovo spazio e una nuova coscienza spaziale. L’autore studia in chiave genealogica gli effetti riconducibili a questa profonda transizione storica: effetti di ordine politico e sociale, ma anche antropologici, dato che la metamorfosi dello spazio esige un riorientamento complessivo del rapporto tra il soggetto e il mondo cui appartiene. In questa prospettiva il volume interroga la crisi della statualità e la nascita di un nuovo ordine globale ancora in cerca di se stesso.

Recensione, di Angelo Turco
Un filosofo che scrive di geografia? Già visto. Ignorando i geografi? Si certo. Si può dire anzi che la pretesa di originalità di un filosofo si misura sulla sua capacità di ignorare i geografi (le loro teorie, le loro acquisizioni empiriche) e di praticare la geografia in forma di “filosofia prisca”, come dice Franco Farinelli: il conoscere attraverso la conoscenza del mondo. Nessuna sorpresa, dunque, nel non veder citato proprio Farinelli, che pure sul globo qualcosa ha detto; come nessuna sorpresa, altresì, per un (solo) frettoloso cenno a David Harvey, le cui analisi della “compressione spazio-temporale” e, ancor più, dello spatial-fix, si stemperano nel richiamo sommario di una “esercitazione” nella quale si sono impegnati “molti altri importanti studiosi” (p. 129 e n. 35). Ho annotato con una certa sorpresa, invece, come Mackinder sia l’Autore più citato insieme a Carl Schmitt; per il resto, possono bastare Friedrich Ratzel e Isaiah Bowman. Insomma, ecco un filosofo che non ha avuto molto da apprendere dai geografi, sembrerebbe dall’utile “Indice dei nomi”. Un filosofo dal quale dunque mi dispongo ad apprendere molto sui modi e le forme della conoscenza geografica. Non vi attenderete certo quel poco interessante esercizio che consiste nel descrivere in modo ordinato e sinottico i vari capitoli del libro. Che qui sono relativamente pochi: IV in tutto, con tre rapide Appendici che tuttavia vanno ben oltre il nome che l’A. ha voluto dare loro. Vi lascio dunque al piacere di una prosa fluida, evocativa, intessuta di riferimenti culturali solidi pur senza essere troppo esibiti. Per parte mia, mi limiterò a segnalare qualche elemento che mi ha particolarmente colpito, indicato puntualmente, ma trasversale, in un modo o nell’altro, ai diversi temi affrontati. Intanto, devo rettificare le mie prime impressioni. In questo libro non vi sono i geografi che forse avrei voluto, ma i geografi sono ben presenti. Solo, ecco, appartengono a una tradizione di pensiero diversa da quella standard, nella quale raramente ci si imbatte: cito, per tutti, George Thomas Renner. Vegetti richiede la nostra attenzione per questa tradizione “altra”, ed ha il merito “filosofico” di ricordare a tutti noi che il “pensiero è prezioso” e che i geografi, del loro pensiero, dovrebbero curarsi più di quanto abbiano fatto e, temo, tutt’ora facciano. Investire in lettura, ecco il punto, ed esercitare le proprie facoltà critiche su ciò per cui, in ogni caso, vale la pena spendere le proprie risorse intellettuali: la teoria, e l’innovazione metodologica che ne rende sempre più credibile la dimostrazione/falsificazione empirica nella loro disciplina e, più in generale, nelle scienze umane.
Vorrei poi invitare il lettore a non limitarsi a considerare le Figure come dei semplici supporti illustrativi del testo. Le Figure sono tante ed hanno un contenuto informativo essenziale. Di più, le immagini danno il senso di come le teorie spaziali evocate nel volume, apparentemente astratte, si mescolino invece ad eventi e persone e ambiti territoriali che fanno parte dell’orizzonte politico come pure del vissuto concreto e immediato di ciascuno di noi. Continuando, ho apprezzato lo sforzo di mettere a fuoco il concetto di “spazio topologico della distanza” (p. 56 ss): e ciò, non solo per evocare l’ovvia pluralità delle metriche, ma per istituire una relazione complessa con la pluralità delle scale, su cui mi auguro che l’A. possa ritornare in futuri approfondimenti. Allo stesso modo ho apprezzato il recupero critico dell’idea di “spazio dei flussi” (p. 124 ss), un’espressione fin troppo usata e persino banalizzata nella letteratura geografica e non. In Vegetti colgo l’idea solo apparentemente contraddittoria di globalizzazione non come estensività, bensì come “intensione spaziale”, essenziale alla ristrutturazione del capitalismo, nel solco, mi pare, di una tradizione geo-economica dell’accumulazione inaugurata da Rosa Luxemburg e (quasi) del tutto ignorata dai geografi.
Infine, con riferimento all’Appendice 3, debbo dire che trovo ridondante la declinazione di “scapes”, parole che solo la lingua inglese permette in “quell’uso”, parole dunque che per essere “da bere” (se ne potrebbero aggiungere infatti almeno un’altra dozzina), perdono ogni loro qualità concettuale. Non solo, ma fuorviano: per esempio qui, se mi concentro sul “paesaggio” (una metafora, chiaramente, oltretutto di dubbia produttività), rischio di perdere di vista la vera idea innovante, l’intuizione filosofica, vale a dire la dinamica di “linee globali di sconnessione” che impattano sul territorio. Un salto di piano dall’aria alla terra: di risonanza thomiana, se posso dire. Che vedrei non tanto come una “catasfrofe elementare”, ma piuttosto come uno sciame di micro-catastrofi con esiti locali tutt’altro che scontati e dunque aperti all’indagine empirica.

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