L’Amazzonia e la foresta

Autore: Teresa Isenburg | Editore: Jaca Book, 2012

Per chi pone lo sguardo su una carta geografica fisica dell’America del Sud, l’attenzione è subito attirata dalla vasta e continua estensione pianeggiante dell’Amazzonia. Il verde della rappresentazione iconografica si collega, nella mente dell’osservatore, a immagini di fiumi maestosi e copertura arborea imponente punteggiate da piccoli gruppi di uomini e donne piumati: una narrazione ripetuta, senza quasi cambiamenti, per circa mezzo millennio. Ma da ormai diversi decenni il quadro regionale si è modificato e oggi 35 milioni di cittadini vivono, lavorano, progettano in quelle terre. “L’Amazzonia e la foresta” si propone di riflettere attorno ai processi decisionali e attuativi degli attori che operano in questa realtà. L’inglobamento del bioma amazzonico nell’ecumene è certamente il primo caso, ad una scala così estesa, di un processo di tale tipo, con conseguenze ambientali relative non solo all’area immediatamente e direttamente coinvolta, ma anche a spazi lontani e, chissà, planetari.

Recensione (di Agnese Visconti): 

Obiettivo dichiarato dell’autrice è quello di cercare di rispondere a due domande di fondo, che hanno iniziato a porsi a partire dagli anni Settanta con il manifestarsi degli effetti dell’azione antropica sui quadri ambientali della terra fino a originare il cambiamento climatico. Da tali domande ne discendono una serie di altre sulle quali -nel tentativo di trovare una risposta o almeno informazioni, argomentazioni e casi di studio da cui prendere le mosse per nuove considerazioni e obiettivi- si costruisce la struttura del volume, aperto a molti e diversi scenari e punti di vista, perlopiù interconnessi tra loro.
Vediamo anzitutto la due domande di fondo: è possibile, si chiede Isenburg, che su un pianeta dove si è continuamente sospinti a incrementare la produzione di merci, a moltiplicare i consumi, a ridurre la compressione spazio-temporale, l’Amazzonia rimanga estranea e isolata? Quali sono i processi culturali e politici che portano una parte del concerto internazionale a ritenere di poter chiedere alla Repubblica Federativa del Brasile in primo luogo, e anche agli altri stati che detengono parte di foresta amazzonica di accettare una forte influenza esterna per garantire che alcune porzioni dei loro territori vengano conservate “incontaminate” in compensazione di spazi che altrove vengono devastati?
Per incamminarsi verso una risposta, o meglio verso il tentativo di ragionare attorno agli interrogativi sopraindicati, l’autrice si propone di cercare di capire le motivazioni dei diversi attori e le loro differenti scelte, analizzando in particolare quelle dell’esecutivo brasiliano e quelle dei movimenti sociali e delle associazioni ambientaliste nazionali e internazionali, e omettendo volutamente alcuni temi, ossia la questione indigena, il nodo della biodiversità, l’importanza delle città e il dibattito interno all’ambientalismo.
Le fonti utilizzate sono numerose e di vario tipo: la saggistica brasiliana, e in particolar le pubblicazioni della Società Brasiliana per il Progresso delle scienze e quelle dei centri INPA (Instituto Nacional de Pesquisas da Amazônia) e INPE (Instituto Nacional de Pesquisas Espaciais) oltre a un gran numero di siti governativi brasiliani, tra i quali molti di cartografia, la cui consultazione permette di seguire nel tempo i temi trattati nel volume.
Partendo dalla convinzione che l’inglobamento del bioma amazzonico, peraltro già parzialmente antropizzato con i suoi circa 25 milioni di abitanti e i suoi numerosi centri urbani, nell’ecumene sia processo irreversibile, l’autrice si propone di osservare, attraverso l’analisi della foresta e delle sue diverse componenti, i vari tipi di intervento oggi in atto, tenendo presente che il Brasile è con ogni probabilità il primo Paese ad aver tenuto in considerazione nei suoi piani di sviluppo la variabile ambientale.
E’ l’acqua, a parere di Isenburg, la prima importante questione da considerare. Un bacino idrografico, il più grande del pianeta, che occupa circa 6.110.000 kmq e che è stato oggetto nel secolo scorso della costruzione di numerosi grandi impianti elettrici, spesso onerosi e insoddisfacenti, incompatibili con la navigazione e causa della conversione della foresta in spazi agricoli o pascolivi. In proposito l’autrice prende in esame vari casi, tra i quali la diga di Balbina, il complesso di Araguaia, quello di Belomonte e l’impianto di Madeira, e mostra come nel governo vi sia un dibattito molto intenso, fondato sul fatto che le dighe, da un lato riforniscono città e fabbriche di elettricità, e dall’altro rendono possibile l’insediamento di grandi complessi minerari destinati all’esportazione e devastatori dell’ambiente. La proposta di alcuni esperti, ripresa dall’autrice, è l’integrazione con un maggior uso dell’eolico.
Dopo l’acqua è la volta dell’azione del fuoco che negli ultimi trent’anni ha distrutto parzialmente la foresta sia attraverso la costruzione di strade che l’hanno frazionata in regioni macroinsulari, agevolando così il lavoro delle compagnie di legname spesso illegali, sia attraverso l’estrazione mineraria divoratrice di una quantità infinita di carbone vegetale.
Isenburg passa quindi all’analisi della terra, ossia della foresta deforestata che ha reso disponibili ampi spazi per le attività agricole, ma soprattutto per il pascolo dei buoi destinati alla produzione di carne e di pellame per i grandi gruppi internazionali (Nike, Adidas, Reebock, ecc.) che costruiscono affari multi milionari a danno della foresta. Quanto alle attività agricole, esse si legano soprattutto alla presenza del latifondo, connesso alla lunga storia coloniale. Su tale questione l’azione del governo brasiliano si sta esplicando con lo scopo di impiantare progetti di uso sostenibile del suolo e di agricoltura familiare. A promuovere la tutela ambientale sono anche le Unità di Conservazione (parchi nazionali e aree protette, integrali e di uso sostenibile) istituite dal potere pubblico. In proposito l’autrice porta come caso lo stato di Amapá dove, attraverso cooperative, è ricominciato il ciclo economico della castagna in condizioni di lavoro e reddito decorose.
Il capitolo successivo riguarda quello che si trova sotto la foresta, ossia i minerali e l’acqua fossile, entrambi motivo di grande preoccupazione. Anche per questo problema Isenburg espone alcuni casi. In primo luogo il vasto complesso di Carajas, con le sue miniere di ferro, ma anche manganese, nichel, rame e oro, e le infrastrutture necessarie per l’estrazione e il trasporto; altro centro importante è quello di Porto Trombetas dove l’estrazione della bauxite ha gravemente inquinato il Lago Batata; non meno preoccupanti i danni creati dalla coltivazione mineraria di Amapá, emersi solo dopo la chiusura del complesso. Isenburg ricorda inoltre che il bacino sedimentario amazzonico è potenzialmente petrolifero e sottolinea come i tipi di intervento in questo settore siano stati finora due: da un lato quello molto strutturato di Urucu, ricca di gas metano, dove è stato costruito un polidotto che può portare rischi molto gravi, dall’altro un vasto settore informale che ruota attorno ai garimpos, soprattutto di oro e in minor misura di damanti. Vengono quindi presi in considerazione i due grandi acquiferi, quello di Alter do Chão negli stati di Amazônas, Pará e Amapá, e quello di Guaraní. Per entrambi il pericolo è la contaminazione della superficie degli strati più profondi. Comune a tutte le risorse del sottosuolo, conclude il capitolo, è la grande difficoltà di uno sviluppo sostenibile: la coltivazione mineraria difatti richiede infrastrutture, abbandona residui e non crea un mercato interno che possa dar vita a strutture sociali permanenti. Una possibile strada potrebbe essere quella del recupero costante dei metalli e del loro continuo riciclo.
E’ poi la volta dell’aria, sopra la foresta. In proposito l’autrice tenta di comprendere, nonostante la difficoltà di misurare e verificare, la correlazione positiva tra l’aumento della CO2, quello della temperatura e quello delle attività antropiche. All’interno di questo intreccio ha acquistato negli ultimi decenni crescente visibilità la fotosintesi clorofilliana esplicata dalla foresta e la conseguente opportunità di conservare la superficie forestale attuale, riorganizzare le aree rurali esistenti, evitare i queimadas e incrementare il rimboschimento. Intorno a questo obiettivo, così difficile e complesso, la pubblica amministrazione brasiliana ha avviato un’azione politica che prevede che l’importanza della foresta debba tradursi, a livello internazionale, in un riconoscimento quantificabile in termini monetari per compensare il mancato utilizzo di vasti spazi secondo il modello produttivo dominante. E’ stato così creato nel 2008, nell’ambito dell’ONU, il REDD (Reducing Emissions from Deforestation and Forest Degradation in Developing Countries) per alimentare il fondo antideforestazione e il conseguente avvio di progetti di conservazione.
Infine, uno sguardo al futuro. Che mostra tutte le difficoltà e le problematiche insite nell’obiettivo di offrire alternative sostenibili di insediamento e reddito rispetto alla miserevole predazione ambientale.
Corredano il volume alcune carte geografiche, l’elenco bibliografico, quello delle sigle e l’indice analitico dei nomi e dei luoghi.