Italia desnuda. Percorsi di resistenza nel Paese del cemento

Autore: Francesco Vallerani | Editore: Unicopli, 2013

Che cos’è la bellezza, e cosa vale? Un semplice orpello, un dettaglio secondario sacrificabile sull’altare della crescita meramente quantitativa d’una presunta ricchezza che non si gode mai o il fattore costitutivo di qualsiasi possibile felicità? In che misura contribuisce al nostro equilibrio interiore lo sguardo su un ambiente non già miticamente “naturale”, ma antropizzato a misura d’uomo? E quanto dista l’autentico benessere da un benavere oggi riproposto come meta totalizzante nell’attesa di un Godot che lo pensano ormai in molti – non arriverà più? Queste domande possono trovare risposta guardando alle vicende dei paesaggi, il cui vistoso degrado è segno eloquente del fallimento d’una visione del mondo dominata dalla banalità dell’utile, non più in grado di elaborare utopie per più durature e appaganti sopravvivenze.

Recensione (di Michela Ziccardi):
Italia svestita, sprotetta, disvelata. L’Italia raccontata da Francesco Vallerani nel suo ultimo lavoro si presenta così: senza veli, portando sul proscenio del discorso geografico, parafrasando e citando l’autore stesso, «il dietro le quinte di una territorialità sgangherata». Vallerani ripropone, con una dimostrazione di forza muscolare del suo linguaggio, l’utilizzo cruciale delle immagini e della loro funzione nella disciplina geografica, quasi a lenire il tormento della sua sofferente epistemologia, altresì del ruolo centrale delle percezioni nell’analisi e nella costruzione di territorialità. I quattro capitoli si susseguono inseguendo e costruendo «Otras Geografìas», le “altre geografie” a cui l’autore si appella, individuando in esse il luogo della ricerca necessaria a comprendere fin dove arriva la perdita di efficienza territoriale, e «per colmare il vuoto informativo relativo al tumultuoso riformularsi formale e funzionale dei nuovi spazi della quotidianità, ove agiscono troppo spesso conflitti sociali irrisolti, paure, disagi residenziali…». D’altronde questa visione, questo backstage qui ribaltato e reso “scena madre”, può anche sfuggire alle coscienze, ma non di certo allo sguardo (e questo assunto vive severo in ogni pagina del libro). Sappiamo infatti che le immagini riconducibili alla «etichetta semplificatrice di “dissesti idrogeologici”» – voragini, frane, trasferimenti di popolazione, esondazioni e smottamenti, e morti – si rincorrono sempre con tracotante generosità mediatica, ma con il solito andamento sincopato. Negli intervalli imposti dai tempi dell’informazione mass-mediatica, con cui finisce per coincidere la contingentazione di ciò che è emergenza e di ciò che non lo è (deteriorando la percezione delle priorità), abbiamo allora pause, sempre più brevi, dalla pantagruelica somministrazione di immagini di macchine trascinate vie da correnti in piena. Ma nella “momentanea interruzione delle trasmissioni” provvede l’esperienza diretta e quotidiana a completare il disegno di questa fisionomia decomposta dei nostri paesaggi, e delle loro precarietà. Occhi posati sul traffico imbottigliato già stanco nel primo mattino, sulla teoria di scavatrici e gru ai margini di una città che declina, ma non finisce mai, di una campagna che non inizia ancora. Occhi nutriti da scheletri di costruzioni incompiute e abbandonate; da “villettopoli” fuori contesto paesaggistico e prive di razionalità architettonica; da originali geometrie di coltivazioni agricole in difficile convivenza con villaggi di capannoni industriali, che oggi il mordere selvaggio della crisi provvede ad evacuare; da centri storici dismessi insieme ai loro patrimoni monumentali, o aggrediti dal cemento; da ferrovie abbandonate e da nuovi cantieri di strade che deragliano i vecchi tracciati di asfalto lasciato inerme al suo destino. Qui non ne restituiamo che una manciata di quelle proposte dal testo, ma il complesso di queste immagini, tanto delle sempre meno straordinarie “apocalissi locali” quanto delle ordinarie “minori fragilità” e brutture, costituiscono quei “paesaggi della paura” e “del dolore” che sono il prevalente oggetto di osservazione dell’autore. Dalla trama quasi narrativa del primo capitolo, con cui il geografo delinea i tratti delle più recenti dinamiche antropizzanti in Italia, fino all’orlo di quello che definisce «baratro» della relazione uomo-ambiente – coinvolgendo la sfera psico-sociale della società dell’ “ex-Bel Paese” – si passa, nel secondo capitolo, ai toni didascalici con cui percorre il viaggio prevalentemente diacronico «nel paese del cemento», dalla lezione disimparata delle black-cities industriali dell’800 ai modelli delle citè-jardin inveratisi in un irrefrenabile sprawl urbano, segnando le pietre miliari del percorso di ritirata del suolo, incalzato dalle logiche delle rendite fondiarie, gli errori e le colpe, le occasioni mancate. E’ quasi un cammino compilativo quello lungo cui scorre il terzo capitolo, una selettiva rassegna di quegli autori che – in special modo dagli anni ’50 – sono stati le voci dei “disagiati” al cospetto delle voraci attitudini al consumo di suolo nazionale: nella lettura di quegli scritti l’autore scorge i primi “percorsi di resistenza” che completano il titolo del libro, un sentimento comune che configura «quasi un genere letterario», un’ «accademia dei sofferenti per il paesaggio», che non di rado si mescola con il diretto impegno civile nella società, come nel caso dell’esperienza di Giorgio Bassani e dell’associazione Italia Nostra. Le voci di questi autori, in vero, puntellano il volume in tutta la sua struttura, e queste pagine centrali fungono in qualche modo da ricapitolazione dell’articolato percorso che le precede e, soprattutto, poiché a questa accademia l’autore si iscrive, fanno da inquadramento alla descrizione, nel capitolo conclusivo, del paesaggio «sfregiato» del Veneto che «rimane il suo dolore», riferendoci qui ai versi del poeta Andrea Zanzotto che Vallerani cita. Ecco. «Ecco che il ricercatore non si limita più alla asettica analisi dell’oggettività geografica, restando all’interno del rassicurante steccato disciplinare». Ecco che prende forma di reazione la consapevolezza del geografo malinconico – denunciata nelle pagine introduttive – di quella “incomunicabilità tra i risultati della ricerca e la domanda sociale di conoscenze da utilizzare per un più armonioso e condiviso sviluppo locale”. Sono percorsi di resistenza, e sono quella domanda sociale, le fatiche delle centinaia di comitati emergenziali attivi sul suolo patrio, nati in seno alle comunità aggredite, erettisi a difesa del “senso dei luoghi”, e delle proprie vite. Percorsi di resistenza che l’autore esperisce con «osservazione partecipata, in cui l’analisi scientifica interagisce con i sentimenti e le emozioni». Ecco il ruolo delle immagini. I “paesaggi della paura” e “del dolore”. Vallerani li chiama così, e li ri-chiama con costanza nelle sue pagine, come abbiamo già detto, ora per descriverli, quasi «uno scenario di guerra», ora per raccontare i modi con cui sono stati rappresentati; ora per passare in rassegna le tappe di una storia lunga come «un eterno dopoguerra», ora per descriverne gli effetti, le reazioni. Sia quelle di resa della maggioranza silenziosa (ma anche dell’ inconsapevole, profondo disagio esistenziale), sia quelle, appunto, dei “percorsi di resistenza”. L’Italia desnuda di Vallerani è anche il bisogno di una ricerca nel linguaggio, una ricerca per adeguare gli strumenti descrittivi alla nuova nebulosa delle percezioni “malinconiche” e “minacciose” dentro cui vive la relazione guastata “uomo-ambiente”. E poi non bisogna andare lontano. Nella terza pagina della Presentazione è l’autore che dichiara: «Obiettivo del volume è non solo di rendere “dicibile”, “esplicabile” il degrado ambientale, ma di contribuire anche al rafforzamento di quelle basi culturali per continuare a resistere e a decostruire la incosciente visione utilitaristica, insaziabile nella sua fame di suolo». Poco più in là, nel Prologo: «Infine c’è bisogno di speranza […] “Bene comune” saranno tra le parole chiave di questa trattazione, […] punto di riferimento irrinunciabile a cui appoggiarsi per governare questa crisi collettiva di coscienze e di valori». “Bene comune”, su questo l’autore non ha esitazioni, contrapposto alla piaga di una modernità fraintesa nella «sciocca semplificazione dell’utilitarismo», in Italia scolpita nel cemento; all’«euforia da deregulation totale», all’equivoco colpevole tra perseguimento del “beneavere” a danno di quello del “benessere” (contrasto di cui l’intero volume è disseminato), equivoco che «ci ha trasformato in vandali», nel paese della “metastasi cementizia” e della «flessibile anarchia produttiva». Paesaggio come bene comune, contrapposto ad un paesaggio di «privatopie diffuse, di territorialità cellulari, di microcosmi architettonici e lacerti di bellezza slegati dal contesto». La descrizione dei paesaggi del degrado è davvero efficace, il suo linguaggio è martellante come un tamburo, come un mea-culpa battuto a pugni sul petto della storia della nostra urbanizzazione, delle classi dirigenti che l’hanno governata, siano esse politiche, industriali, accademiche. Ad un certo punto, ricordando il lavoro svolto da Ceronetti negli anni Ottanta attraverso i suoi scritti di feroce denuncia della cupidigia irrazionale a cui venivano adeguate le logiche spaziali, Vallerani scrive: «Ceronetti esprime, con non comune energia introspettiva, il senso di inconsolabile disagio che si prova dinanzi a scenari e situazioni sgradevoli, fornendo al lettore l’evoluzione di un percorso patologico versato in una narrazione colma di spunti depressivi provocati dalla scelta del viaggio all’interno dei paesaggi italiani della quotidianità». Sono parole sorprendenti per quanto adeguate a dire di questo stesso volume. E benché ansiogeno, e forse un po’ manchevole di quegli ingredienti di speranza di cui pure, come abbiamo visto, conosce il bisogno, il libro è utilissimo, non solo per il suo carattere divulgativo, ma per il cammino tumultuoso della scienza geografica, a cui offre il terreno di frontiera della ricerca, dell’analisi e della costruzione di “paesaggi della speranza” da opporre a quelli della paura.