L’aménagement face à la menace climatique – Le défi de l’adaptation

Di: Olivier Soubeyran e Vincent Berdoulay | Editore: UGA Editions, 2020

La question des changements climatiques pose avec une insistance croissante celle de l’adaptation, au-delà de ce que les politiques d’atténuation peinent à obtenir pour ralentir le réchauffement de la planète. Dans ce contexte, de nouvelles perspectives sont ouvertes pour concevoir l’aménagement des territoires à toute échelle. Puisant dans l’expérience française, mais aussi étrangère, il appelle à une véritable mutation de la pensée aménagiste afin rendre complémentaires écologie,éthique et démocratie. Cette transformation est analysée à la lumière d’un examen approfondi des enjeux qui la conditionnent, notamment : le rapport humain à la nature ; le renversement de la démarche immunitaire de la société vis-à-vis de l’environnement et le danger posé par les solutions qui, prenant acte de l’incertitude, visent à substituer la prévision par la préemption face aux possibilités d’évènements catastrophiques. Comment, alors, dépasser les solutions socialement et territorialement excluantes d’une partie de la population, voire liberticides pour tous ? C’est finalement à une conversation entre la nature, les autres et nous-mêmes que cet ouvrage nous invite.

Recensione di Angelo Turco
Che significa “transizione ecologica” senza la presa in carico del territorio? Che discorso è quello di un “adattamento al cambiamento climatico”, che non integri l’organizzazione dei luoghi e dei paesaggi? Un mero gioco di quantità? Le strategie additive o sottrattive –più o meno emissioni, più o meno questo e quello…- possono prendere il posto delle politiche pubbliche?
Ecco una serie di questioni su un tema assai attuale che V. Berdoulay e O. Soubeyran pongono nel loro libro. Forti di una riflessione cospicua che l’uno e l’altro, per vie diverse, hanno già svolto in argomento. Ma forti anche della loro capacità di entrare nel vivo del dibattito pubblico, attraverso le sue pieghe retoriche, smontandone i meccanismi di fabbricazione: deficit di razionalità, spesso, ma anche occultamenti e mistificazioni più o meno deliberate.
Ci troviamo di fronte, diciamo subito, a una delle non numerose posizioni teorico-metodologiche della Geografia sul tema dell’adattamento. Qui prevale la dimensione critica della ricerca –capire quale “realtà” gli scienziati sociali stanno costruendo- e quindi uno sforzo significativo è riservato alla genesi e alla ricostruzione storica delle concettualizzazioni in atto. Il Capitolo secondo, asciutto e quanto mai germinativo, si presta ad una lettura attraente per i geografi. Certo la prospettiva resta alquanto “francisante”. E tuttavia non perde il contatto con ciò che si dà altrove –mondo anglofono, in specie- ed è essenziale alla comprensione. Gli A., così, pongono l’accento su una duplicità “genetica” del pensiero vidaliano, che prospetta l’adattamento non solo come attitudine “ad adattare a sé” l’ambiente naturale: modellarlo secondo “i propri bisogni e i propri valori”, come è nello spirito della modernità. Ma altresì come “rispetto” per i vincoli ambientali, con cui si convive nelle progressioni insediative, senza avere la pretesa di rimuoverli. L’uomo, dice Vidal, è qualcuno che “adatta e si adatta …senza che si possa dire quando è l’uno e quando è l’altro” (p. 65). Questa biunivocità non entra nei lasciti vidaliani della “Ecole française de géographie” e, attraverso di essa, nel patrimonio teorico ed empirico-analitico della geografia mondiale, anche se se ne ritrovano tracce a volte alche cospicue in quei magnifici testi della geografia post-vidaliana che sono le “monografie regionali”. Non a caso, tra i grandi eredi dell’insegnamento possibilista, ritroviamo il solo Max Sorre, che richiama l’attenzione sull’idea di “complexe pathogène” (risalente all’inizio degli anni ’30 del secolo scorso). Idea peraltro essa stessa lasciata cadere, e che non è stata curiosamente per nulla mobilitata nella sua potenzialità cognitiva –il territorio è il cuore di questo “complesso” dopotutto!- in occasione della pandemia di Covid 19 in ambito geografico, almeno per quanto ne so.
La vulgata vidaliana, nella stessa lettura di P. Claval, credo, viene percepita dunque come l’affermazione di un possibilismo a senso unico, che se si conforma a certi imperativi ecologici, lo fa per ragioni pratiche (accomodation) e senza una visione “dolce” dei processi insediativi (adaptation).
Vorrei richiamare l’attenzione sulla responsabilità di questa dispersione dell’intuizione vidaliana, attribuita, almeno all’origine, a L. Febvre e alla necessità avvertita dal grande storico di spingere a fondo il contenimento della Sociologia, che andava allora crescendo nelle università e nella considerazione pubblica, sia scientifica che sociale.
Gli aspetti territoriali dell’adattamento al cambiamento climatico fanno emergere forse in via definitiva il tramonto del paradigma dello “sviluppo sostenibile”, proiettando il principio di responsabilità in un contesto meno categoriale e più empirico, legato alle pratiche e agli attori che si costituiscono come tali non solo e non tanto “a priori”, in quanto titolari di autorità, di paola o di diritto, ma proprio all’interno di queste pratiche. Sicché in tema di “aménagement”, occorre tener conto intanto della molteplicità delle discipline interessate, portatrici di cognizioni a volte difficilmente componibili, anche solo a livello di linguaggi “esperti”: si pensi alla scienza politica come alla sociologia, all’economia, all’urbanistica, alle scienze ingegneristiche e a quelle ecologiche. Ma occorre altresì tener conto degli interessi diffusi che maturano nel passaggio da una “società del rischio” a una “società della minaccia”: strumento decisivo di governo dei processi di “aménagement”, nella prima, è la probabilizzazione degli eventi avversi, mentre la seconda sarebbe caratterizzata da una non-prevedibilità di principio. Particolarmente illuminante –e preoccupante mi sentirei di aggiungere- è la costruzione di discorsi che nella configurazione della “minaccia” evocano logiche “di immunizzazione” come le chiamano gli A., che si servono nei loro apparati analitico-descrittivi di linguaggi assimilabili a quelli securitari e perfino espressamente contro-terroristici (Cap. IV).
In questo contesto, gli “interessi” sono difficili da identificare, specie se si avviano –come è nell’ordine delle cose- i processi partecipativi e le dinamiche di scala diventano cruciali per comprendere sia il posizionamento degli attori, sia le loro strategie e sia, infine, la perdita di ruolo dei soggetti politici che devono riconfigurare le loro istanze decisorie necessariamente tarate sul metro del dibattito pubblico.
Appaiono così in tutta la loro pertinenza le riflessioni su due aspetti che vorrei sottolineare. Il primo riguarda lo statuto teorico e politico dell’inintenzionale, ossia le conseguenze non volute di un intervento sul territorio: consustanziale problema nelle società della minaccia, dove l’impatto dell’intervento, a causa degli effetti non intenzionali –non prevedibili quindi- costituisce esso stesso una minaccia. L’esempio del nucleare è lampante, nel momento in cui alcuni ricominciano a considerare l’atomo come una praticabile risposta alla transizione energetica, designando questa forma di produzione di energia addirittura non inquinante, in uno spregiudicato esercizio di greenwashing. Il secondo ha a che fare con l’improvvisazione, di cui si è corposamente occupato O. Soubeyran, sassofonista e jazzista, in numerosi scritti almeno da un decennio: nelle società dove la probabilizzazione del rischio è limitata e dove la minaccia, anche a causa di un potere degli umani –incluso il potere tecnologico- che eccede la comprensione degli effetti delle loro azioni, non si può “pianificare tutto”! L’improvvisazione diventa, così, una risorsa fondamentale per far fronte al paradosso “dell’imprevedibile atteso”: un paracadute rispetto alle derive tecnocratiche e alle scorciatoie politiche a cui l’etica, pur necessariamente sollecitata –e sempre più sollecitata- non riesce a mettere argine.
Un libro per il nostro tempo, che vale la pena leggere anche in rapporto alle sfide che la pandemia di Covid 19 ci ha lasciato.

Filippo

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