L’emozione di uno spazio quotidiano. Parole, racconti, immagini di Sant’Elia-Cagliari

Autori: Silvia Aru, Claudio Jampaglia, Maurizio Memoli, Matteo Puttilli | Editore: Mimesis, 2018

In quanti e quali modi si può raccontare un quartiere? Quali emozioni, colori, parole ci legano al nostro spazio quotidiano? Quali problemi, desideri, inquietudini e aspettative lo rappresentano? Il volume sintetizza gli esiti di un intervento di ricerca-azione svolto a Cagliari nel quartiere di Sant’Elia. Come in tanti altri contesti simili, il quartiere è composto per la quasi totalità da edifici di edilizia residenziale pubblica ed è storicamente connotato da carenza di servizi (educativi, sanitari, commerciali, ricreativi) e investito dal dibattito sulla sua riqualificazione urbanistica e sociale. L’indagine ha prodotto una raccolta di racconti, storie, percorsi, foto, ma anche di memorie pubbliche e private, con l’obiettivo di costruire una collezione di auto-rappresentazioni della “geografia dell’emozione” del quartiere, facendo emerge una geografia “minima” fatta di legami personali e sentimentali collettivi. Il web-documentario “Sant’Elia. Frammenti di uno spazio quotidiano”, frutto del percorso di ricerca qui presentato, nel 2017 ha vinto ex aequo il primo premio per i web-doc di “Capodarco l’Altro Festival” ed è stato selezionato in finale per il “Primed – Premio Internazionale del documentario e del reportage del Mediterraneo” di Marsiglia. È consultabile liberamente sul sito dell’Università di Cagliari all’indirizzo www.webdoc.unica.it.

Recensione (Marco Picone)
Rispetto a quartieri più famosi e famigerati, come Scampia, lo ZEN, Quarto Oggiaro e il Corviale, non si può dire che Sant’Elia a Cagliari sia altrettanto alla ribalta delle cronache. Eppure, questa minore notorietà pare immeritata: non soltanto per i molti tratti che questo quartiere cagliaritano condivide con le periferie summenzionate, ma anche per alcuni elementi distintivi che lo rendono, anche agli occhi di chi non è esperto della realtà locale, particolarmente degno di attenzione.
Partiamo però dal titolo che i quattro autori hanno scelto per il loro libro. Colpisce innanzitutto la scelta di non usare la parola “marginalità” nel titolo stesso, ma di impiegare invece “emozione”. In effetti le emozioni giocano senz’altro un ruolo significativo nel testo, ma gli autori dibattono a lungo su cosa significhi utilizzare l’aggettivo “marginale” con riferimento a un quartiere e ai suoi abitanti; perché quindi il titolo non richiama quello che sembra il fulcro del libro, o almeno uno dei suoi punti forti? Probabilmente l’intento degli autori era di non connotare sin dall’inizio il testo, agli occhi di un lettore distratto o non adeguatamente informato, come l’ennesima – e francamente non necessaria – denuncia di un universo di degrado, criminalità e povertà, in tutte le sue declinazioni materiali e non. Se questo era l’obiettivo, non posso che condividerlo e plaudere alla scelta.
Eppure, una volta superate le prime pagine il lettore distratto di cui sopra si troverà comunque a confrontarsi con i temi della marginalità e dello stigma. La marginalità di Sant’Elia, d’altra parte, non è soprattutto geografica: il quartiere sorge a pochissimi chilometri dal centro della città, in posizione privilegiata perché affacciato sul mare (elemento positivo che ricorre varie volte nelle parole degli abitanti). La marginalità invece, come spesso accade, è prevalentemente un concetto relazionale: nasce dalla percezione dello stigma e dalla consapevolezza che Sant’Elia è uno «spazio di eccezione» (e qui gli autori intendono che il quartiere è «un mondo “altro” e a sé stante, che funziona con altre regole e in cui vigono altre norme», ma sarebbe interessante rileggere questo passaggio alla luce degli stati di eccezione di Agamben).
L’impatto con questa marginalità cagliaritana è adeguatamente preparato dai primi tre capitoli del libro, scritti da Maurizio Memoli. Il primo di questi affronta alcuni grandi temi contemporanei della geografia urbana che possiamo definire critica: giustizia sociale e spaziale, diritto alla città, stereotipi e preconcetti. Questo inquadramento teorico colloca il testo nel filone degli urban studies internazionali con una predilezione per il pensiero francofono, senza alcun timore di dialogare non solo con geografi e scienziati sociali ma anche con urbanisti e architetti. In quest’ottica, è evidente che gli autori sono abituati, per esperienze professionali e per forma mentis, a discutere anche con esperti di discipline territoriali diverse dalla geografia, cosa che in Italia è ancora, purtroppo, meno frequente di quanto dovrebbe essere.
Il secondo capitolo, invece, tratta un campo di studi più recente e di ispirazione stavolta per lo più anglosassone: la geografia visuale. L’uso e l’analisi delle immagini, delle rappresentazioni e delle metodologie visuali potrebbe apparire all’inizio slegato dal tema più propriamente urbano, ma anche nella letteratura scientifica del nostro Paese la connessione tra questi due campi risulta sempre più forte. In effetti, è chiaro che il libro oggetto di questa notizia è solo un elemento di un’indagine multimediale, che purtroppo – per i limiti intrinseci della carta stampata – non riesce a essere intermediale, come forse avrebbe avuto più senso. Mi riferisco al fatto che tra il testo scritto e le fotografie realizzate, sotto la guida degli autori e di altri del loro gruppo di lavoro, nell’ambito di un progetto che ha coinvolto diverse donne dell’associazione Sant’Elia Viva, corre un rapporto strettissimo, che non traspare con la pienezza della sua efficacia attraverso la pagina scritta. Poco male, però: è sufficiente visitare il sito web http://webdoc.unica.it/santelia/index.php per ascoltare le voci delle donne intervistate, osservare le fotografie che queste hanno realizzato e perfino visualizzare alcune riprese dei luoghi oggetto di indagine. A mio avviso, questo legame tra testo e immagine, di cui si coglie appieno la portata quando si naviga nel sito dopo aver letto il libro, andrebbe evidenziato con ancor maggiore vigore. Del resto, non è la prima volta che il gruppo degli autori si cimenta con video e immagini, come dimostrano altri lavori prodotti in questi anni a Tunisi e Marsiglia. Il secondo capitolo, dunque, funge da premessa teorica per motivare le scelte che hanno portato a lavorare su Sant’Elia non solo seguendo un’impostazione di ricerca tradizionale, con una breve analisi di sfondo quantitativa seguita da una lunga ricerca sul campo qualitativa, ma anche attraverso metodologie visuali.
Il terzo capitolo del volume racconta la storia di Sant’Elia. Le origini del quartiere sono molto simili a quelle di altre periferie del Sud. A dire il vero, per molti anni la storia di Sant’Elia coincide quasi interamente con quella dello ZEN di Palermo: la città viene bombardata durante la seconda guerra mondiale, gli sfollati e i nuovi arrivati dalle campagne cercano alloggi, la speculazione edilizia crea un terreno favorevole ad abusi e illeciti, interviene (inefficacemente) Ina-Casa, si avviano occupazioni abusive, si realizza un primo nucleo distintivo (in questo caso il Borgo Vecchio) a cui poi si sovrappone un complesso edilizio più recente e problematico (il Favero). Vi sono però alcuni elementi distintivi. Oltre al sito in cui sorge Sant’Elia, lungo la costa e in posizione relativamente vicina al centro città, va evidenziata la presenza di un bene storico, il Lazzaretto, oggetto di restauro una ventina di anni or sono, e soprattutto l’interessantissima storia del tentativo di riqualificazione del quartiere grazie al progetto del Betile, un museo di arte nuragica. Il Betile, concepito da Zaha Hadid e vincitore di un concorso di progettazione nel 2006, non è mai stato realizzato, ma (o forse proprio per questo) è un chiaro segno di un processo di culture-led gentrification abortito: lo si intuisce dalle archistar che partecipano al concorso (o che siedono in giuria), dalla volontà degli imprenditori (Renato Soru in primis) di riqualificare il quartiere, nascondendo dietro il presunto beneficio per la comunità interessi economici privatistici, e dal tentativo di “deportare” gli abitanti tradizionali di Sant’Elia per “far spazio” a nuovi attori sociali, in grado di portare una ventata di novità (e flussi economici di tutt’altro rilievo) in un’area estremamente appetibile per il contesto paesaggistico che la circonda. Davvero stuzzicante, questa vicenda del Betile: c’è da augurarsi che gli autori prossimamente possano approfondirla, perché si presta a molteplici letture in linea con l’approccio dei critical urban studies già richiamato precedentemente.
Il quarto capitolo, che è il più lungo tra tutti ed è stato scritto da Silvia Aru e Matteo Puttilli, racconta l’esperienza progettuale organizzata dagli autori, come si diceva, con l’associazione Sant’Elia Viva. Il progetto ha condotto sei donne residenti a fotografare il quartiere dal loro punto di vista. Le stesse donne hanno poi selezionato 36 fotografie esposte in una mostra apposita, nonché riprodotte in appendice al libro (oltre che sul sito web). In queste pagine gli autori riportano brani di conversazioni con le sei donne, che passano a tutti gli effetti da “semplici” key informants per la ricerca sul campo a presenze abituali e amichevoli nelle vite degli autori. La dimensione più emozionale, richiamata nel titolo, viene fuori proprio da queste pagine: non solo grazie a quel che dicono le donne, ma anche per i commenti che gli autori stessi fanno (benché la parte più autoriflessiva del libro si trovi poi nel sesto capitolo, di cui parlerò a breve). Le frasi delle donne sono categorizzate seguendo i canoni classici della ricerca qualitativa, e a mio avviso si tratta di una ricerca qualitativa davvero ben fatta. Come sempre, la trasposizione su carta lascia intendere che ci siano mille cose non scritte, e che forse non si potevano scrivere. Ma questo è uno dei limiti – e al contempo dei vantaggi – dei metodi qualitativi.
Un passaggio che invece si rivela, a mio avviso, più problematico è l’analisi di sfondo (che gli autori indicano semplicemente come “quantitativa”) che ha preceduto le interviste, i racconti e le fotografie. È chiaro che una mappatura iniziale andasse fatta, soprattutto perché non tutti gli autori conoscevano bene il quartiere (solo una di loro è cagliaritana); tuttavia, mi domando se fosse davvero utile, in un volume che s’incentra sulle emozioni e sulla non-representational theory di Nigel Thrift, raccogliere dati numerici su un campione che, come affermano gli stessi autori sul sito web, non è statisticamente rappresentativo. Probabilmente quella che qui appare come una sorta di prefazione alla vera ricerca è l’esito dei compromessi che ogni ricerca deve fare con i committenti (in questo caso la Regione Sardegna), ma a mio parere rimane comunque un po’ avulsa dal fulcro vero e proprio del lavoro. La restituzione delle interviste, d’altra parte, contiene diversi spunti di riflessione significativi e qualche aneddoto davvero interessante, per quanto irrealistico (menzione speciale per la storia del lupo mannaro, che mostra come il passaparola e le “fiabe del focolare” degli abitanti possano intrecciarsi con la tragicità di alcune “vite di scarto”).
Il quinto capitolo del volume, scritto da Claudio Jampaglia, è dedicato al geo-telling, cioè «un punto di scambio e fusione tra la geografia e lo storytelling». Ripartendo dall’uso dei metodi visuali, Jampaglia descrive il ruolo dei film-maker rispetto alla descrizione dei territori, evidenziando come il progetto di raccontare Sant’Elia sia solo l’ultimo, in senso cronologico, di una serie di esperimenti ormai solidi e premiati in varie occasioni. L’aspetto più innovativo di questa parte del libro mi sembra la scelta del web-documentario come mezzo espressivo: è qui che la soggettività dei ricercatori emerge in modo più pieno e, verrebbe da dire, visibile. In effetti questo argomento funge bene da ponte per il capitolo conclusivo, che a mio avviso rappresenta forse l’unico modo coerente per chiudere il volume.
Nel sesto capitolo, infatti, gli autori decidono di porre altre domande, ma stavolta gli intervistati sono essi stessi: questo escamotage autoriflessivo lascia spazio al vissuto personale di ciascuno di loro, alle distorsioni che ogni osservatore provoca in una ricerca e alle emozioni che emergono durante e dopo l’inchiesta. La durata del progetto fotografico con le donne di Sant’Elia, invero, non è particolarmente lunga, ma implica comunque una ricerca svoltasi in un arco di tempo prolungato e che non può non lasciare un’eco in chi si relaziona con situazioni così, sia detto con tutte le accortezze del caso, “marginali”. Pertanto, mi è parso particolarmente affascinante leggere tra le righe delle risposte i diversi caratteri e le diverse motivazioni degli autori. Pur senza rivelare troppo, credo che la soggettività che ha animato la ricerca sfoci qui in una presa di posizione che non è solo emotiva (come se questo fosse un dispregiativo…), ma anche scientifica. Si può fare scienza attraverso le emozioni? Posta così, la domanda è soltanto provocatoria, ma induce comunque a riflettere sul senso dei nostri lavori.
Se questo libro ha un merito, a mio parere, è che leggendolo non ci si limita a imparare qualche nozione su una periferia cagliaritana o sul dibattito internazionale negli studi urbani e culturali. Al contrario, chi affronta la lettura si dovrà inevitabilmente confrontare con le voci delle donne di Sant’Elia, quindi con quelle degli autori del testo, e infine con sé stesso. A che servirebbe, del resto, parlare di marginalità ed emozioni se non a riflettere sulle strutture di potere o sui “discorsi” (direbbero i post-strutturalisti) che noi stessi sperimentiamo e pratichiamo a proposito della città? Non rimane quindi che approfittare di questo testo per aggirarsi in un mondo che alle archistar affianca i ladri di copertoni di biciclette, con una profondità introspettiva che di rado si legge in un volume più tradizionalmente scientifico.

 

Filippo

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