Linee sulla terra. Confini politici e limiti fondiari in Africa subsahariana

Autore: Andrea Pase | Editore: Carocci, 2011

Le linee che ritagliano i territori statali e le proprietà fondiarie sono interpretabili come la materializzazione sul territorio di un dispositivo di controllo. In età moderna, lo stato e l’individuo proprietario trovano così uno strumento, estremamente utile ed efficace, in grado di definire e organizzare le relazioni di potere. Questo ordinamento della territorialità è trasferito dalle potenze coloniali sulle terre africane. L’incontro/scontro che ne nasce, fra modi molto diversi di concepire lo spazio, la territorialità della politica, le forme di appropriazione del suolo e delle risorse, è al cuore di questo lavoro.

di Emanuela Gamberoni:Il libro di Andrea Pase è il risultato di un intreccio tra riferimenti teorici e indagine diretta: gli studi e il vissuto dell’Autore si saldano restituendo una geografia dell’Africa subsahariana nel suo evolversi territoriale tra poteri diversificati.

La pubblicazione si articola in cinque capitoli: si tratta di un efficace e coerente percorso che inizia dall’inquadramento scientifico (sostanzialmente il primo centinaio di pagine) pluridisciplinare del concetto di territorialità e del suo ordinamento moderno. Su questo si innesta la seconda parte del volume, ovvero la ricerca applicata all’Africa subsahariana, area geografica in cui si sono sovrapposti e mescolati ordinamenti tradizionali e moderni. Il lettore è così guidato in una sorta di viaggio in più Afriche: coloniale, tradizionale, rappresentata, esperita, contemporanea e futura.

Protagoniste dell’opera – enunciate nel titolo stesso – sono le linee, quelle tracciate e tracciabili sulla terra che, come sottolinea nella presentazione Pierpaolo Faggi, “cruciali dappertutto, […] si fanno strategiche se parliamo d’Africa” (p. VIII) in quanto fattori importanti di configurazione dei territori, del loro possesso e del loro dominio da parte dell’Occidente.
L’analisi procede attenta e nitida: se da un lato del palcoscenico si possono identificare due attori essenziali – lo stato sovrano e l’individuo proprietario – che generano un ordine territoriale basato su giurisdizione statale e proprietà privata, dall’altro rimane tutto ciò che non è riducibile a queste categorie.

Emergono due visioni di territorio, quella univoca del sistema europeo e quella multiforme delle territorialità basiche: “Un tessuto fitto di altre relazioni tra gli uomini, attraverso il territorio e le cose, si dipanava nelle terre africane, che la semplicità geometrica dell’ordinamento territoriale europeo ignorava, o quando anche lo avesse riconosciuto lo leggeva con le categorie del primitivo, dell’arretrato, al limite del suggestivo se non del pittoresco, ma certo non come qualcosa di significativo e destinato a durare” (p. 121).

Il pensiero occidentale ha sostanzialmente considerato l’Africa come una terra vuota, libera, su cui trasferire le logiche moderne, eventualmente marginalizzando e/o annullando altri tipi di segni e significati. Precise le parole dell’Autore: “[Esso]…ha ricondotto (ha cercato di ricondurre) la molteplicità delle relazioni uomo-terra all’unica forma della proprietà privata” (p. 118).

Tale molteplicità, questo mondo “altro”, è testimoniato dai diversi modi in cui la popolazione africana concepisce il possesso della terra, tra consuetudini, diritto islamico e legittimità data dalle divinità e dagli antenati. A ciò si aggiungono le forme di relazione tra territorio e politica basate su differenti concezioni dello spazio. In ragione di ciò nel rapporto tra uomo e terra è il primo ad appartenere alla seconda, non il contrario; e per uomo si devono intendere tutti i rapporti di inclusione di ogni individuo nel gruppo (famiglia, comunità, villaggio, universo spirituale e ancestrale).

Pase chiarisce le modalità di imposizione delle linee sulle terre africane percorrendo le fasi di creazione di nuove strutture territoriali, siano esse espressione di appropriazione politica (è il caso della delimitazione del perimetro di una colonia) o di appropriazione fondiaria (la delimitazione di aree di valorizzazione agricola). Per quanto concerne quest’ultimo aspetto, l’esempio di strutture atte al controllo della natura e alla sua valorizzazione secondo la logica coloniale, è dato dai progetti irrigui, tema a cui l’Autore, con Marina Bertoncin, ha dedicato ampie ricerche. Il vocabolo rappresentante la modernità è proprio il “progetto”, che ben esprime la supremazia e la volontà di trasformazione della civiltà occidentale e che inizia a concretizzarsi agli inizi dell’Ottocento nella valle del fiume Senegal ad opera dei francesi.
In tutto ciò lo strumento principe è stata la carta geografica: essa ha legittimato l’esistenza di alcuni oggetti geografici rispetto ad altri, ha imposto la forza statale e la linearità dei confini, ha consentito il controllo fondiario. In questa rappresentazione però non trova posto la terra concepita attraverso una visione collettiva, non può rientrare la realtà mobile e fluida dell’Africa, fatta di popolazioni nomadi, di villaggi temporanei, di oggetti naturali che manifestano la loro esistenza con un ritmo non assimilabile alle categorie identificative ed interpretative occidentali. E’ per questo che alcune realizzazioni cartografiche dei paesi colonizzatori sono accompagnate da allegati, esplicativi di quanto la carta non riesce a specificare. Un esempio è dato dalla difficoltà di rappresentazione dell’idrografia: “I fiumi nei quali si trova l’acqua tutto l’anno sono rappresentati da tratti blu continui mentre i tratti blu interrotti sono stati usati per rappresentare tutti gli altri corsi d’acqua. «Ma alcuni hanno acqua durante cinque o sei settimane, nella stagione delle piogge, come l’Oued Azoum e l’Oued Kadja, mentre altri sono sempre secchi, qualunque sia la stagione» (Grossard, 1925, p.88). Non è stato possibile «distinguere gli uni dagli altri, il che è spiacevole […]». La carta non è sufficiente […]” (p. 210).

Non si può non dire che il volume coinvolge in una lettura scorrevole, seppure esperta. Per contenuti, apparato iconografico e bibliografia è un contributo rilevante al superamento di un approccio conoscitivo semplificante e stereotipato di cui l’Africa, forse più di altri continenti, ha sofferto. È un’opera che arricchisce quel filone – sostenuto da altri geografi citati da Pase stesso – impegnato a proporre una conoscenza critica, complessa, globale, dinamica delle terre africane. In questo senso gli argomenti presentati possono generare molte utili riflessioni, come ripensare il senso degli aiuti rivolti al continente africano e la comprensione che deve essere impiegata prima di qualsiasi azione: i saperi multipli che regolano in Africa il rapporto uomo-terra in maniera peculiare non possono essere ignorati se si vuole entrare in una “rel-azione” connotata da autenticità.

In riferimento agli effetti territoriali dei diversi poteri presenti in questo continente, siano essi passati o contemporanei (si pensi alla politica economica che la Cina sta portando avanti in moltissime nazioni africane) una domanda che l’Autore si pone attesta tutta l’attualità della trattazione: “In definitiva l’ordinamento della territorialità moderna ha trionfato sul continente o l’Africa subsahariana al contrario rappresenta un luogo simbolo delle difficoltà che esso oggi incontra?” (p. 256). Le possibili risposte… tra le pagine del libro.