Su questo sito segnaliamo nuove uscite di saggi di interesse geografico e alcune delle recensioni a questi saggi pubblicate sulla Rivista Geografica Italiana.

Le geografie della mafia nella vita e nella letteratura dell’Italia contemporanea

Autore: Robin Pickering-Iazzi | Editore: Mimesis, 2017 | Recensione di Giuseppe Muti

Oggigiorno si parla molto della mafia come fenomeno territoriale, ma quali sono i rapporti tra racconti e mafia? Quali terreni, concreti e fantasticati, ne derivano? Questo studio esplora le geografie della narrazione della mafia create grazie alle testimonianze e alle opere letterarie di figure come Silvana La Spina, Maria Rosa Cutrufelli, Dacia Maraini e Rita Atria. L’analisi evidenzia le pratiche e i modi di pensare, mafiosi e anti-mafiosi, che stanno alla base di diverse città-mondo come Catania, Palermo e Gela, ma anche della nazione intera, con finestre aperte su paesaggi cyberspaziali. Attingendo a concetti provenienti dalla cartografia culturale e sociale, sviluppati da autori come Soja, Lea Vergine e de Certeau, vengono proposti nuovi modi per comprendere la mafia, l’ideologia, l’immaginario mafioso al femminile, la resistenza civile e l’impegno postmoderno, la memoria e la cultura della legalità nella rete.

Recensione (di Giuseppe Muti): 
Professoressa di italiano e letteratura comparata all’Università del Wisconsin, Robin Pickering-Iazzi è specializzata in Italian Cultural Studies (letteratura italiana del XIX e XX Secolo, cinema, genere e discorso post-coloniale) ed è sia l’autrice che la traduttrice di “The Mafia in Italian Lives and Literature: Life Sentences and Their Geographies”, edito nel 2015 da University of Toronto Press.
Non una semplice analisi critica della letteratura sulla mafia in Italia. Perché la ricerca adotta un approccio multidisciplinare, con saldi richiami teorici, che presta notevole attenzione agli aspetti geografici e sottolinea l’importanza dello spatial turn, riuscendo a proporre chiavi di lettura originali rispetto a temi centrali dell’odierna dialettica accademica sulle mafie in Italia, ancora piuttosto circoscritta ai soli ambiti giuridico e sociologico.
Una prima chiave di lettura riferisce proprio al problema delle fonti, che la ricerca scientifica circoscrive ancora quasi esclusivamente alle statistiche giudiziarie, alle indagini penali e agli esiti processuali. L’autrice, di contro, si propone di studiare e decifrare le geografie della mafia e dell’antimafia a partire dallo studio delle geografie narrative di quattro opere letterarie di quattro scrittrici siciliane pubblicate fra il 1992 e il 2002 (Badalamenti G., 2002, Come l’oleandro, Sellerio, Palermo. Crisantino A., 1991, Cercando Palermo, La Luna, Palermo. Cutrufelli M. R., 1997, Canto al deserto. Storia di Tina, soldato di mafia, TEA, Milano. La Spina S., 1992, L’ultimo treno da Catania, Bompiani), e di tre casi reali di pratiche individuali e sociali di resistenza alla mafia in Sicilia fra gli anni Novanta e l’attualità (la storia dell’immagine di Rita Atria; il caso di Addiopizzo; gli odierni network sociali antimafia come Storie di resistenza quotidiana e Ammazzatecitutti).
Muovendo dalle riflessioni di de Certeau sulla costruzione degli spazi attraverso i racconti, Robin Pickering Iazzi (che come il filosofo francese utilizza i termini di spazio e luogo a significati invertiti rispetto all’odierna consuetudine), rileva come le scrittrici selezionate creino vere e proprie geografie narrative della mafia che operano come life sentences, nell’ambiguità della doppia accezione: carceraria (condanna all’ergastolo) e creativa (principio morale). La prima ottica lascia emergere dai racconti le Geografie di ingiustizia, prodotte da codici e meccanismi di potere urbano, dove si esercita la violenza e si ostacola l’accesso ai diritti ed ai servizi minimi. La consapevolezza derivante da questa conoscenza critica determina la seconda ottica delle life sentences, quella creativa, che traccia le Geografie di giustizia prodotte dalle pratiche di cultura, legalità e impegno civile, fondate su responsabilità, coscienza critica e attività individuali e collettive.
L’approccio critico impiega due principali concetti chiave di ordine geografico (richiamando Soja, Chambers e Massey, fra gli altri): lo spazio urbano come fatto sociale e geografia performativa, prodotto quotidiano di componenti sociali, psichiche e fantastiche; la scala e la transcalarità, con particolare attenzione alla microspazialità, sia essa vissuta o immaginata. Attraverso le narrazioni della mafia nella vita e nella letteratura il metodo adottato dall’autrice (con richiami ad Antonello, Agamben, Baudrillard, Foucault, Jameson e Virilio, fra gli altri) porta a riflette sui miti, sui valori e sui codici dell’organizzazione mafiosa e della società, locale e globale, ponendo interrogativi concreti sulla memoria, sulla giustizia e su opportunità e problematiche del nuovo impegno antimafia post-moderno.
Reali o immaginarie le storie analizzate offrono geografie differenti da quelle proposte dalle carte turistiche, dalle mappe urbane e dalle tradizionali rappresentazioni, spiega l’autrice: esse riescono a rappresentare le dinamiche mafiose nelle diverse sfere di interazione (società, economia, politica) alle diverse scale, dalle microgeografie dei cittadini e dei protagonisti dei racconti alle reti transnazionali. Dallo spazio individuale, psichico ed emozionale, del caso di Rita Atria, alla scala urbana dei racconti di Cutrufelli, Crisantino e dell’esperienza di Addiopizzo, al livello nazionale richiamato dalla storia di La Spina e dall’associazionismo antimafia, per arrivare allo spazio virtuale dei video di Storie di resistenza quotidiana fruibili su Youtube.
Come l’oleandro di Gabriella Badalamenti, ripreso dalla critica come moderna apologia, è riletto dall’autrice secondo i canoni critici della leggenda e utilizzato per analizzare non solo l’immaginario mafioso femminile, quanto più i miti e gli stereotipi di genere che circondano l’organizzazione criminale e il fascino che può promanarne. Il titolo stesso del racconto è studiato come discorso inverso (foglie e fiori dei bellissimi oleandri sono estremamente tossiche) così da aprire una finestra di dialogo con gli studi di genere sulle mafie aggiornata alle più recenti indagini (Siebert, Puglisi, Dino, Ingrascì, fra le altre) che informa tutta la ricerca a partire dalla scelta delle opere analizzate.
Cercando Palermo di Amelia Crisantino è analizzato affrontando le tematiche degli spazi contesi, caratterizzati da rappresentazioni multiformi e contestate del senso del luogo; delle modalità per riterritorializzarli civicamente attraverso la toponomastica commemorativa e le politiche per la cultura della legalità; della produzione degli spazi criminali in sovrapposizione o prossimità a quelli legali: un processo continuo e malcelato, fondato sulla gestione delle informazioni, nel quale svolgono un ruolo centrale le amministrazioni locali e periferiche che riescono a trasformare servizi pubblici in interessi privati.
Canto al deserto di Maria Rosa Cutrufelli permette all’autrice di analizzare la desertificazione mafiosa, un modello critico di paesaggio urbano degradato e incapace di offrire forme di alimento per l’individuo e la vita collettiva civile, al quale si contrappone la geografia del nuovo impegno postmoderno (la cui attenzione è frammentata e rivolta ad argomenti specifici, fra i quali le mafie) fondato sulla responsabilità e sulla coscienza critica degli individui. Gli abitanti possono adattarsi alle leggi del deserto o adottarle perpetuando la propria distruzione, spiega Robin Pickering-Iazzi, che rimarca la capacità della violenza di traumatizzare il testo urbano incidendo sia gli spazi geografici che la psiche dei cittadini, così modificando le loro relazioni reciproche.
L’ultimo treno da Catania di Silvana La Spina affronta due temi principali: la voce mancante e la memoria. La voce mancante attiene agli spazi della mafia ed è sia quella in astratto soffocata dalla violenza, sia quella personale e corporea persa con la morte dell’individuo (come nel caso di dalla Chiesa) che può essere tuttavia recuperata negli spazi dell’antimafia tramite la memoria collettiva, la cui topografia si modifica in un processo costante di fabbricazione e rinnovo generato dai media, dalle vicissitudini storiche, dalle testimonianze, dai documenti e dalla narrativa.
Anche i casi reali trattati afferiscono agli spazi dell’antimafia e quello di Rita Atria si collega direttamente anche al tema della memoria, venendo studiato dal punto di vita della trasformazione del nome in simbolo con la fondazione di un discorso eroico. I casi di Addiopizzo e della cyberspazialità, invece, riportano il discorso sulla riappropriazione pubblica degli spazi illegali tramite pratiche di resistenza urbana e civile e sulle pratiche di legalità nella vita quotidiana: i modelli tradizionali sono quasi istituzionalizzati e mal si adattano alle nuove tecnologie, mentre le pratiche più innovative delle giovani generazioni stentano ad essere riconosciute, apprezzate ed utilizzate, proprio come le giovani generazioni.
La ricerca di Robin Pickering-Iazzi è verosimilmente la prima a proporre in italiano un organico approccio geografico alle mafie, che, seppur limitato all’originale prospettiva della geografia narrativa, mette in risalto il valore strategico della rappresentazione nei rapporti di potere ed evidenzia l’impatto della violenza sulla territorializzazione e sull’esistenza quotidiana.
La traduzione è ostica e a tratti complicata dal trilinguismo introdotto dalle fonti teoriche francofone, ma è una scelta coraggiosa che rilancia l’importanza di un maggior dialogo ed una più aperta collaborazione internazionale sui “mafia studies”, ambito nel quale le eccellenze italiane svolgono una funzione guida internazionalmente condivisa e la stessa lingua italiana ritrova una centralità scientifica senza riscontri.

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