Ingegneri di anime

Di: Frank Westerman | Editore: Iperborea, 2020

Il 26 ottobre 1932 Stalin si presenta a una riunione di scrittori a casa di Maksim Gor’kij. «I nostri carri armati non valgono niente», dice, «se le anime che devono guidarli sono di argilla». Spetta agli scrittori, «ingegneri di anime», forgiare l’uomo nuovo sovietico. Nasce così l’estetica proletaria della costruzione e della produzione, utile per celebrare quelle colossali opere idraulico-ingegneristiche dei primi piani quinquennali che, grazie al lavoro forzato dei Gulag, stanno domando la «nemica» natura del territorio sovietico: deviazioni di alvei fluviali, migliaia di chilometri di canali, impianti di desalinizzazione dell’acqua di mare. Dalla lettura di un libro di Konstantin Paustovskij del 1932 sulla «eliminazione dei deserti» prende le mosse il viaggio narrato in “Ingegneri di anime”, che porta Frank Westerman, giornalista d’inchiesta con studi di ingegneria agraria alle spalle, dalle rovine industriali del golfo di Kara-Bogaz fino al canale Belomor, il progetto che il collettivo di scrittori guidato da Gor’kij fu chiamato a cantare come «storiografia istantanea del socialismo». Un viaggio concreto, quello di Westerman, che si intreccia con l’esplorazione della vita e delle opere di chi, tra dubbi, debolezze e scetticismo, dedicò penna e capacità espressive al rafforzamento dell’URSS postrivoluzionaria. Concentrandosi non sui grandi dissidenti ma sui «più o meno accomodanti», come lo stesso Paustovskij, o il tormentato Platonov, o il grande Pil’njak morto in un Gulag dopo alterne vicende, Westerman ricostruisce con accenti personali il rapporto tra potere e artisti, e il loro sofferto sforzo di trovare uno spazio possibile tra diktat e ispirazione.

Recensione di Angelo Turco
Ingegneri di anime: Stalin, la letteratura…e la geografia configurativa.
Un libro sorprendente, non c’è che dire, come da tempo non ne leggevo. Di che si tratta? Bé, se vi dicessi che è un libro di storia e critica della letteratura russa contemporanea, potrei avervi detto la verità: ma si tratterebbe di una di quelle “piccole” verità che ne occulta una più “grande”. Forse, paradossalmente, è proprio un libro sulla “verità”, allora: sul meccanismo di costruzione di una verità staliniana, potremmo dire. No no: non di una verità menzognera, come un comodo ossimoro potrebbe suggerirci; piuttosto, una verità ideologica.
Ma proviamo a mettere un pò d’ordine nella stanza. Un giornalista olandese, F. Westerman, pubblica nel 2002 questo libro sulla letteratura “sovietica”, che viene tradotto in lingua italiana nel 2020. Non è un romanzo, ma si legge come un romanzo e riguarda romanzi. Resta da chiedersi: com’è che vi parli di un libro del genere uno come me, che conta gli Autori russi sulle dita di una mano? E che, in specie, è tendenzialmente d’accordo con quanti pensano che la letteratura sovietica è quella dei “samizdat”? Intendo, non quella ufficiale pubblicata in URSS col visto della censura, bensì quella sommersa, pubblicata a volte in Occidente e perciò considerata dal potere sovietico come la manifestazione di una intollerabile guerra culturale al socialismo.
Ebbene, mi occupo di “configurazioni della territorialità”, di spazi emozionali, di geografia dei sentimenti e quindi, in definitiva, di come le passioni, gli stati d’animo, i dispositivi simbolici modellino il territorio e di come questo, a sua volta, si offra all’intelligenza emotiva nella forma di paesaggio, di luogo, di ambiente, per attivare percezioni, relazioni, comportamenti umani, siano essi individuali che sociali.
Ecco: questo è un libro sulla costruzione letteraria della geografia sovietica.
Un libro sui motivi necessitanti che portarono Stalin ad affidare agli ingegneri della fisicità – i “fiziki” – la trasformazione materiale delle immensità russe conformemente alla sua famosa pianificazione, concependo nel contempo una trasformazione “spirituale” parimenti essenziale per l’edificazione del progetto “sovietico” da affidare agli ingegneri di anime, a loro, sì, agli scrittori: i “liriki”.
Un libro sul ruolo di ispirazione, di controllo, di organizzazione e persino di esecuzione che nella realizzazione di questo progetto ebbe Maksim Gor’kij. Sul coinvolgimento di scrittori come Pil’njak, Babel’, Pasternak e Paustovskij, probabilmente la vera “rivelazione” del volume.
In questo cruciale e tuttavia ignorato aspetto dello stalinismo, c’è una “geografia costitutiva” dell’Unione Sovietica, raccontata dai geografi sulla base delle “reificazioni” prodotte e indotte dalla pianificazione staliniana. Nel lavoro di Pierre George su cui tutti noi abbiamo imparato qualcosa negli anni ’60, questo aspetto è chiarissimo e gli sforzi “idraulici” – quelli su cui è incentrato il libro di Westerman – vale a dire le sistemazioni ingegneristiche di fiumi e laghi e persino mari, sono mirabilmente riassunti. E però tutto questo, ecco il punto, DOVEVA acquisire un significato ideologico proiettivo, DOVEVA in qualche modo andare oltre la stessa “concezione materialistica della storia”, DOVEVA assumere il profilo di un’altra geografia. E proprio quest’altra geografia, che trasponeva sul piano configurativo ed ontologico quella primigenia, costitutiva, ecco, questa “geografia ulteriore” veniva affidata agli “ingegneri di anime”. I nuovi geografi diventavano gli “scrittori sovietici” che, attraverso la “letteratura idraulica” (romanzi e racconti), narravano una sostanza più elevata dell’opera storica di “costruzione del socialismo” attraverso l’edificazione di una “territorialità socialista”.
La faccenda nasce con toni esaltati quando Stalin comincia a rendersi conto, all’inizio degli anni ’30, che la sua pianificazione sta diventando una territorializzazione, sconvolgendo gli assetti materiali della geografia della vecchia Russia. Si svolge con cadenze a volte grottesche, più spesso drammatiche nell’arco di un trentennio. Finisce ambiguamente con le denunce kruscioviane, trascinandosi mestamente per decenni fino allo sgretolamento dell’Unione Sovietica. Potenza della letteratura, dialettica tra la Storia e le Storie: con una Geografia che c’entra s.e.m.p.r.e, anche quando non s.e.m.b.r.a. A patto che la si sappia dire (e vedere, e praticare) nei suoi molti e complessi modi…

Filippo

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