L’altro e l’altrove. Antropologia, geografia e turismo

Autore: Marco Aime e Davide Papotti | Editore: Einaudi, 2012

Mai come negli ultimi decenni il turismo è diventata un’attività che si nutre di immagini e di immaginari. Viviamo in una società fortemente mediatizzata, che produce un’enorme quantità di immagini finalizzate alla conoscenza e al consumo di luoghi e persone, che diventano patrimonio condiviso delle varie «comunità» turistiche e si trasformano via via in una sorta di icone. Partendo da approcci disciplinari diversi ma convergenti, come quello dell’antropologia culturale e della geografia, Marco Aime e Davide Papotti mettono in luce alcuni dei meccanismi che portano alla costruzione degli immaginari relativi a luoghi, spazi, eventi e dimensioni di vita esotiche. Immagini e immaginari che condizionano fin da prima della partenza ogni forma di incontro con la diversità, sia essa di carattere naturalistico-ambientale, sia invece di tipo etnico-culturale, e che determinano il nostro rapporto con l’altro e con l’altrove, perpetuandosi e riproducendosi in una sorta di circolo autoreferenziale.

Immagini e immaginari: due parole chiave con cui è possibile approcciarsi al percorso antropologico e geografico che Marco Aime e Davide Papotti propongono nel loro saggio – “L’altro e l’altrove. Antropologia, geografia e turismo” – per raccontare il turismo nelle sue dinamiche complesse ed articolate.

Fin prima della partenza, queste immagini e questi immaginari “condizionano ogni forma di incontro con la diversità, sia essa di carattere naturalistico-ambientale, sia invece di tipo etnico-culturale e finiscono per determinare il nostro rapporto con luoghi e persone, perpetuandosi e riproducendosi in una sorta di circolo autoreferenziale” (pag. 190).

Necessariamente interdisciplinare, l’analisi delle immagini e degli immaginari si rivela dunque indispensabile per la comprensione del fenomeno turistico contemporaneo e delle operazioni di “messa in scena” che frequentemente lo caratterizzano coinvolgendo sia i turisti che gli abitanti delle aree di destinazione (pag. XVI). Gli autori si rifanno al concetto di “autenticità rappresentata” per farci scoprire fino a che punto la nostra società confezioni di giorno in giorno un immaginario turistico a cui aderiamo senza talvolta potercene rendere conto. Ogni click del mouse o del nostro cellulare o fotocamera, ne è già una conferma. Cosa ricerchiamo sul web, su un motore di ricerca; che cosa ci attira in una brochure d’agenzia; che cosa cerchiamo su una guida turistica? In quanti repertori di stereotipi o luoghi comuni ci imbattiamo?

In un mondo che diventa sempre più virtuale il viaggio, quasi paradossalmente, resta una tra le poche esperienze di interculturalità e di incontro. Certamente un’esperienza ambigua, in cui la meta prescelta non è mai così sconosciuta.

“L’occhio dello straniero vede solo ciò che già conosce” (pag. XII): questo celebre proverbio attribuito ai Dogon, etnia del Mali divenuta in Occidente una delle icone d’Africa, sintetizza il contatto con il senso di alterità che alimenta oggi la performance turistica nel mondo occidentale. Nella nostra contemporaneità digitale, il mondo si presenta e forgia quotidianamente come un’immensa galleria di immagini che gli anglosassoni definiscono iconiche: landmark del nostro tempo, allusive, transculturali, autoreferenziali, onnipervasive. Un grande atlante di immagini selezionate, poiché quasi ogni immagine preesiste al luogo prescelto quale meta del proprio viaggio. L’auspicata rottura della quotidianità promessa da un viaggio diviene così ricerca di conferma.

Nel solco di queste considerazioni di carattere generale, il saggio si sviluppa in quattro capitoli. Il primo è dedicato alle immagini del turismo e prende il proprio spunto iniziale dalla celebre formula del geografo francese Jean-Marie Miossec secondo cui “lo spazio turistico è anzitutto un’immagine” (pag. 3). Pur ancorata ad un concetto di tipo tradizionale, tale formula si presta a rappresentare anche le odierne pratiche di produzione e comunicazione turistica immerse in un mondo certamente molto più virtuale. L’evoluzione tecnologica ha infatti attribuito all’immagine un carattere di pre-esistenza rispetto all’esperienza reale di un luogo. “Tutti noi, in quanto turisti, viviamo la nostra esperienza, fin momento in cui la ipotizziamo, all’interno di un immaginario globalizzato che ci fornisce in grande abbondanza dati, informazioni e immagini sulla futura meta” (pag. 7). Con riferimento alle immagini, Papotti ne propone una suddivisione in tre grandi tipologie: ambientali (pag. 28), storiche (pag. 56) e nuove (65). Ne vengono indagati elementi connotanti ed altresì messi in luce i processi di formazione e riproposizione in relazione alla scala geografica, al contesto, all’interazione comunità locali-turisti, ai supporti materiali ed immateriali che le veicolano.

Le modalità di produzione e circolazione dell’immagine turistica trovano una coinvolgente trattazione nel secondo capitolo, in cui Aime si concentra in particolare sui processi di costruzione e decodificazione di una guida turistica. Le guide turistiche a stampa “sono inevitabilmente opere d’autore” (pag. 96); forniscono un racconto, una narrazione spesso farcita di cliché e stereotipi. Hanno un potere informativo che può farsi discrezionale e di indirizzo (pagg. 94-95). Anche il lavoro della guida, intesa come persona e dunque come professione, si presenta come un’opera di selezione e semplificazione (pag. 100); si tratta di un ruolo che sta sempre più slittando da fornitore di servizi a facilitatore di esperienze. Quelle esperienze che rendono lo stesso turista un produttore di immagini (pag. 106) non fosse che per le fotografie scattate, inviate, condivise, riguardate, proiettate.

Quattro sono i casi di studio individuati dagli autori e racchiusi nel terzo capitolo: si tratta delle Alpi (pag. 115), del fiume Po (pag. 146), di Timbuctu (pag. 151), degli outlet commerciali (pag. 158). Innegabilmente Papotti presenta qui contesti e situazioni fra loro alquanto diversificati (mondo montano, ambito fluviale, città coloniale, “forma spaziale estrema”) che consentono al lettore di esplorare alcuni esempi di applicazione dei concetti di “altro” e “altrove” a specifiche realtà geografiche (pag.113).

Le “declinazioni dell’altro” sono presentate nel quarto capitolo. Tratteggiando alcune considerazioni sul turismo etnico, Aime ricorda come “sia che si viaggi con lo spirito dell’esploratore, sia, invece, animati da partecipazione sociale o culturale, rimane il fatto che la motivazione che ci spinge è sempre fondata sulla ricerca della differenza” (pag. 161).

L’altro e l’altrove, concludono i due studiosi, è una costruzione utile a “forgiare l’identità del turista”. È sulla narrazione del diverso e della diversità che costruiamo il nostro “essere noi e di questo posto” (pag. XIV).  Ed è  in questo modo che un luogo turistico diventa un altrove, mentre gli individui diventano incarnazione dell’altro, grazie a un processo di costruzione identitaria che tende ad allargare il fossato che li divide dal “qui” e dal “noi” (pag.189).  Relazioni e dinamiche contrastanti, cui le riflessioni e le prospettive antropologiche e geografiche – presentate nelle pagine di questo volume  – possono certamente contribuire a fornire qualche utile risposta o ad alimentare un fertile dibattito in merito.