Le mappe della disuguaglianza: una geografia sociale metropolitana

Di Keti Lelo, Salvatore Monni e Federico Tomassi | Editore: Donzelli, 2019

Il volume, attraverso una dettagliata serie di mappe a colori, traccia una geografia delle disuguaglianze tra i quartieri della capitale in un confronto inedito e prezioso con le altre tre principali città metropolitane italiane: Milano, Napoli e Torino. Gli autori, mossi da un grande rigore scientifico e da una forte passione civile, ci restituiscono la complessità sociale e spaziale della capitale, mostrandone le tante sfaccettature e le disuguaglianze che la attraversano. Una complessità con cui occorre fare i conti e da cui ripartire. Si passano al setaccio i quartieri e i comuni dell’hinterland su temi che interessano da vicino i cittadini: dai trasporti alla scuola, dal turismo all’ambiente, dalla sanità alla presenza di stranieri. Questi estesi territori urbanizzati, altamente diversificati, poco conosciuti e in continua evoluzione, necessitano di essere indagati a fondo con strumenti capaci di mettere a fuoco problemi, criticità e differenze. L’auspicio è che queste mappe siano consultate da tanti, ma soprattutto da quelli che le politiche le devono pensare e disegnare. Gli autori sono gli animatori di www.mapparoma.info, il sito dove mettono a disposizione i materiali delle loro analisi sulla città.

Recensione di Filippo Celata, pubblicata sul Semestrale di studi e ricerche di geografia 32(1): 162-165
Le mappe della disuguaglianza è il libro nel quale Keti Lelo, Salvatore Monni e Federico Tomassi hanno raccolto e rielaborato le analisi che pubblicano dal 2016 sul sito mapparoma.info. Sono 26 schede o capitoli, ciascuna su una dimensione delle disuguaglianze, corredata da 2 o 4 carte che mostrano l’intensità del fenomeno nei diversi quartieri di Roma, in alcuni casi anche a scala provinciale e a confronto con analoghe rappresentazioni di Milano, Napoli e Torino.
È questa la caratteristica distintiva del progetto, e del libro: tutto ruota intorno alle mappe. Il testo è infatti prevalentemente illustrativo delle mappe. Questo ‘formato’ è poi alla base del successo che ha avuto il sito prima e il libro poi – oltre ovviamente al fatto che le disuguaglianze sono un problema rilevantissimo e attualissimo. Il libro ci parla quindi di Roma e di disuguaglianze, ma più in generale del potere delle mappe: un mezzo espressivo particolarmente efficace, sintetico e quindi immediato, comprensibile a tutti, che ben si adatta a una contemporaneità nella quale siamo sommersi dalle informazioni e nella quale non a caso l’immagine domina sulla parola. Mi è capitato spesso di confrontarmi con gli autori su quanto una semplice mappa “valga più di mille parole”, dibattiti e analisi ‘scientifiche’ che pure gli autori – come tutti noi – produciamo.
La partizione in “zone urbanistiche” è inoltre efficacie perché, oltre che molto dettagliata (suddivide l’enorme superficie di Roma in 155 zone), ricalca in qualche modo la forma dei quartieri (al centro in realtà meglio che in periferia, e questo è di per sé indicativo), e consente quindi a ciascuno di riconoscersi nella zona in cui vive. Collocarsi sulla mappa è d’altronde la prima operazione che ciascuno di noi fa, fin da bambino, quando guarda una mappa.
Viviamo inoltre in un’epoca nella quale “il tempo diventa spazio”. Non solo perché praticamente tutti i nostri problemi più rilevanti – dalla crisi ambientale a, appunto, le disuguaglianze – hanno una dimensione spaziale, ma perché anche per questo le grandi narrazioni storiciste che hanno dominato il ’900 (la modernizzazione, il progresso, lo sviluppo) sono in crisi.
Personalmente adoro le mappe e adoro disegnare mappe, e mi trovo spesso a dover spiegare perché molti miei colleghi geografi, stranamente, non condividono la stessa passione. Il motivo non è tanto che spesso le mappe, come si sa, mentono. Ma perché la forma che determinati fenomeni assumono nello spazio dice poco sulle dinamiche che hanno prodotto tale forma, come è stato ribadito dalle prospettive più diverse che vanno dalla “geografia per la storia” di Lucio Gambi alle più recenti geografie radicali e critiche.
Del perché a Roma le disuguaglianze assumano questa particolare forma e intensità parla estesamente nella postfazione Walter Tocci: ex assessore e vice-sindaco di Roma, acutissimo osservatore e vero e proprio archivio vivente dei problemi vecchi e nuovi che affliggono la capitale. Tocci paragona spesso Roma a una città coloniale cresciuta troppo male e troppo in fretta, determinando la concentrazione della ricchezza in alcune zone: dal centro storico alla prima corona che va dalle mura aureliane all’anello ferroviario. Sono quartieri che oltre che della centralità beneficiano di un’elevata qualità urbana e urbanistica. Più in là, nella cosiddetta “periferia storica” delle consolari, fino a quello che è il vero, enorme problema di Roma – la “città del GRA” – si disperde invece il disagio, che è appunto allo stesso tempo socioeconomico ma anche urbanistico. Interessante in questo senso l’idea contenuta nel capitolo 9 di mappare la densità delle piazze a Roma. L’espansione urbana ha quindi determinato una progressiva polarizzazione tra il centro e una vastissima periferia frammentata, priva di servizi e collegamenti, povera di attività e opportunità, abbandonata alla speculazione e all’abusivismo, nella quale è per questo molto difficile intervenire successivamente con politiche sociali, di rigenerazione o riqualificazione. Con l’aggravante che tali politiche, che in passato si sono pure fatte – si pensi al famigerato SDO, ovvero l’idea di spostare attività e servizi in periferia, o alla sindacatura di Luigi Petroselli – sono state poi abbandonate. Per non parlare di altre politiche che invece, pur avendo finalità sociali, hanno peggiorato la situazione, come la scellerata concentrazione delle “case popolari” in poche zone periferiche iper-intensive – da Ostia Nord a Tor Bella Monaca – di cui parla il capitolo 24, scritto in collaborazione con Enrico Puccini.
La rappresentazione cartografica delle disuguaglianze è poi particolarmente adatta a Roma perché qui – più che in molte altre città, italiane e non – il concetto di “periferia” utilizzato un po’ sbrigativamente nel dibattito pubblico come un qualcosa che è allo stesso tempo ‘distante’ e problematico, si applica alla perfezione. Le mappe incluse nel libro restituiscono per questo quasi sempre l’immagine di “due città” e hanno spesso un evidente pattern centro-periferia che, oltre che appropriato all’immaginario che ciascuno di noi ha del problema, rende le mappe, e il problema a cui fanno riferimento, molto facilmente e chiaramente leggibile. Più difficile a questa scala distinguere le diversità e le disuguaglianze che pure riguardano le varie periferie, di cui però si parla estesamente nel testo.
Le disuguaglianze intra-urbane non riguardano solo Roma, ma ovviamente tutte le grandi metropoli. In un’economia globalizzata e ad alto consumo di conoscenze e relazioni le aree metropolitane sono da un lato straordinari attrattori di risorse, opportunità, persone (istruite) e ricchezza, ma d’altro lato – proprio per questo – città divise dove l’iper-connettività globale produce disconnessione locale, come ha mostrato per esempio Saskia Sassen. L’aggravante è che Roma ha conosciuto quasi solo l’aspetto meramente quantitativo e negativo di tutto questo – la polarizzazione sociospaziale – senza sfruttarne le opportunità in termini di creazione del valore e di ‘sviluppo’.
Uno dei dispositivi più potenti attraverso i quali tali processi iscrivono la loro forma nello spazio sono i valori immobiliari che, crescendo al centro più che in periferia – come mostra il capitolo 8 – demoliscono il tessuto sociale misto che pure le zone più centrali di Roma hanno storicamente avuto, dislocando il disagio ai margini (qualcuno la chiamerebbe ‘gentrificazione’).
Il libro mostra poi bene – attraverso la stratificazione di diversi tematismi – la natura multi-dimensionale delle disuguaglianze: gli elevatissimi differenziali nei livelli di istruzione così come nella dotazione di servizi, attività culturali, di opportunità economiche, educative, relazionali, ecc., non co-esistono semplicemente le une con le altre, ma si alimentano a vicenda. Ciascuno di noi è quindi sempre più imprigionato in ‘trappole territoriali’ sostanzialmente omogenee dal punto di vista socioeconomico che quindi frenano la mobilità sociale perché riproducono la ricchezza da un lato e la povertà dall’altro.
Il libro insiste poi molto su uno degli esiti più recenti e peculiari delle crescenti disuguaglianze: la geografia del voto politico. E se è vero che i partiti di sinistra ormai li votano praticamente solo i ‘ricchi’, il voto populista, ‘anti-sistema’, non si concentra maggiormente nelle zone più ‘povere’, ma in quelle più suburbane e disagiate non solo dal punto di vista economico, ma urbanistico.
Le mappe e il libro presentano per questo magnificamente la dimensione statica del fenomeno, ma ci rimandano continuamente alla natura dinamica del problema. Hanno contenuti quasi esclusivamente analitici, ma che mettono in guardia, denunciano il problema e invitano continuamente a fare qualcosa – tutti compiti che le carte geografiche svolgono da sempre egregiamente, come ci ha insegnato Giuseppe Dematteis in quello splendido libro precursore che è Le metafore della terra (1985). Il potere delle mappe non deriva, come hanno detto altri successivamente, dalla loro aderenza alla realtà empirica, ma dalla loro capacità ‘performativa’. Il potere delle mappe è per questo anche ambivalente. Da un lato spronano all’azione, al cambiamento. Non è un caso che il mezzo cartografico sia utilizzato da molti movimenti sociali contemporanei e nell’ambito delle più variegate forme di cittadinanza attiva che proliferano, a Roma in particolare, parallelamente all’amplificarsi dei problemi e alla riduzione della capacità politiche di gestirli. Anche di questo il progetto mapparoma, e il libro, sono figli. D’altro lato, paradossalmente, in altre mani, le mappe rischiano invece di normalizzare le dinamiche sociospaziali, perché se così è – evidentemente – così deve essere. Tutto dipende dal progetto politico al quale mettiamo al servizio le nostre mappe.
Può essere utile in questo senso, oltre che ‘attuale’ (mentre scrivo siamo in piena emergenza coronavirus), fare riferimento a quello che è considerato il primo esempio di cartografia delle disuguaglianze. È il 1830. L’Inghilterra è colpita da una terribile epidemia di colera di cui, all’epoca, non si conoscevano le cause. Si disegnavano per questo carte nel tentativo di individuare pattern, cause, focolai. Edwin Chadwick ne disegna una ‘sociale’ di Leeds: nelle aree scure abitano i ricchi. In quelle chiare i poveri. I pallini rossi sono decessi per colera. Quelli blu per malattie respiratorie. Le strade sono così classificate in “buone” e “cattive”. La posizione e la frequenza dei pallini parlano chiaro: la malattia è un problema di classe. La povertà quindi, si direbbe, conduce alla malattia: bisogna sconfiggerla. Chadwick tuttavia non era un riformatore, ma un conservatore che aveva peraltro avviato politiche di assistenza ai poveri particolarmente crudeli per le condizioni che imponevano ai beneficiari. Egli pensava che fosse l’opposto: è la malattia conduce alla povertà, e in ogni caso entrambe – malattie e povertà – sono dovute alle cattive abitudini. La colpa, in altre parole, è dei poveri. Una possibile soluzione è proprio la segregazione spaziale dei due gruppi.
Il problema allora è quale servizio vogliamo far fare alle rappresentazioni che produciamo. In questo bisogna a mio avviso evitare di affrontare il problema ricadendo nelle medesime trappole sociospaziali che la cartografia delle disuguaglianze rappresenta. Perché se è vero che la polarizzazione è il risultato di processi globali che legano a doppio filo i destini del centro con quelli delle periferie, i problemi di queste ultime non possono essere risolti solo attraverso una “politica per le periferie” che pure da più parti si invoca in maniera un po’ superficiale e manichea. Una politica per le periferie, in altre parole, non può essere solo una politica nelle periferie. Questa può anzi avere esiti controproducenti che sono insiti, per esempio, nelle politiche di rigenerazione urbana, le quali finiscono spesso semplicemente per spostare il problema altrove. Lo stesso può avvenire quando si agisce su uno dei principali disagi che caratterizzano le periferie: le carenze del trasporto pubblico. Il rischio di gentrificazione non riguarda, in altre parole, solo i quartieri centrali. Basti pensare che l’ultima frontiera della gentrificazione a Roma è attualmente Centocelle.
La mappatura delle disuguaglianze è in questo straordinariamente potente nel mostrare l’entità del problema e la necessità di fare qualcosa. Il successo del libro è stato soprattutto questo. Anche grazie a questo libro il tema è ormai ineludibile per chiunque si occupi di (e si preoccupi per) Roma. Ma conoscere la forma e l’entità delle disuguaglianze è solo un primo passo. Sul come risolvere il problema siamo ancora all’anno zero.

Filippo

https://web.uniroma1.it/memotef/users/celata-filippo