La coscienza dei luoghi. Il territorio come soggetto corale

Autore: Giacomo Becattini | Editore: Saggine, 2015

È il luogo a educare la comunità che lo abita; è il patrimonio di saperi, culture, esperienze, tradizioni a fornire alle persone che vivono in un certo luogo la direzione da percorrere per la crescita, per il proprio arricchimento continuo nel tempo. Giacomo Becattini, uno degli economisti più autorevoli, propone in queste pagine un rovesciamento del rapporto fra produzione e luoghi e ci offre il frutto della sua riflessione più recente, tornando al luogo inteso come matrice e tessuto connettivo dei mondi di vita e della produzione. In questo ribaltamento di prospettiva, l’esperienza dei distretti industriali è il primo antidoto alla crisi e alla globalizzazione. L’obiettivo è superare il concetto di settore produttivo attraverso il concetto di coralità produttiva dei luoghi, che affonda le radici nella storia della loro cultura produttiva; coralità cui si accompagna la visione utopica di un mondo di scambi solidali fra molteplici comunità di luogo.
Recensione (di Filippo Randelli):

L’ultimo libro di Giacomo Becattini riporta la lunga marcia di avvicinamento dell’autore e della sua vasta produzione di studi e ricerche, verso il territorio. L’autore si spinge oltre i confini della propria disciplina scientifica, l’economia, fino quasi a ribaltare il rapporto tra produzione e luoghi: è il dna dei luoghi ad indirizzare la conoscenza e sapienza produttiva di una comunità insediata. In definitiva è un libro scritto da un economista che, in maniera lenta ma costante, nel corso della sua carriera e vita ha parlato e scritto sempre più da geografo economista, ponendo il territorio al centro della sua arguta analisi dei nostri sistemi economici e della loro evoluzione temporale.
Il libro si compone di due parti: la prima è composta da saggi inediti e da testi recenti pubblicati su riviste quali “il Ponte”, “il Sole 24 ore”, “Sviluppo locale”, “Contesti” oltre che sul sito della Società dei territorialisti; la seconda parte invece è inedita e si fonda sul dialogo tra l’economista Becattini e l’urbanista Alberto Magnaghi.
Nel saggio inedito che apre la prima parte dal titolo “Dalla teoria del valore delle merci alla teoria della felicità delle persone” l’autore, in modo forse romantico ma efficace, spiega la sua idea di “coscienza dei luoghi” e lo fa con un approccio classico in economia: il persistente parallelismo tra il comportamento dei singoli individui e la formazione geo-logica nel corso del tempo delle specializzazioni dei luoghi. Chi scrive questa recensione ha avuto la fortuna di assistere da studente alle lezioni del professor Giacomo Becattini e ricorda vivamente il suo modo di spiegare, per esempio, la produttività del lavoro: essa è massima nei casi in cui l’individuo svolge un lavoro/mansione che lo appassiona e per cui è portato. La mancanza di uno o ancor peggio entrambi questi elementi (passione e predisposizione) fa precipitare la produttività del lavoro individuale. Era chiaro in quelle lezioni la forte correlazione esistente tra il valore della produzione di un luogo e la felicità delle persone che lo vivono e animano quotidianamente, oltre all’incitamento del professore a ricercare la propria carriera ideale.
La prima parte del volume include come detto undici testi già pubblicati su riviste ripartiti in tre gruppi: “Oltre la crisi: come ripartire dalle eccellenze dei sistemi economici locali” in cui si celebrano i distretti industriali italiani e gli studiosi che li hanno posti al centro delle loro indagini; “Intimo è bello, ovvero verso la coralità produttiva dei luoghi” in cui l’autore manifesta l’esigenza per gli studi economici di porre maggiore attenzione agli aspetti politici, economici e antropologici, su cui si fonda la formazione delle comunità locali. E’ in questa fase della sua carriera che l’autore inizia ad abbandonare i panni da economista per rivestirsi da geografo perché “la visione di un processo produttivo che si svolge essenzialmente all’interno dell’impresa, se non addirittura dentro la fabbrica, è rimasta, nel vasto panorama della letteratura economica, nettamente egemone” (p. 55). Con lo scritto “Il ritorno al territorio bene comune” l’autore compie lo scatto evolutivo finale da economista a geografo o per dirla alla Magnaghi a “territorialista”, o forse più precisamente sposa le logiche dell’interdisciplinarietà perché, “come diceva John Stuart Mill: non può essere un buon economista chi sia soltanto un economista” (p. 114).
La seconda parte del volume è invece interamente inedita e si fonda sul dialogo reale tra l’economista (Becattini) e il territorialista (Magnaghi), con lo scopo di celebrare l’interdisciplinarietà e la contaminazione tra settori scientifici diversi o, se si preferisce, confutare e mettere in crisi la divisione in atto tra gli scienziati sulla base della loro appartenenza ad un solo ed univoco settore scientifico-disciplinare. Il dialogo tra i due scienziati è totalmente libero e prende le mosse dal problema della corruzione, dal rapporto tra politica ed economia che falsa i normali processi regolativi. Ciò significa che i meccanismi riequilibratori automatici del mercato non funzionano più e “la nostra vita, le nostre speranze sono appese a un meccanismo manovrato per fini particolaristici da pochi e che nessun ente veramente super partes controlla” (p. 123). Nel corso del loro dialogo gli autori oscillano tra positività e negatività sul nostro futuro ed entrambi concordano che ci sia oggi bisogno di una lettura del mondo che si contrapponga all’ideologia del laissez-faire che ci sta portando all’apocalisse. Purtroppo “lo stile di lavoro dell’economista contemporaneo è ormai quello tipico del tecnico che, isolato un problema con opportune ipotesi, lo risolve” (p. 126) e quindi incapace di mettere a nudo i difetti del nostro capitalismo selvaggio che oggi domina il mondo e costituisce la maggiore minaccia per l’umanità. In quest’ottica i due scienziati rivendicano il bisogno di una maggiore inter-disciplinarietà ed in particolare di un’apertura della scienza economica verso le altre discipline perché il disordine del mondo può essere analizzato meglio nello studio della crisi dell’insediamento e dell’antropizzazione, cioè nella città e nel territorio, che nello studio delle istituzioni economiche e del loro funzionamento.
Il dialogo prosegue su temi quali lo “sfarinamento” dei luoghi (l’emergere dei non luoghi, per dirla con Augé), il perdurare in economia di un costrutto teorico, cioè l’equilibrio economico generale, di fatto morto e sepolto, l’inadeguatezza del PIL come misura del benessere, fino ad arrivare al tema chiave dell’intero libro: la coscienza dei luoghi. Secondo i due scienziati il territorio non è lo spazio geografico né il suolo della pedologia, ma un soggetto vivente ad alta complessità, esito di processi coevolutivi, sinergici fra insediamento umano (organizzato su basi culturali) e ambiente (organizzato su basi geologiche e biologiche). In questa relazione di fecondazione e domesticazione, “le società umane producono incessantemente neoecosistemi (città, infrastrutture, bonifiche, spazi agroforestali ecc.) il cui equilibrio, in quanto frutto di una relazione, richiede la continuità evolutiva di quest’ultima. Il territorio dunque “cresce, si ammala, muore quando la relazione sinergica si interrompe (crisi delle civilizzazioni); rinasce, nel tempo lungo della storia, con le civilizzazioni successive” (p. 156).

Gli autori infine concludono che la felicità umana dipende sì, in parte dalle merci che possiamo acquistare col reddito, ma anche, e sempre più dai nostri rapporti con le persone che ci circondano, dalla qualità dell’ambiente sociale e naturale in cui viviamo, insomma siamo granelli di un entità più grande che trova la sua natura geografica nella coscienza dei luoghi e che si manifesta con le modalità di produrre cibo, energia, manufatti, servizi e cultura al livello locale e quindi con la capacità dei luoghi di autogovernarsi, guidare in modo consapevole la propria evoluzione. Una regolazione quindi non in mano ai mercati ma guidata da una nuova cittadinanza in grado con i propri saperi di produrre e riprodurre attivamente il proprio ambiente di vita biologico, sociale e culturale.