Su questo sito segnaliamo nuove uscite di saggi di interesse geografico e alcune delle recensioni a questi saggi pubblicate sulla Rivista Geografica Italiana.

Il selfie del mondo. Indagine sull’età del turismo

Autore: Marco D’Eramo | Editore: Feltrinelli, 2017 | Recensione di Maurizio Memoli

Il turismo è l’industria più importante di questo nuovo secolo, perché muove persone e capitali, impone infrastrutture, sconvolge e ridisegna l’architettura e la topografia delle città. A partire da questa considerazione comincia l’indagine di Marco d’Eramo, che s’interroga su un fenomeno tanto diffuso quanto complesso. Perché guardiamo con sufficienza chi si scatta un selfie davanti alla Torre di Pisa, attribuendogli lo stereotipo del turista? Siamo poi così diversi da quel turista quando andiamo in vacanza a Parigi, a New York o a Tokyo, sentendoci dei viaggiatori mentre ci affanniamo a visitare tutti i monumenti “imperdibili”? Non sarà forse del tutto aleatoria la differenza tra turista e viaggiatore, in un mondo nel quale l’esistenza di ciascuno è dettata dal ritmo del capitale e del lavoro? Come mai, allora, impieghiamo il nostro tempo libero in un’attività che disprezziamo? Per rispondere, d’Eramo ripercorre le origini del fenomeno turistico, osservandone l’evoluzione fino ai giorni nostri. La nascita dell’età del turismo rivive attraverso le voci dei primi grandi globetrotter, a partire da Francis Bacon, passando per Samuel Johnson, fino a Gobineau e Mark Twain e arriva all’industria turistica, un sistema globale nel quale i turisti costituiscono il mercato e le città, da Firenze a Pechino o Las Vegas, entrano in competizione per conquistarsene una fetta. In fondo, quello del turismo è il problema della modernità: in ogni momento della nostra vita siamo alla ricerca di un’autenticità che la nostra stessa ricerca rende irraggiungibile, inautentica. Con un percorso che si sviluppa su tutto il mappamondo, d’Eramo smaschera la dialettica del nostro tempo e getta luce sul significato del fenomeno del turismo nella nostra esistenza sociale.

Recensione di Maurizio Memoli

Ho deciso di sottoporre agli studenti l’indagine di Marco D’Eramo per molte ragioni. La principale di queste risiede nel fatto che il libro, banalmente, mi è piaciuto. Anzi, mi è piaciuto molto. Nonostante non sia propriamente “disciplinare”, il libro di D’Eramo è scritto in uno stile felice e ironico e svolge un percorso ben situato oltre che agevolmente puntellato di interrogazioni, domande, dubbi e volutamente (molto meno) di risposte. Un posizionamento di particolare pregio. La qualità del libro risiede, però, anche (o forse soprattutto) nel suo tono narrativo che evoca un’aria di scoperta, un sentimento di meraviglia che porta, autore e lettore, al disvelamento (paradossale) di ciò che pure è un fenomeno più che imponente, globale, ipertrofico, ridondante, smisurato ovvero il turismo contemporaneo nella sua forma matura di “più importante industria del secolo” (p. 7). Ma, infatti, il libro non scopre il turismo in quanto attività economica o intesa nelle sue matrici e appendici culturali, quanto si interroga sul possibile disvelamento della natura preponderante, dissipativa, compulsiva, subdolamente impositiva che l’atto del “viaggiare” ha assunto negli ultimi trent’anni.
D’Eramo investiga il turismo ma non lo osserva come un settore economico né, tanto meno, come una prassi della conoscenza del mondo o dell’“altro” o dell’“alterità” o, ancora, come una condizione dello “svago”, del divertimento, dell’accrescimento della propria cultura. Il campo che il libro esplora è, invece, più complesso e più trasversale e investe la sfera della contemporaneità, dell’uso pernicioso e conflittuale di una pratica turistica che fa orrore e che attrae, che repelle e ingloba, che sfugge e prende.
Il turismo è, in verità, una strana prassi del mondo contemporaneo ma che può bene diventarne lo specchio riflesso nel quale, come una eterotopia foucaultiana (Michel Foucault, Utopie. Eterotopie, Napoli, Cronopio, 2006), si può ricomporre la “condizione endogena” in cui proiettiamo le questioni insanabili del vivere: l’attività turistica è lo spazio/tempo irreale in cui proiettiamo i nostri processi immaginativi, ma è anche spazio materialmente reale che riflette il nostro procedere banalizzato e banalizzante.
Come mai, si chiede d’Eramo nella quarta di copertina: “impieghiamo il nostro tempo in una attività che disprezziamo?”. La stigmatizzazione del turismo, cui siamo più che abituati, si nutre del suo contrario, della “ricerca di un’autenticità che, per il fatto stesso di essere ricercata, finisce per essere irraggiungibile, inautentica” (ancora nella quarta). Come in una versione riveduta del supplizio di Tantalo, i turisti finiscono condannati a desiderare ciò che non possono ottenere.
Del resto ogni abitante dei paesi del mondo economicamente dominante presuppone di conoscere il turismo personalmente, direttamente, intimamente e, come Tantalo, finisce per credere anche di potere farla franca alla condanna dell’insoddisfazione grazie alla capacità di mantenere la propria unicità di viaggiatore e distanziarsi dal turista medio-compulsivo. Ognuno di noi si sente “estraneo” al gregge (cfr. Henry Lefebvre, citato a p. 178) che incontriamo nelle città che viviamo o visitiamo e che si incolonna dietro i bastoni da selfie esposti come segno distintivo da guide affannate e innervosite dai rallentamenti. Nessuno vuole “stare” in quei cortei nei quali scompare la nostra singolarità in favore della costituzione di un esercito di (noi stessi) travestiti da croceristi spaesati, vacanzieri stremati, ascoltatori distratti di guide affrante, compulsivi divoratori di chiese, acquirenti di inutili suppellettili, consumatori frastornati di paesaggio: “Se c’è cosa più odiosa di ogni altra, è sentirsi dire cosa ammirare e farselo indicare con la bacchetta. Di tutti gli animali nocivi, il più nocivo è il turista…” (Kilvert, 1871, citato a p. 14). Del resto “il viaggio organizzato è insieme l’apoteosi e la parodia che ha dato (e dà) luogo all’ossessiva metafora del gregge” (p. 178).
Questa condizione di dileggio un po’ snob, un po’ bonario, un po’ determinista, un po’ razzista nasce con il turismo (“A bordo della nave si trovava un buon gruppo di quegli eccellenti animali che la moda espelle ogni primavera dalle loro stalle per portarli a fare, come dicono, un viaggio in Oriente” (de 471 Gobineau, 1872, citato a p. 14) e non finisce, anzi si esaspera nella sua evoluzione di massa: “Ho visto un completo casual da uomo tutto rosso col bavero svasato. Ho sentito il profumo che ha l’olio abbronzante quando è spalmato su oltre 10 tonnellate di carne umana bollente. Sono stato chiamato ‘Mister’ in tre diverse nazioni. Ho guardato cinquecento americani benestanti muoversi a scatti ballando l’Electric Slide. Ho visto tramonti che sembravano disegnati al computer e una luna tropicale che assomigliava più a una specie di limone dalle dimensioni gigantesche sospeso in aria che alla cara vecchia luna di pietra degli Stati Uniti d’America che ero abituato a vedere. Ho partecipato (molto brevemente) a un trenino a ritmo di conga. […] Ho visto un parrucchino in testa a un ragazzo di tredici anni. Ho visto la costa settentrionale della Giamaica. Ho visto e sentito la puzza di tutti i 145 gatti che vivono nella villa di Ernest Hemingway a Key West in Florida. Ora conosco la differenza tra Bingo e Superbingo, e cosa significa quando il jackpot del Bingo va a “palla di neve”. Ho visto videocamere che praticamente richiedevano un carrello; ho visto valige fosforescenti e occhiali da sole fosforescenti con cordicelle fosforescenti e più di venti tipi diversi di ciabatte infradito. […] Ho sentito tamburi di banda di paese e ho mangiato frittelle di sgombro e ho visto una donna in lamé argentato che vomitava a getto dentro un ascensore di vetro. Ho tenuto il ritmo di due quarti puntando il dito verso il cielo esattamente sulla stessa disco music sulla quale odiavo puntare il dito verso il cielo nel 1977” (David Foster Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più, Miminum Fax, 1998 [ed. or. 1997] p. 5-6).
Il miliardo e trecento milioni di turisti che lasciano ogni anno il proprio paese per visitarne un altro non sono tutti come quelli descritti da Wallace ma tutti concorrono alla costruzione dell’età del turismo basata sul desiderio, inappagabile, di sfuggire al quotidiano: “Una vacanza è una tregua dalle cose sgradevoli, e poiché la coscienza della morte e della decadenza è sgradevole, può sembrare strano che la più sfrenata fantasia americana in fatto di vacanze preveda che si venga schiaffati in mezzo a una gigantesca e primordiale macchina di morte e decadenza” (ancora Wallace, p. 7).
Il testo di D’Eramo percorre i campi opposti di questa contraddizione (che ci pare) insanabile esplorandola nelle sue evidenze stabilizzate e definite. Il libro delinea le origini e i numeri del turismo; le trappole delle sue pratiche e delle possibili categorizzazioni (senile, d’affari, sportivo, religioso, sessuale, medico, etc. etc.) e complessità (obbligatorietà, vocatività, socialità, alterità, autenticità, etc.) mentre, nella parte centrale, si concentra sul mix esplosivo che si forma nelle città patrimonializzate (dall’Unesco), mummificate, museificate, svuotate in un folgorante urbanicidio più a fin di profitto che “a fin di bene” (p. 85). È questo un tema antico quanto quello delle logiche del capitale e ha a che vedere con il consumo mercantile del patrimonio, con la mercificazione dei beni culturali, con la reificazione dell’autenticità o della identità, di un tempo (libero) che, non c’è da stupirsi, è “merce come tutte le altre merci, visto che la forma ‘merce’ sussume ogni cosa, poiché la merce è la forma in cui i rapporti sociali si fanno cose” (p. 149). Da qui all’idea (marxista) di alienazione legata al turismo il ragionamento è (relativamente) agevole e D’Eramo ne disvela il rischio intrinseco e la natura hegeliana. “Mercificazione, alienazione, inautenticità, tre termini da sempre incollati al turismo, che si richiamano l’un l’altro” (Coleman, citato a p. 154) e che gli conferiscono la natura della propria distruzione: “la semplice presenza turistica corrompe l’idea di raggiungere una cultura autentica” (ibidem). Il turista, nella sua perfetta coscienza infelice (hegeliana) non può che essere perennemente insoddisfatto della meta che gli è accessibile e finire per approdare alla nostalgia intesa come “ripetizione che piange l’inautenticità di ogni ripetizione” (Frow, citato a p. 156).
Che il turismo (e il turista) sia alienato non ci piove: doppiamente, triplamente alienato. Alienato in quanto mercificato […]; alienato in quanto irreggimentato per sfuggire all’irreggimentazione; alienato perché al perseguimento incessante di un autentico che incessantemente diventa inautentico nel momento in cui è raggiunto (p. 176). Quella delineata sembra una strada senza uscita: il corpo immenso di donne e uomini che si muovono nel mondo non paiono in grado di ribellarsi a una condizione di una umanità “abbrutita, ignorante, misera e immiserita” (p. 179), perché non in grado di individuare il bello, riconoscere la raffinatezza, l’eccellenza dell’opera dell’uomo. Ma ha, ancora, ragione D’Eramo: una volta individuati i danni del capitalismo, invece di contestare quest’ultimo si procede a disprezzare il volgo colpevole d’essere cornuto, bastonato e turista! “Assodato che il turismo non è il migliore dei viaggi possibili” (p. 178), permane la difficoltà di comprenderlo.
Com’è stato per altre pratiche, anche quella del turismo di massa contemporanea dovrà passare, modificarsi, diventare storia. Forse diventerà una figura retorica, romantica, innocente, di chi è obbligato a svolgere il proprio tempo libero in viaggio invece che davanti a uno schermo sul quale poter vedere in forma mediata ciò che non vedrà più in presenza. Ma in questo senso, quello descritto da D’Eramo non sembra essere solamente un “turista”, quanto un essere umano incastrato nel tempo attuale neoliberale che è pienamente “occidentale”, soprattutto bianco, compulsivo e irreggimentato, singolo più che individuo, decisamente di genere maschile e, con buona probabilità, un po’ sciocco, proprio come pensiamo sia un turista, quando non siamo noi (Maurizio Memoli).

Filippo

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