La geografia culturale e sociale dei giochi

Autore: Matteo Di Napoli | Editore: Unicopli, 2012

Il gioco è una modalità di espressione delle società, della loro cultura e del loro rapporto con il territorio. Sapere come e perché diversi gruppi umani vivono la propria ludicità aiuta a comprendere come essi si relazionano al proprio ambiente. La geografia dei giochi è, infatti, geografia della diversità e del contatto culturale: insegna come i popoli hanno dialogato tra di loro nel corso della storia, che cosa hanno imparato gli uni dagli altri e che cosa hanno rifiutato delle culture differenti dalla propria. Per avvicinarci alla geografia dei giochi, come per capire qualsiasi altra branca della geografia, bisogna amare la varietà che caratterizza il nostro pianeta. “Fare” geografia dei giochi può essere allora uno strumento di confronto, di comprensione e di rispetto tra gli uomini.

Recensione (di Isabelle Dumont): 

Questo saggio riprende, estendendone la tematica, una prima pubblicazione intitolata La geografia dei giochi. L’esemplare vicenda culturale del backgammon (CUEM, Milano, 2010) e propone un’inusuale chiave di lettura per interpretare le società e la loro cultura: quella del gioco, inteso sia come attività ludica in sé, sia come specchio dei rapporti che i gruppi umani instaurano con il proprio territorio. Dopo una prima parte dedicata alla geografia dei giochi in generale, il testo focalizza la sua attenzione sui principi del backgammon, sulla geostoria dei suoi antenati (fin dalla preistoria) e sulle varianti nazionali  o macro-regionali (Sbaraglino in Italia, Irish in Inghiliterra, Trictrac in Francia, Shwan-Liu in Cina, Ssang-ryouk in Corea, Suguroku in Giappone…) per terminare con la sua evoluzione contemporanea.

Fin dalle prime pagine l’autore avverte che “Il territorio delimitato dalla parola gioco è, dunque, molto ampio e non indica solo l’attività, ma ‘l’intera scenografia ludica, che comprende i soggetti coinvolti, i simboli e i mezzi per realizzarla’ (Barone, 2003, p. 26)” (p. 24). Associando alla sua riflessione alcune considerazioni dell’antropologo D. Scafoglio sugli enjeux delle relazioni tra gioco e strutture di potere economiche, politiche e religiose, M. Di Napoli vede in questo ‘intreccio’ un sistema in grado di produrre cultura, un sistema che si sviluppa nelle società e nei territori, configurandosi così come un interessante e pertinente oggetto di studio per la geografia culturale e sociale.

L’autore sottolinea altresì come il gioco, percepito come pratica ricreativa e in quanto tale senza connotazioni politiche, non è generalmente mai stato considerato come un potenziale rischio per le strutture di potere ed è così riuscito ad attraversare le vicissitudini storiche e le trasformazioni territoriali senza particolari traumi, al contrario di quel che è successo con le religioni e le lingue che hanno subito maggiori trasformazioni e non di rado vere e proprie imposizioni da parte dei nuovi dominatori, succedutisi nel corso della storia. D’altro canto, vi sono anche casi in cui nuovi giochi sono giunti coi dominatori, ma la loro diffusione non è avvenuta per imposizione; l’autore parla infatti di “permeabilità culturale nei confronti dei giochi, spesso apprezzati anche se conosciuti grazie al ‘nemico’” (p. 36) In tal senso, il cricket pare costituire un esempio emblematico: da un lato ha contribuito a veicolare nelle colonie valori e costumi prettamente anglosassoni, ma dall’altro ha permesso alle popolazioni locali di introdurvi elementi derivanti dalla propria cultura e di fare del cricket una sorta di mezzo di riscatto nei confronti dei colonizzatori.
Un altro percorso di analisi è quello che l’autore affronta sulla relazioni tra gioco e viaggio. Prendendo come esempio il backgammon, si sottolinea il fatto che per millenni sono stati i viaggi e le migrazioni a diffondere i giochi anche nelle zone più remote della terra, mentre a partire dalla metà del secolo scorso hanno preso forma processi completamente opposti, ovvero i giochi stessi hanno spinto uomini a viaggiare (per tornei, manifestazioni eccetera), a confrontarsi con culture assai diverse, talvolta addirittura a creare vere e proprie “comunità transnazionali” i cui membri, di estrazioni culturali differenti, condividono centri di interesse che ruotano intorno ad un determinato gioco, pur non rimanendo strettamente confinati ad esso. Con la capillare diffusione della rete, si aprono poi oggi giorno altre e nuove prospettive di globalizzazione dell’universo ludico. “Con la nascita del Web, poi, si è aperta un’altra era: il gioco si è ulteriormente standardizzato e le varianti locali, con l’eccezione del Medio-Oriente, stanno cadendo in disuso; anche perché oggi circa il 70% dei giocatori su Internet è composto da cittadini statunitensi (Fletcher, 2007, p. 10).” (p. 156)

Per concludere, direi che il lavoro di M. Di Napoli potrebbe in qualche modo collocarsi all’interno di un filone di ricerca assai sviluppato nella letteratura geografica transalpina dalla metà degli anni 1980: “Les jeux de plateau: une géographie ludique” di M. Bizet e M. Bussi, Mappemonde, n.4, 1997; “Pour une approche géographique des jeux de plateau” di M. Borzakian in Cybergeo: European Journal of Geography, n.462, 2009 o altri studi geografici meno recenti sui giochi di società o i giochi pedagogici (a cura di C. Grataloup, “Jeux de société. Jouer, apprendre?” in EspaceTemps, n.25, 1984; M. Roumegous, “Jeux et didactique de la géographie: quel intérêt?” in L’Information Géographique, n.5, 1993 così come anche, negli ultimi anni, saggi sui video game dei geografi H. Ter Minassian e S. Rufat, “Et si les jeux vidéo servaient à comprendre la géographie?” in Cybergeo: European Journal of Geography, n.418, 2008 e, in lingua italiana, A. Vanolo, “Geografie politiche di Liberty City: analisi urbana del videogioco Grand Theft Auto”, Rivista Geografica Italiana, n. 118(4), 2011, pp. 691-714.