Le vie che orientano. Storia, identità e potere dietro ai nomi delle strade

Di: Deirdre Mask | Editore: Bollati Boringhieri, 2020

I nomi delle strade sono la nostra eredità culturale, ciò che decidiamo di tenere o buttare via del passato. Orientano i cittadini a livello topografico ma soprattutto identitario, agendo in modo diffuso e inconscio. Potenti dispositivi pubblici, gli odonimi riattualizzano il passato riconosciuto come fondante di una collettività. Al contempo rappresentano un efficace termometro sociale, in grado di riflettere gli umori e le proteste dei cittadini. Fino a che punto la denominazione di una strada rivela le narrazioni storiche che guidano il presente? Chi decide che cosa conta e quali nomi ricordare? E se le piazze intorno a noi commemorano carnefici e re tiranni? Perché ci sono così poche vie dedicate a donne? Può un indirizzo salvare la vita delle persone? Deirdre Mask, avvocatessa giramondo, ci offre un’esplorazione nelle memorie urbane, dall’antichità a oggi. Da Roma a Londra, da New York a Calcutta, da Berlino a Soweto: un intreccio di storie nascoste, basate su documenti sorprendenti, interviste e incontri bizzarri. Questo saggio ironico e provocatorio, eppure drammaticamente serio, esorta a riflettere sulle strutture più contraddittorie dell’ambiente che ci circonda. Allo stesso tempo indica gli spazi del possibile che si dischiudono quando iniziamo a riappropriarci dei significati delle nostre città.

Recensione di Giuseppe Muti
Una delle discussioni dell’estate appena trascorsa ha riguardato il parco Falcone e Borsellino nel comune di Latina. Il grande parco pubblico era parte dei progetti di ampliamento urbanistico del 1934, quando la neonata Littoria si elevò al rango di provincia. Fino al 1944 il parco fu dedicato ad Arnaldo Mussolini, fratello del dittatore. Poi assunse la denominazione di parco Comunale fino al 1996, quando una giunta comunale neofascista decise di reintrodurre il lugubre odonimo primigenio. Che, incredibilmente, restò inciso nel testo urbano di Latina fino al 2017. Solo allora, nonostante le proteste e le manifestazioni ordite dall’estrema destra, una nuova giunta rinominò il luogo pubblico dedicandolo ai due moderni eroi nazionali, e martiri, della lotta antimafia: Falcone e Borsellino. Una scelta politica intelligente: due nomi tanto significativi quanto politicamente inattaccabili. Forse. Perché quest’estate un viceministro (!) ha auspicato il ri-ripristino della denominazione fascista. E, in un sol colpo, se mai ce ne fosse bisogno, ha confermato che i processi di defascistizzazione della democrazia italiana permangono incerti, ha esplicitato che in Italia la lotta alla mafia è una questione politicamente e culturalmente divisiva, ha attirato l’attenzione sulle contese politiche ed identitarie che presiedono le scelte odonomastiche e la creazione di luoghi della memoria.
Questa storia avrebbe potuto essere un nuovo e vibrante capitolo di Le vie che orientano. Storia, identità e potere dietro ai nomi delle strade della scrittrice afroamericana Deirdre Mask. E forse lo hanno pensato anche tuttə quellə che hanno avuto l’intuito o la fortuna di inserirlo fra le proprie letture estive. Il saggio divulgativo della Mask, infatti, è una vera e propria ricerca nel tempo e dello spazio su due questioni di notevole interesse geografico: i nomi delle strade e la localizzazione ‘ufficiale’ degli esseri umani. E, pur non essendo un prodotto accademico, il lavoro è ben strutturato e solidamente fondato su un’ampia letteratura scientifica, frequentemente e debitamente citata. Per questo, il libro dell’avvocatessa londinese, nonostante una traduzione non sempre all’altezza ma comunque chiara, si propone anche in sede didattica come ottima lettura integrativa in programmi di carattere politico e socio-culturale.
Proviamo a contestualizzare. Innanzitutto l’odonomastica, ovvero lo studio dei nomi delle vie di comunicazione: fino agli anni Novanta questo campo di indagine (costola della toponomastica) è rimasto confinato in una prospettiva linguistica, attraverso la quale storici, geografi e studiosi del linguaggio hanno prodotto numerose classificazioni fondate sui toponimi come indicatori culturali. Nei decenni recenti invece si è sviluppata ed affermata una prospettiva critica, tesa ad illustrare il potere degli odonimi e le relazioni di potere fatalmente implicate dalla loro determinazione. Da questa letteratura scientifica l’autrice attinge con accuratezza, rendendo chiari ed accessibili alcuni ragionamenti teorici proposti da alcuni fra i geografi più attivi nel campo, come l’israeliano Maoz Azaryahu, l’americano Derek Alderman e l’australiano Reuben Rose-Redwood.
In seconda battuta la localizzazione ‘ufficiale’ degli esseri umani attraverso l’assegnazione di un indirizzo certo. Un tema che percorre tutta l’opera e che si lega allo studio dell’odonomastica sotto diversi punti di vista: quello economico, connesso alle produzioni, ai commerci ed ai relativi movimenti che devono essere certi e rapidi; quello politico, associato al controllo delle forze produttive tramite un sistema istituzionalizzato di esatta reperibilità; quello civile, intrecciato al pieno godimento dei basilari diritti di cittadinanza come la salute, l’istruzione e il lavoro.
L’opera è divisa in cinque capitoli, due di carattere storico e tre di carattere tematico, che invitano il lettore, forse inconsciamente, ad un costante confronto con le proprie esperienze di localizzazione e orientamento, da un lato, e di percezione politica e identitaria dall’altro. Il primo capitolo, di carattere pragmatico, è dedicato agli slum di Kolkata e all’epidemia di colera ad Haiti nel 2010, che ci riporta nella Londra vittoriana della celebre epidemia di Broad Street. In tutti questi diversi casi gli indirizzi ‘si rivelano’ e ci rivelano la loro importanza sia come dispositivo spaziale di controllo sia come strumento di fruizione dei diritti di cittadinanza. Il secondo capitolo invece ha un approccio più storico, muovendosi fra l’antica Roma, la Londra medievale, Vienna e Parigi nel secolo dei lumi e la fondazione di Philadelphia, per offrire una panoramica sull’orientamento urbano, sulla nascita dell’odonomastica e sull’importanza politica e identitaria dei nomi delle strade, senza dimenticare che intere culture e miriadi di centri urbani ne sono totalmente privi senza nocumento alcuno, come in Corea e Giappone. E proprio la storia e le storie delle società urbane prive di indirizzi esatti, nell’accezione occidentale del termine, sono una delle narrazioni più efficaci e coinvolgenti del lavoro.
I tre successivi capitoli sono dedicati al potere degli odonimi e alle relazioni di potere che ne presiedono l’intitolazione. Gli odonimi commemorativi, in particolare, sono espressioni di potere che iscrivono nel paesaggio urbano la memoria di persone ed eventi giudicati (da chi? quando? e perché?) meritevoli di onorificenza pubblica. In questa prospettiva lo stesso paesaggio urbano funziona come un’arena memoriale controversa, nella quale si affrontano identità, ideologie, simboli e discorsi egemonici e contro-egemonici.
Il capitolo dedicato alla politica, si sofferma su uno studio classico (e pioniere) dell’odonomastica critica: la toponomastica nazista e la ridenominazione delle vie di comunicazione a Berlino alla fine della guerra. Ma è soprattutto il caso delle vie dedicate all’attivista nordirlandese Bobby Sands in diverse città e in diversi paesi del mondo (fra i quali l’Iran) a mettere in luce gli intrecci fra odonimi, identità e ideologie, oltre che le possibili contraddizioni insite nella memoria sociale (e quindi nei luoghi della memoria) e nell’uso pubblico della storia.
Il capitolo dedicato alla razza prende in considerazione tre casi di studio relativi a Martin Luther King e agli ‘eroi’ confederati negli Stati Uniti, e ai cittadini afrikaner in Sudafrica. E se le commemorazioni odonomastiche del leader del movimento per i diritti civili degli afroamericani sono un altro soggetto classico dell’odonomastica critica, i casi di studio relativi ai soldati confederati e agli afrikaner offrono spunti di riflessione altrettanto interessanti, approfondendo la discussione sulla memoria pubblica e sul suo funzionamento. Perché negli Stati Uniti si continuano a denominare strade e luoghi secondo una sfacciata retorica razzista? Perché la Corte Costituzionale sudafricana è contraria alla ridenominazione dei toponimi afrikaner, o meglio, perché sono contrari i giudici neri e favorevoli i giudici bianchi?
Il capitolo dedicato alle classi socio-economiche, infine, considera i casi dei cittadini di Manhattan da un lato e i cittadini senza fissa dimora negli Stati Uniti dall’altro, ponendosi a cavallo fra lo studio degli indirizzi e delle localizzazioni e l’analisi politico-sociale dei nomi delle strade. Manhattan vien così presentata con uno sguardo che oltrepassa la griglia asettica che la caratterizza e che tuttə conosciamo, mentre l’ultimo paragrafo sui problemi (gravi, talvolta impensabili) connessi alla mancanza di un indirizzo (a New Heaven, nel Connecticut, Stati Uniti) si ricongiunge al primo paragrafo sui problemi (gravi, talvolta impensabili) connessi alla mancanza di un indirizzo (a Kolkata, Bengala occidentale, India).
In conclusione, gli indirizzi hanno un futuro o nuove tecniche di localizzazione personale esatta (dal retrogusto vagamente distopico) li renderanno del tutto inutili in tempi brevi? In ogni caso è del tutto verosimile che continuino invece a crescere le attenzioni politiche e le contestazioni identitarie collegate ai processi di denominazione e ridenominazione dei luoghi e ai correlati processi di territorializzazione.

Filippo

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