Le metafore della terra. La geografia umana tra mito e scienza

Di: Giuseppe Dematteis | Editore: Feltrinelli, 1985

Nel gennaio del 1985 Giuseppe Dematteis pubblicava “Le metafore della terra”; probabilmente il più straordinario e il più noto libro di geografia mai scritto in italiano. In occasione del 35esimo anniversario ri-pubblichiamo la recensione che Franco Farinelli scrisse all’epoca sulla Rivista geografica italiana, e la traduzione di un estratto di un articolo più recente (2013) di Juliet Fall e Claudio Minca: due scritti che mostrano come il libro anticipasse di diversi anni alcune questioni che sarebbero divenute centrali in tutto il dibattito geografico internazionale successivo, e che sono ancora oggi irrisolte.

Recensione di Franco Farinelli al libro di Giuseppe Dematteis “Le metafore della terra: la geografia umana tra mito e scienza”. Rivista geografica italiana (94)2: 211-214, 1987.
Ogni libro dotato di senso (tutti insieme un’esigua minoranza tra quelli che si stampano) appartiene ad una delle due seguenti specie: i libri che soltanto i lettori che già hanno pensato per proprio canto quello che vi si legge possono comprendere, e i libri che invece si sforzano, in determinati ambiti, di far pensare in maniera nuova il maggior numero di persone. Dei primi, i più rari e preziosi, si riferisce di solito in maniera per tutti comprensibile fuorché per l’autore. Gli altri testi, al contrario, subiscono in genere recensioni che soltanto chi ha scritto il volume riesce davvero ad intendere e valutare. A tale specie appartiene (e quanto appena detto valga come avvertenza per chi legge e scusa per chi scrive) il libro di cui qui si tratta: il libro più importante, per ampiezza di riferimenti e lucidità d’analisi, apparso nella geografia italiana del dopoguerra dopo le “questioni” di Lucio Gambi.
Identici, rispetto alle riflessioni di Gambi, lo spirito e la tensione: l’intento è ancora quello – come si legge nel primo capitolo dedicato all’Ambiguità della geografia – di contribuire alla liberazione della geografia dalla situazione di confino culturale a cui la condannano certe concezioni ancora oggi dominanti tra i suoi stessi cultori. Intento ambizioso, cui corrisponde un adeguato “piano” di lavoro: interrogarsi – come accade nei capitoli secondo e terzo: Geografie del passato e Terra e territorio – “su che cos’è stata e che cos’è realmente la geografia”, per “poi vedere se, accettandola così com’è (non come vorrebbero farci credere che sia), essa possa essere oggi praticata in modo piacevole e istruttivo”. La soluzione, positiva, costituisce una variante, finora inedita ma decisiva, di ciò che alla fine degli anni Settanta David Russell ha definito la “smaterializzazione dell’oggetto geografico”: processo secondo il quale, in virtù della critica alla falsa oggettività di marca positivistica, s’arriva oggi al riconoscimento che gli oggetti della geografia non sono costituiti da cose ma da atti. Atti, vale a dire operazioni mentali: metafore, appunto, per Dematteis. Dopo tante schiamazzanti sedicenti – ma in realtà false – “rivoluzioni” del pensiero geografico, finalmente un autentico, e perciò sommesso e silenzioso, rivolgimento, i cui effetti iniziano appena adesso, nel contesto della letteratura geografica internazionale, a manifestarsi. E al riguardo spetta a Dematteis il merito di essere per primo riuscito in un’impresa che, per la sua difficoltà, rimane di fatto proibitiva: saldare in un unico discorso, in un testo che è quasi un manuale, la rappresentazione geografica “normale” – che funziona da punto di partenza dell’opera – con la più nervosa forma di pensiero geografico allo stato nascente. Non senza qualche rischio o, per meglio dire, prezzo: che qui conviene subito additare, in vista della miglior comprensione della natura di un lavoro con cui tutti i geografi che vorranno riflettere dovranno d’ora in poi – non soltanto da noi – fare i conti.
La rappresentazione geografica “normale” (questo il titolo del quarto capitolo) è per l’autore, kuhnianamente, “la descrizione della superficie terrestre così come viene di fatto praticata nell’ambito dell’omonima disciplina ed entro i limiti che a tale campo di studi sono oggi riconosciuti”. Di conseguenza, dalla geografia sono esclusi “come metageografici tutti i discorsi metodologici, critici o puramente teorici, che riguardano il come fare geografia”. E questo perché “se la geografia può essere forse qualcosa di più di una descrizione della superficie terrestre, una cosa è certa: che senza una tale descrizione non può esserci geografia”. Ora, si è quel che il linguaggio che si parla (o dal quale si è parlati) è: neo-positivisti, in questo caso. Sicché l’autore non ignora che riconoscere, come egli pretende, un contenuto fattuale alla sua definizione vuol dire formulare un’ipotesi empirica. Ciò che invece mi pare trascuri troppo – ma i geografi tedeschi della prima metà del secolo passato lo sapevano benissimo – è che la funzione di ogni ipotesi empirica consiste nel determinare in anticipo il risultato dell’esperienza. II che è quanto, inesorabilmente, nel corso della successiva analisi corre il rischio di verificarsi. Non perché sul problema di che cosa una descrizione sia nulla o molto poco si dica – pare di poter intendere, al riguardo, che, se non proprio sinonimi, i termini “descrizione” e “rappresentazione” siano da considerarsi in sostanza equivalenti. Ma, prima ancora, perché la descrizione del sapere geografico e della sua storia qui proposta mi pare in qualche misura il primo prodotto di quel circolare processo di “morfogenesi mimetica” – l’espressione è coniata dallo stesso Dematteis – che, come elemento di riproduzione dell’ordine e delle strutture materiali delle formazioni sociali esistenti, alla rappresentazione geografica normale viene qui rimproverato. Cosi lo schema di pagina 101 sembra in realtà la chiave di spiegazione del testo stesso: basta soltanto sostituire, lungo il lato sinistro, a “Terra” geografia, a “Territorio” storia della geografia e alle “trasformazioni ambientali” l’analisi storiografica. Infatti, proprio come per Dematteis la logica geografica, anche la sua definizione (e di conseguenza la sua analisi) della geografia riesce “tendenzialmente performativa”, vera cioè soltanto in quanto successivamente realizzata. “Se all’inizio questa definizione della geografia come semplice descrizione della superficie terrestre era provvisoria e basata su osservazioni puramente fattuali, ora credo di aver dimostrato che essa è l’unica accettabile anche sul piano epistemologico”, si legge nel sesto ed ultimo capitolo (La geografia come scoperta). In altri termini: partendo dalla definizione “normale” della geografia l’autore arriva alla riaffermazione proprio della logica della “geografia normale” apparentemente presa a bersaglio. Come e perché questo possa accadere e quanto, sul filo del testo, cercherò in breve di spiegare.
Per meglio illustrare l’azione morfogenetica della geografia normale, Dematteis distingue le informazioni contenute nelle sue rappresentazioni secondo un triplice livello: un primo livello chiamato enumerativo, che concerne il “dove” dei singoli fatti; un secondo livello detto sintattico, relativo a “rapporti tra categorie di oggetti nello spazio fisico terrestre, quindi proprietà e strutture relazionali (spaziali) di certi oggetti, configurazioni, patterns, trame e simili”; infine, il livello simbolico-ideologico che riguarda le “visioni del mondo” implicite nel livello sintattico, e cui si debbono il senso complessivo della rappresentazione. Tali livelli “formano un tutto unico”. II che non toglie, però, che sia il primo che il secondo (funzionalmente legati a distinte operazioni, alla “riproduzione individuale” e a quella delle “formazioni sociali” rispettivamente) si riferiscano a “fatti” la cui fondazione ontologica (la cui natura) non risulta in nessuna maniera appurata. In tal modo, a farvi caso, l’autore procede allo smontaggio della logica della rappresentazione geografica normale secondo lo stesso modello dell’autorappresentazione che la vecchia geografia positivistica (quella di Vidal, tanto per fare un nome) forniva di se stessa: la questione del “dove” dei fatti continua in realtà a mantenere la primazia anche nei confronti del problema di “che cosa” i fatti rappresentati siano – come fosse possibile, sia pure soltanto sul piano della riproduzione individuale oppure delle formazioni sociali, assegnare collocazione ad un fatto senza prima ancora o in ogni caso contestualmente definirne, per ciò stesso, implicitamente l’essenza. La mossa risulta cruciale, perché è proprio la mancata priorità assegnata al contesto (al codice, inteso come il sistema di modellizzazione del mondo inclusivo dei propri moventi) a determinare quella che a me pare la sostanziale ambiguità del quinto e decisivo capitolo, intitolato La geografia come metafora.
Difficile contestare l’affermazione, con cui il capitolo s’apre, secondo la quale la “geografia opera come descrizione analogico-metaforica della realtà: rappresenta fatti socialmente rilevanti nelle forme dello spazio fisico terrestre”. Prima d’altro essa significa, semplicemente, che la descrizione geografica opera, alla stregua di qualsiasi altra descrizione, attraverso l’atto linguistico, che è l’operazione metaforica primordiale. Ma non è vero che in geografia finora non sia mai stato “fatto un uso consapevole e dichiarato della metafora spaziale come strumento teorico”. E l’Erdkunde allora, di cui pure in qualche maniera il testo tratta? E il concetto (centrale della geografia normale) di paesaggio, che nel libro risulta del tutto sprovvisto di storia? Al riguardo le perplessità – sia consentito affermarlo a chi, prima di scriverne ha letto per cinque volte l’opera – sono davvero grandi. Perché proprio l’uso della metafora paesaggistica (che è d’origine letteraria) costituirebbe, per una storia del pensiero geografico che procedesse per linee interne, esempio formidabile – grazie alla sua “apertura concettuale” – di accomodamento della “terminologia linguistica” alla “struttura dei fenomeni naturali i cui caratteri fondamentali non sono intesi appieno”. Sarebbe modello privilegiato di come la “questione del riferimento” metaforico di un termine altro non sia che “la questione del suo ruolo nel rendere possibile un accesso epistemico socialmente coordinato a una sorta particolare di cosa o fenomeno naturale”.
Le ultime citazioni non sono tratte dal volume di Dematteis ma appartengono a Richard Boyd, dalla cui teoria del meccanismo metaforico Dematteis dichiaratamente attinge. Com’è possibile, allora, che egli stesso non abbia visto queste cose? Avanzo a mia volta un’ipotesi: che Dematteis continui per tal verso a restare preda del fondo positivistico annidato nell’intimo del suo pensiero. E cosi come, positivisticamente, relega sullo sfondo (seppure) il nodo originario della fondazione ontologica delle cose – dunque il carattere insormontabile della priorità del sistema di modellizzazione del mondo e delle sue ragioni rispetto a qualsiasi atto conoscitivo di natura analitica – allo stesso modo, neo-realisticamente, mostra di ritenere che le cose non sono prodotti del rapporto conoscitivo né essenzialmente dipendenti da tale rapporto quanto alla loro esistenza e al loro comportamento. Posizioni più che lecite, naturalmente. Ma non fino al punto d’autorizzare la riduzione della Erdkunde (che proprio tali posizioni espressamente vietava), del discorso critico relativo alla Terra – al mondo – a superficiale descrizione. Oppure in grado di evitare, come nel testo si fa, la questione della “virulenza” (direbbe Hans Blumenberg) delle metafore stesse, che sono non soltanto sempre arbitrarie ma anche interessate – e non, come i realisti vorrebbero, semplicemente “informate”. Perché, anche a volerci limitare al compito della descrizione della superficie terrestre, noi adoperiamo una metafora al posto di un’altra? Qual è il criterio della scelta? Proprio a tali interrogativi I’Erdkunde di Humboldt e Ritter si preoccupava innanzitutto di rispondere. Proprio tali domande risultano, nella loro radicalità, assolutamente estranee al testo di Dematteis. Perché il sapere geografico non è mai stato la “semplice descrizione della superficie terrestre”. II che non toglie che il testo del Dematteis rappresenti – va ripetuto e sottolineato: non soltanto per la geografia italiana – un sicuro guadagno netto. Con la sua passione e la sua intelligenza l’autore, come da noi da decenni non accadeva, ha davvero segnato una svolta, e chi non affronterà la sua curva resterà, a partire a ora, per sempre indietro. E per sorpassarlo, tra l’“infinito intrattenimento” – come Maurice Blanchot direbbe – di natura metaforica che Dematteis prospetta come soluzione e, all’estremo opposto, lo smarrimento dei geografi negli “oscuri labirinti metageografici” che egli critica e teme, esiste soltanto un altro percorso. Esso non cerca la soluzione delle difficoltà poste dall’analisi geografica attraverso l’applicazione di discorsi esterni alla tradizione del discorso geografico stesso, ma – proprio al contrario – mira, in funzione del medesimo obbiettivo, alla tematizzazione degli schemi logico-analitici, e prima ancora filosofici, correnti secondo le specifiche modalità riflessive acquisite a suo tempo dalla critica “conoscenza della Terra”. Un percorso, insomma, che prima di altro riconosce alla geografia stessa la capacità di un rapporto autoreferenziale. Ma nessuno al mondo finora lo ha compiuto.

Estratto dall’articolo di Juliet Fall e Claudio Minca, “Not a geography of what doesn’t exist, but a counter-geography of what does: Rereading Giuseppe Dematteis’ Le Metafore della Terra”. Progress in Human Geography 37(4): 542-563, 2013.
È stato più volte detto che Le Metafore della terra avrebbe potuto rivoluzionare la geografia italiana, e qualcuno ha sostenuto che in parte lo abbia fatto, sebbene a un esame più attento affermazioni così altisonanti sottintendano diversi ‘incontri mancati’.
Si tratta di un libro molto denso e complesso: una straordinaria eredità per la geografia e per i geografi. Contiene inoltre molti libri in uno (…) I primi tre capitoli hanno un impronta storica, senza pretese esplicite di autorità genealogica; sono accessibili ed evidentemente mirati a raggiungere un pubblico ampio. Gli ultimi tre capitoli sono più teorici e affrontano questioni relative alla natura metaforica di tutta la conoscenza geografica. Questa seconda parte è stata concepita come una sorta di risposta scientificamente fondata a qualsiasi pretesa di scientificità della geografia, pretesa che Dematteis chiaramente respinge nella sua esegesi della metafora in geografia o, meglio, della geografia come metafora. Nell’unica recensione contemporanea del libro, Franco Farinelli (…) lo definisce come “il libro più importante apparso nella geografia italiana del dopoguerra”, paragonabile solo ai lavori rivoluzionari di Lucio Gambi. Si tratta di un libro che una volta letto è molto difficile ignorare, un libro che ogni geografo in Italia ha letto, o almeno afferma di aver letto (…).
Dematteis scrive la prima parte de Le Metafore come un manifesto. La scrittura in questa parte è chiara e si legge magnificamente. L’autore attinge ad un’impressionante varietà di fonti (…): da Erodoto a Moore, dalle mitologie di Barthes e Vernant, alla critica delle modernità borghesi di Horkheimer e Koselleck, dalle speculazioni di Vico sulla scienza, ai lavori di Bateson e Serres, solo per citarne alcuni. Per quanto riguarda il potere e il funzionamento delle metafore nella scienza, Dematteis fa riferimento al lavoro di Ricoeur e di Eco, alle metafore scientifiche di Khun e alle idee di Prigogine e Stengers su una nuova alleanza tra umanità e natura.
Ma non si tratta solo di un piacevole trattato di epistemologia: il libro è ferocemente critico nei confronti della geografia e degli errori che la geografia fa e ha fatto in passato, oltre che deliziosamente sovversivo nel suo progetto per il futuro. Si tratta di un progetto molto personale; i riferimenti elencati poc’anzi mostrano poche sovrapposizioni con quelli dei geografi anglofoni che all’epoca scrivevano su temi simili. Dematteis vuole demistificare sia l’oggetto che il progetto della disciplina, rivolgendosi ad un pubblico ampio, oltre i ristretti confini del mondo accademico. È questo che rende la lettura così piacevole: si percepisce il piacere sovversivo che scrivere deve aver dato all’autore.
Evidenziamo allora alcuni punti che, nei capitoli di apertura, ci appaiono particolarmente interessanti; una originalità e una prospettiva che, nella seconda parte del libro, tende a svanire, per tornare solo nelle pagine conclusive. Questa tensione interna al libro è qualcosa sulla quale vale la pena di riflettere, e conferma quanto l’opera possa/debba essere letta in modi molto differenti e da diversi punti di vista.
Dematteis inizia il suo libro con un’affermazione semplice ma potente, nel contesto dell’Italia negli anni ’80: la forza e la tragedia della geografia risiede nella sua apparente inutilità e banalità.

Che cosa resta della geografia dei nostri ricordi scolastici? Apparentemente nulla. Niente di problematico, nessuna interpretazione, nessuna possibilità di discussione (è o non è Lisbona la capitale del Portogallo?). La latitanza della geografia nella saggistica e nel dibattito culturale fa dubitare che essa possa essere oggetto di pensiero riflessivo” (12).

Oppure: “un mio anziano collega di facoltà ogni tanto mi chiede se sono state scoperte nuove isole nel Pacifico” (12). Questi esempi sull’apparente banalità della geografia non sono fini a se stessi. La tesi è che questa apparente depoliticizzazione della conoscenza geografica non può che essere funzionale al potere: non serve ad altro che a riprodurre e normalizzare lo status quo.
Se non si tratta del primo libro di geografia critica, è per lo meno unico. Dematteis critica sia il lavoro dei geografi, sia il rapporto tra spazio e potere che il lavoro dei geografi legittima, senza che questi ne abbiano apparentemente alcuna consapevolezza. Riferendosi all’entusiasmo che gli approcci quantitativi in geografia suscitavano negli anni ’70, è anche caustico nei confronti del recente innamoramento dei geografi per i calcolatori nel tentativo di rispondere alla loro sensazione di inferiorità disciplinare cercando una nuova, ma a suo parere illusoria, legittimità (12).
Questa apparente inutilità e banalità della disciplina è in netto contrasto con il successo che il sapere geografico non specialistico ha, e con la persistente passione a scoprire ed esplorare nuovi mondi, che è oggi trasposta nei viaggi e nel turismo, e testimoniata dal grande successo di riviste come National Geographic. Ma tutto questo, dice Dematteis, non ha a che fare tanto con la curiosità, quanto piuttosto con il possesso; non è sorpresa, ma consumo (13). A differenza di quella che egli descrive come l’apparente innocenza della “geografia nelle scuole” – che viene dimenticata subito dopo essere stata appresa – questa geografia popolare dell’esplorazione non è altro che illusione, dice Dematteis, desiderio, evasione e regressione infantile. Ed è una sciagura a suo avviso, in particolare alla luce della straordinaria resilienza degli approcci descrittivi nella geografia accademica italiana. Perché se il mondo viene presentato come un insieme di prodigiose meraviglie, che sono semplicemente elencate come nell’ambito dell’approccio descrittivo per troppo tempo si è fatto, la geografia viene ridotta a un’operazione meramente enciclopedica e collocata in una sorta di anticamera della scienza, precludendo il suo reale potenziale emanicipatorio.
Dematteis descrive quindi il funzionamento della geografia descrittiva e popolare, la geografia dei media, del dibattito politico, come una geografia che sembra appellarsi al senso comune: non è mai troppo problematica, limitandosi per certi versi a un esercizio di riaffermazione dell’ovvio, a un’operazione ripetitiva di conferma dello status quo. Ciò spiega anche, dice, la profonda e duratura crisi di identità di una disciplina che, in Italia e altrove, si è in qualche modo rinchiusa all’interno dei ristretti e immobili confini di una “politica della normalità”.
Le Metafore affronta diversi argomenti cruciali nella storia recente della disciplina, spaziando in maniera critica tra questioni di storiografia, rivoluzione quantitativa, scienze regionali e tutte le forme di isomorfismo, viaggiando attraverso la geografia con un tocco di ironia e un chiaro intento politico. Dematteis disseziona principi sacri della tradizione geografica: l’uso scarsamente problematico della scala, la fede nel potere della ragione cartografica, la metafisica dell’organicismo, la magica credenza nel potere del mercato, le teorie spaziali che adottano una prospettiva oggettivista, e così via. Suggerisce anche di abbandonare qualsiasi spiegazione dei fatti geografici basata su nessi di causalità, accennando all’ermeneutica e a una sofisticata operazione di “ri-descrizione” che illustri efficacemente il funzionamento delle metafore geografiche – sebbene non entri nel merito di come tale ri-descrizione andrebbe condotta. Dematteis sostiene, in molte parti del libro, che abbiamo sempre a che fare con verità parziali, mentre non smette mai di sottolineare la necessità di uno stretto collegamento tra geografia, teoria e filosofia, in un’epoca nella quale tutto ciò era molto distante da quanto praticato nell’ambito di quello che era considerato l’establishment geografico accademico.
Ci si sarebbe aspettati che questa critica feroce a quello che egli definisce “il progetto enciclopedico della geografia” conducesse a fare appello alla scienza, al rigore, come molti autori contemporanei a Dematteis stavano facendo in quegli anni. Invece, egli propone un progetto molto più potente: piuttosto che arrendersi all’immagine di una disciplina ‘innocente’, suggerisce esplicitamente di ri-politicizzarla, reintroducendo l’elemento “critico”, e puntando il dito proprio su questa curiosa affinità che geografi e statisti sembrano aver sviluppato. La geografia, come la storia, afferma, è troppo spesso scritta dai vincitori. “Il fatto che la geografia ci appaia inutile ci porta ad escludere che essa possa essere dannosa” (14). La sua argomentazione è sottile: dal momento che oggetto e rappresentazione – il mondo e la descrizione di esso – sembrano essere fatti coincidere, la realtà materiale descritta dalla geografia “normale” è naturalizzata, resa inevitabile e quindi inevitabilmente depoliticizzata. Se la descrizione appare razionale, allora nessun’altra descrizione è possibile, nessun’altra interpretazione è possibile – e quindi nessun altro mondo è possibile.
Questa morte dell’utopia e delle alternative serve fondamentalmente alla riproduzione dello status quo:

Se presentasse delle alternative, se [la geografia] ponesse dei dubbi invece che delle certezze, verrebbe meno a questa sua funzione, sarebbe fonte di disorientamento (anche in senso letterale); tradirebbe i sacrifici di tanti eroici esploratori” (16).

Ma, sostiene Dematteis, questa non è e non dovrebbe essere la fine della storia, poiché è davvero possibile rendere le alternative visibili all’interno delle utopie, all’interno di quelle che potremmo definire immaginazioni geografiche alternative:

La sicurezza è la consolazione che il potere offre in cambio della sottomissione. … Viceversa, nella sua forma fantastica, come scoperta, come ricerca di alternative, [la geografia] è potenzialmente colpevole di sottrarsi – se non di ribellarsi – a quello stesso potere, all’ordine esistente delle cose” (16).

Tutto questo è da diversi punti di vista molto vicino al pensiero postmoderno – nonostante la riluttanza di Dematteis ad essere associato a questa etichetta (Dematteis, 2003) (…). Per questo dell’Agnese (2008) ha scritto che l’interpretazione di Dematteis della “geografia dei manuali” o della “geografia scolastica” è molto più complessa di quella di Yves Lacoste, un geografo francese molto più conosciuto di Dematteis presso la geografia anglofona, soprattutto per il suo libro “La géographie, ça sert, d’abord, à faire la guerre” (1976). Il progetto di Dematteis è per altri versi vicino a quello di Claude Raffestin, il quale scriveva in quegli stessi anni in Svizzera, traendo ispirazione da Max Horkheimer e Michel Foucault: “dobbiamo riconoscerlo, questo è forse quanto di più difficile da ammettere: ogni rappresentazione geografica sottintende un progetto politico. Coloro che pretendono di non averne nessuno stanno solo assecondando inconsciamente l’ordine del quale sono circondati” (Raffestin, 1976: 97).
La rottura di Dematteis sta nel riconoscere che avendo limitato troppo a lungo la geografia al ruolo di una disciplina della scoperta e dell’esplorazione, i suoi sostenitori hanno ucciso (o meglio neutralizzato) il suo potenziale rivoluzionario: se non c’è nessun luogo da scoprire, nulla da descrivere, deve trattarsi di un sapere inutile. Diventa quindi uno strumento docile del potere. Dematteis critica tutti i tentativi di presentare la geografia come una scienza oggettiva, sferzando i suoi contemporanei con un disprezzo molto ben argomentato: “una delle incoerenze logiche della geografia moderna è appunto quella di fondare la propria oggettività scientifica sulla pretesa di dare una descrizione oggettiva ed esaustiva dei luoghi” (19), un’ambizione destinata al fallimento poiché tutte le rappresentazioni implicano scelte e soggettività. Ma il suo punto è sottile: è proprio perché la geografia sembra elencare “ciò che tutti possono vedere” che è stata neutralizzata come lettura sofisticata del mondo. Se chiunque può toccare con mano fatti di importanza strategica, perché sono per definizione tangibili, allora diventa più facile convincere le persone che non c’è niente là fuori da trovare (e criticare): “basta convincere la gente che non c’è niente da cercare, che tutto è già stato scoperto ed è tutto lì nei libri e sugli atlanti, insomma che la geografia è banale e quasi inutile” (22). Riferendosi a Yves Lacoste – che a quel tempo era ancora considerato un geografo critico – Dematteis suggerisce che è proprio nel fare apparire la conoscenza geografica come ovvia che coloro che sono in posizioni di potere possono mantenere il loro controllo su informazioni di importanza strategica. Perché preoccuparsene se è solo senso comune? Per Dematteis, la geografia borghese o la geographie des professeurs, per usare l’espressione di Lacoste, non è altro che una cortina fumogena che nasconde il reale potenziale strategico della conoscenza geografica, di qualsiasi conoscenza geografica. In questo modo, come spiega dell’Agnese, le rappresentazioni geografiche che riproducono lo spazio sulla base delle relazioni di potere esistenti (…), presentandosi come ‘normali’, sono di fatto normative (dell’Agnese, 2008).
Questo approccio critico alla questione del potere delle e nelle metafore spaziali, e in particolare in quelle apparentemente rassicuranti prodotte dalla conoscenza geografica “normalizzata”, diventerà (esplicitamente o implicitamente) cruciale nelle prospettive critiche (e in tutte le teorie critiche) che colonizzeranno la produzione geografica nei due decenni successivi, in particolare nella geografia anglofona, sebbene in modi piuttosto diversi e seguendo percorsi accademici molto distanti.
Il potenziale sovversivo della geografia, scrive Dematteis, sta nella sua capacità unica di combinare realtà materiale e pensiero utopico, quella che egli definisce la sua natura di Giano bifronte. Sebbene questa sua natura può condurre a far coincidere la realtà esistente con la sua rappresentazione, può anche essere rovesciata e sfruttata per immaginare alternative:

La pericolosità di una tale geografia deriva dal fatto di essere una descrizione delle cose esistenti (sia pure in forma latente) e al tempo stesso una critica dell’esistente. Una grave minaccia alla certezza dell’essere geografico delle cose” (25)

(…) Una geografia di questo tipo, dice, è l’unica in grado di svelare la segreta naturalizzazione e normalizzazione dell’ordine stabilito che il potere istituzionale, con le sue pratiche, istituisce e consolida (26). Facendoci credere che lo status quo è inevitabile, che cambiare è impossibile, il cambiamento o la ribellione sono silenziate. Perché se le alternative – le utopie – sono considerate possibili solo altrove, ciò che è qui e ora deve essere inevitabile: naturale e normale. Ciò di cui abbiamo bisogno, dice Dematteis, non sono “geo-grafie dell’inesistente, ma anti-geografie dell’esistente” (45).

Questa prospettiva critica e implicitamente decostruttiva, questa chiamata alle armi potente e seducente, pervade i capitoli iniziali de Le Metafore. La seconda parte del libro, invece, è molto diversa e consiste in un tentativo non dichiarato di riscrivere la storia della disciplina o, meglio, la storia della natura performativa della conoscenza geografica, intesa come metafora:

Nelle belle arti [le metafore] sono usate per comunicare ciò che non può essere reso esplicito in un linguaggio logico e razionale. In geografia, tuttavia, le metafore hanno la funzione opposta: quella di anticipare ipotesi, concetti e prospettive teoriche relative a funzioni che non sono ancora analiticamente sviluppate, ma che saranno meglio formulate in futuro, proprio perché la metafora definisce un progetto di ricerca, il cui risultato è la traduzione della metafora in un linguaggio razionale” (Dematteis, 2010: 37).

Questa attenzione alla metafora e alla performance è un elemento degno di nota del pensiero di Dematteis, se non altro perché diverrà una preoccupazione centrale in geografia soltanto dopo alcuni anni. Le sue genealogie ampie, che progrediscono in modo classico se non proprio convenzionale, dagli studiosi greci a quelli medievali e fino ai giorni nostri, sono molto convincenti nel sostenere la tesi della neutralizzazione di una pratica sovversiva. Equiparando la Terra al territorio, o la realtà materiale alla sua rappresentazione, il “potere” si rende invincibile e per molti versi ineludibile. (…). In ogni caso, questa seconda parte del libro è quella che è stata più spesso citata dai geografi italiani e che ha pervaso il lavoro di Dematteis nei decenni successivi; ed è anche per molto versi la parte meno esplicitamente critica nei confronti dell’accademia e del lavoro dei geografi.
Aveva senza dubbio ragione Farinelli (1987) quando individuava nei capitoli finali del libro il riemergere di una vena di positivismo – in particolare per il modo con il quale Dematteis attinge implicitamente al lavoro di Boyd sul funzionamento delle metafore scientifiche – e quando criticava la pretesa di limitare la geografia ad un ruolo di semplice descrizione della superficie terrestre. Il commento di Farinelli ha anticipato molto lucidamente il modo con il quale il messaggio de Le Metafore sarebbe stato accolto in maniera selettiva dalla comunità disciplinare negli anni a venire, conducendo alla marginalizzazione del suo progetto per altri versi fortemente critico. L’argomentazione conclusiva di Dematteis sulla “oggettività relativa” (143) che sarebbe propria di tutte le rappresentazioni geografiche – alla quale le sue speculazioni sul potere di un approccio metaforico alludono – può davvero essere letta come il riflesso di una rivoluzione disciplinare annunciata, preparata, ma mai completata.
Rimanendo intrappolate nel bel mezzo di un percorso non ancora compiuto di rifiuto dell’oggettivismo in geografia, Le Metafore – proprio per via di questa ambiguità – si sono prestate alle letture più diverse.
Questo spiega, almeno in parte, perché il progetto rivoluzionario che è alla base di questo libro sia stato affrontato negli anni a venire in modo così selettivo e incompleto.

 

Filippo

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