La logica del confine. Per un’antropologia dello spazio nel mondo romano

Autore: Gianluca De Sanctis | Editore: Carocci, 2015

Il confine rappresenta il simbolo delle relazioni che una comunità stabilisce al suo interno e con lo spazio circostante; costruire un confine significa separare, ma anche creare, inventare un luogo e dotarlo di regole proprie. Per rendere sicuri e inviolabili i confini i Romani hanno scelto la via della “sacralizzazione” o addirittura della “divinizzazione”, tentando di sottrarre i confini all’eventualità della revocabilità o della negazione a cui sono esposte tutte le creazioni umane. Per questo le morti sul o per il confine sono paradigmatiche e ammonitrici. Dalle storie che le raccontano si dipartono fili che legano tra loro alcuni nodi fondamentali della cultura romana – il rapporto con gli dèi, la costruzione dello spazio, il valore performativo dell’immagine, la nascita della legge, le regole del potere – che permettono di cogliere le ragioni di questa “ossessione” per i confini che costituisce uno dei caratteri più originali dell’antropologia romana.

Recensione (di Leonardo Mercatanti):

Il concetto di confine, di limite, è già presente alle origini dell’organizzazione dei gruppi umani sul pianeta. Lo dimostrano le incisioni rupestri più antiche, quelle che si fanno risalire alla comparsa dell’homo sapiens e che raffigurano, all’interno di confini, la realtà pastorale, la vita nei campi, i sentieri, le fonti idriche e così via. Il concetto di confine probabilmente fa parte dell’istinto di conservazione dell’essere umano e la carta geografica, principale strumento conoscitivo del geografo, è spesso intesa come una rappresentazione di confini. In Geografia una prima discussione “scientifica” sul tema può essere ricondotta all’opera di Friedrich Ratzel, prima con Anthropogeographie, in cui nella quarta parte del I volume (“I confini dei popoli”) l’autore riflette sulla natura dei confini, poi con il lavoro Politische Geographie, in cui il geografo tedesco studia il concetto di confine (die Grenze) affrontando la relazione tra potere e mobilità. Ratzel probabilmente è stato il primo ad ipotizzare in modo scientifico la portata unificatrice del confine. Nell’opera Die Erde und das Leben: Eine vergleichende Erdkunde (La Terra e la Vita: geografia comparativa) del 1901 Ratzel rende più amplia l’accezione del termine. Il confine di uno Stato è come un orlo o un lembo di un organismo: non è solo una linea che separa. In effetti il confine è un particolare spazio geografico che da un lato divide, ma dall’altro unisce. È infatti definibile come il luogo dei punti appartenenti a due o più regioni differenti. Lo studio dei confini ancora oggi è uno dei campi di interesse privilegiati della ricerca geografica; non a caso il confine è stato definito da Luciano Buzzetti un “problema geografico”.
Pur non prendendo in considerazione l’ampio contributo dei geografi sul tema, il volume di Gianluca De Sanctis, dottore di ricerca in Antropologia del mondo antico, propone una interessante analisi antropologica del concetto di “confine” nel mondo romano. L’analisi parte dalla constatazione che i romani attribuivano a molti loro confini il carattere della sacralità e così facendo rendevano gli stessi inviolabili e più sicuri. Le due parti in cui è suddiviso il volume prendono avvio da due episodi chiave. Il primo riguarda la scena finale descritta nel Libro XII dell’Eneide: Turno decide di scagliare contro il suo antagonista Enea un grosso masso (saxum antiquum ingens), che è da considerarsi un terminus, ovvero un confine (limes agro positus). Il mero spostamento di quel masso, dotato di forti valenze simboliche e sacre, fa perdere a Turno le forze e, di fatto, determina la sua sconfitta. Nella cultura romana le cosiddette pietre terminali avevano un ruolo fondamentale: elementi del territorio con la funzione di distinguere le proprietà, lo status economico, giuridico e sociale, e per questo assurti perfino a divinità. Il secondo episodio a cui si fa riferimento nel volume riguarda la leggenda della fondazione di Roma e, in particolare, la morte di Remo, avvenuta sul confine tracciato da Romolo. Il superamento di quel confine, ovvero la profanazione del territorio della città, attribuisce anche a Remo una gravissima colpa. In particolare Turno, per la sua trasgressione, sarà punito direttamente dall’entità divina, che lo renderà debole nei confronti di Enea. La violazione di Remo invece è regolata in toto dagli esseri umani, e non a caso da un familiare, elemento che attribuisce eccezionale valore all’atto violativo. In sintesi, il confine e la sua inviolabilità sono principi sostanziali dello spirito della civiltà romana.
L’autore segnala che tutte le società tradizionali percepiscono come critico il momento del superamento di un confine che conduce in un luogo diverso rispetto a quello di provenienza. La riflessione, sviluppata in particolar modo nel quarto capitolo (Antropologia del confine) è rilevante in diverse tematiche squisitamente geografiche, come ad esempio la migrazione o il turismo. Nello stesso capitolo, riprendendo gli studi dei primi del XX secolo degli antropologi Walter Baldwin Spencer e Frank J. Gillen sulle tribù indigene dell’Australia, si affronta il tema della costruzione, da parte di una comunità, del proprio confine, che spesso presuppone l’esistenza o la definizione di un “centro”. Per i romani definire i confini rappresentava un’operazione fondamentale, quasi una “ossessione” per affermare la propria identità culturale. D’altra parte l’autore ben evidenzia che gli studi della tradizione antropologica hanno chiaramente messo in relazione il concetto di “identità” con quello di “spazio”. In particolare si riprende il pensiero di Marc Augé e di Francesco Remotti, secondo cui la cultura nasce da un atto di violenza nei confronti della natura con il quale si imprime una forma allo spazio al fine di creare la propria immagine e avviare le relazioni con gli spazi esterni (p.167).
Il volume si presenta come una piacevole lettura, scorrevole ed interessante. Si tratta di una ricerca prettamente antropologica che può fornire utili spunti di riflessione anche in chiave geografica, disciplina orientata ad un proficuo dibattito multidisciplinare. Il lavoro appare ricco di riferimenti alla storia, alla letteratura e alla mitologia, utili per individuare le ragioni della civiltà romana che ricorreva al “confine” quale strumento di affermazione politico-culturale. La proposta del volume solo apparentemente è “confinabile” al mondo romano in quanto i diversi elementi di riflessione introdotti nel testo possono essere utili, per analogia, nella comprensione di quella logica del confine, ancora oggi significativa, sottesa a molte vicende umane, quelle geopolitiche in primis.