Il pensiero critico fra geografia e scienza del territorio. Scritti su Massimo Quaini

A cura di: R. Cevasco, C.A. Gemignani, D. Poli, L. Rossi | Editore: Firenze University Press, 2021

Massimo Quaini (1941-2017) è stato uno dei principali protagonisti della geografia italiana. Questo libro è un omaggio che un gruppo di studiosi e studiose ha voluto dedicargli come riconoscimento della sua attività, ma soprattutto per aprire un cantiere di discussione sulla vitale eredità che ha lasciato. La prima parte inquadra il pensiero di Quaini all’interno dell’epistemologia geografica e di una più vasta cultura scientifica che sapeva porsi “obiettivi civili e di carattere progressivo”. La seconda parte affronta l’eredità scientifica di Quaini dal punto di vista della geografia. La terza e la quarta parte si soffermano, rispettivamente, sul contributo di Quaini al tema “paesaggio e territorio”, e sulla sua partecipazione alle esperienze di ricerca dell’Università di Genova. Nella quinta parte si ricostruisce il rapporto tra Quaini e il Centro Italiano di Studi Storico-Geografici (CISGE). Nell’appendice si riporta la bibliografia aggiornata e completa degli scritti dell’autore. L’auspicio è che questo primo intreccio di riflessioni, impressioni, ricordi, emersi attraversando alcuni dei territori più cari a Massimo Quaini, sia ‘memoria attiva’ che, come una nuova Mnemosyne, delinei futuri di ricerca utili a quell’approccio democratico e libero alla geografia e al progetto di territorio che costituisce una delle sue più preziose eredità.

Recensione di Floriana Galluccio
“Anche noi oggi siamo quotidianamente colpiti dal bombardamento del ‘pensiero unico’, dalle schegge di un mondo senza memoria, dalla guerra di una cultura della globalizzazione che ha dichiarato ‘la fine della storia’, dall’idiozia del ‘fare geografia’ nell’orizzonte geografico meramente spaziale, orizzontale, mutilato della profondità temporale del passato e del futuro. Forse anche noi, oggi più che mai dobbiamo […] cominciare ‘un lavoro meticoloso, un lavoro da archeologo della memoria e tentare di dividere ciò che è rimasto intatto da ciò che ormai è irrimediabilmente perduto’” (Massimo Quaini, “Costruire ‘geostorie’: un programma di ricerca per i giovani geografi”, 2003, Geostorie 1(3-15), pp. 3-4). È un passo che esprime plasticamente uno dei nodi teorici al quale Quaini teneva molto e su cui non ha mancato di ritornare nel corso della sua lunga vicenda scientifica.
La scomparsa di Massimo Quaini nel novembre del 2017 ha colpito profondamente non solo le comunità dei geografi e dei territorialisti con i quali aveva maggiormente condiviso la sua intensa e ininterrotta attività scientifica, ma anche un gran numero di studiosi (per esigenze di spazio i termini al maschile usati in questo testo sono da intendersi come genere grammaticale neutro e si riferiscono a persone di entrambi i sessi) di varie formazioni disciplinari. Con tanti, in diverse circostanze, aveva avuto occasione di collaborare, offrendo il suo prezioso apporto, intimamente convinto della necessità di affrontare qualsiasi forma di conoscenza seguendo un approccio “per problemi”, in linea con la nota tesi di Lucio Gambi, teorizzata sulla scorta delle riflessioni di Carlo Cattaneo. Quaini, infatti, è stato tra le voci più autorevoli e critiche del dibattito geografico e culturale incentrato su quell’insieme di saperi territoriali ai quali ha destinato l’impegno intellettuale di una vita, fin dall’esordio accademico verso la metà degli anni Sessanta nel ruolo di assistente di geografia presso la Facoltà di Magistero di Genova.
L’11 ottobre 2019 si è tenuto a Firenze, presso il Gabinetto Vieusseux, il seminario Per la critica della conoscenza geografica. Una giornata di studio dedicata a Massimo Quaini (1941-2017). In apertura, è stato presentato il progetto del libro che qui si recensisce. Curato da Roberta Cevasco, Carlo Alberto Gemignani, Luisa Rossi e Daniela Poli, il volume comprende due brevi Premesse scritte dai curatori e 22 saggi realizzati da 29 autori, sebbene non tutti avessero partecipato al Seminario fiorentino (Per i dettagli si rinvia alla locandina dell’evento: https://www.vieusseux.it/eventi/475/556-). Non è stato facile per i curatori individuare gli studiosi da coinvolgere tra i tanti con i quali Quaini aveva rapporti di amicizia e di collaborazione. In questa sede editoriale sono stati quindi privilegiati coloro che hanno intrattenuto con il geografo ligure relazioni durature: “Dei molti studiosi, italiani e stranieri (questi ultimi soprattutto francesi), con i quali nel corso degli anni ha avuto scambi intensi, non sono pochi quelli che, con rammarico, non abbiamo interpellato. Il volume che presentiamo non è infatti un libro ‘in memoria’ che raccoglie studi sui temi di Quaini, ma è un volume su Quaini, oseremmo dire con Quaini” (p. XII).
Risulta davvero difficile contenere nei limiti di una recensione la ricchezza di spunti che rendono questo lavoro interessante anche per spessore teorico, grazie alla complessità della personalità scientifica di Quaini che si è inteso ricostruire. Il cospicuo numero di saggi tratteggia un quadro d’insieme variegato, che per ragioni di spazio non può essere riproposto con completezza nella sua pluralità di voci. Inevitabilmente, qualsiasi libro collettaneo presenta difformità nell’efficacia dei diversi articoli e sovente, succede anche qui, una certa ripetitività in relazione ai temi trattati. Nondimeno il testo costituisce un tassello significativo di quella storia della geografia per la quale Quaini tanto si è speso, con poca fortuna purtroppo. Il suo obiettivo era avviare un cantiere di ricerca volto a costruire una nuova storia (critica) della geografia italiana. Questo cantiere di fatto deve ancora aprirsi, con talune eccezioni: alcuni studi promossi dal CISGE, di cui non per caso Quaini è stato a lungo il responsabile della sezione Storia della geografia, e quelli di qualche allievo.
A suo avviso, la ricerca geografica italiana restava imbrigliata nell’“[…] ‘opprimente destino d’essere un pensiero senza storia’. Con l’aggravante che oggi, a differenza degli anni Ottanta del secolo scorso, meno si legge ‘la sproporzione tra la tensione problematica in atto e il compunto didascalismo di una tradizione autobiografica abituata a concepire il passato della disciplina come un ‘onesto fantasma’ e non certo perché sia migliorato il secondo termine del rapporto, quanto piuttosto perché è calata la tensione problematica” (M. Quaini, 2003, p. 10). Vari contributi ricostruiscono in modo icastico i poliedrici interessi culturali e l’impegno pubblico di Quaini, restituendoci da differenti angolazioni le molteplici sfaccettature e la tensione critica della sua personalità accademica, il ruolo culturale che ha svolto, la sua sensibilità sociale. Nelle righe che seguiranno proverò a mettere a fuoco i saggi che mi sembrano, in tal senso, emblematici di ciascuna sezione, nell’auspicio che possano stimolare una lettura approfondita del testo e incoraggiare lo sviluppo di studi sulla storia della geografia italiana.
Il volume è articolato in cinque sezioni tematiche, che delineano un percorso dall’andamento coerente, ed è corredato da un’Appendice curata da Valentina De Santi – Massimo Quaini. Bibliografia 1963-2020 – esaustiva e utilissima raccolta della considerevole produzione quainiana.
La prima parte – Massimo Quaini geografo critico – presenta un solo articolo, di Giorgio Mangani. Un lavoro denso di sollecitazioni, condotto con maestria, che sonda “l’intera produzione scientifica di Massimo Quaini con l’ambizione di estrapolarne alcuni caratteri epistemologici specifici e di rintracciarne una possibile evoluzione nel corso della sua lunga riflessione geografica e militanza culturale. Emergono in questo modo due prevalenti temi collocati in sequenza. Il primo è l’attenzione per la costruzione storicamente e socialmente determinata del rapporto tra l’uomo e la natura, che caratterizza soprattutto la prima riflessione di Quaini […]. L’altro tema è la relazione Alto/Basso che rappresenta soprattutto la dialettica necessaria tra le pratiche di uso e rappresentazione del territorio di carattere popolare, spesso trasmesse per tradizione orale, e di saperi esperti, necessari a una comprensione più articolata dello spazio, ma sempre necessariamente influenzati dai poteri e dalle istituzioni” (p. 3). Senza esitazioni Mangani affronta anche la querelle Quaini/Farinelli, nata nel 1975 e protrattasi negli anni, ed evidenzia le differenze teoriche tra i due geografi, nel solco dell’eredità della lezione gambiana. I due modelli interpretativi porteranno, immancabilmente, a due differenti letture della vicenda di Geografia Democratica: per Farinelli “priva di adeguata strumentazione teorica”, per Quaini “una declinazione prevalentemente politica e sociale della ricerca e dell’insegnamento geografici” (p. 27).
La seconda sezione – Geografie – si apre con lo scritto stimolante di Filippo Celata che inquadra i lavori di Quaini all’interno della geografia critica, sviluppando il rapporto tra geografia italiana e marxismo, ma soprattutto guarda all’esperienza di Geografia Democratica e ai rapporti tra questa e il pensiero di Foucault: a suo parere un’occasione mancata. L’interesse dell’apporto di Celata risiede in special modo nel sollecitare una riflessione “sull’eredità straordinaria che Massimo Quaini e quella stagione hanno consegnato alle generazioni successive, e sulla sua problematica attualità” (p. 37). Un programma di ricerca che andrebbe necessariamente perseguito, non solo per colmare un vuoto legato a una stagione decisiva della storia della geografia italiana, accogliendo gli inviti reiterati di Quaini stesso, ma anche per superare quella che sembra diventata un’omissione volontaria, ancorché indicibile.
Leonardo Rombai, invece, ricostruisce un diverso filone esplorato a lungo da Quaini, quello di una geografia storica operativa e utile alla pianificazione, orientata a una fruizione socio-culturale del territorio, con un’attenzione privilegiata alle pratiche e ai saperi locali, da restituire attraverso l’interdisciplinarità e la “messa a fuoco della storicità paesistico-territoriale e della patrimonialità di regioni e luoghi” grazie all’integrazione delle “fonti documentarie scritte e grafiche con quelle di terreno” (p. 65). Suggestivo anche l’approccio di Francesco Surdich incentrato sul ruolo che hanno avuto il mito, l’utopia e l’immaginario negli studi di Quaini dedicati alla storia delle esplorazioni, della cartografia e del pensiero geografico.
Inaugura la terza sezione – Paesaggio e territorio – Giuseppe Dematteis con un saggio sull’interesse di Massimo Quaini per la pianificazione urbanistica, territoriale e paesaggistica, da esercitare – nell’intreccio tra riflessione teorica e prassi applicative – sempre con profondità storica e attenzione alle politiche di trasformazione del territorio, “nella tutela attiva dell’identità e della qualità del paesaggio e nell’integrità di ciò che passa sotto il nome di ambiente” (p. 113). Alberto Magnaghi tratta poi dell’impegno profuso da Quaini nella creazione della “Società dei territorialisti e delle territorialiste”, di cui fin dall’inizio è stato uno dei garanti e tra i principali promotori. Proprio alla luce delle convergenze multidisciplinari della Scuola nata con la Società, Quaini sosteneva la necessità di lavorare sul lessico transdisciplinare per costruire un dizionario territorialista e dare valore alla storia locale, alla coscienza di luogo, adottando “‘categorie più analitiche (ad alta risoluzione) rispetto a quelle che la storiografia, l’antropologia e la geografia storica hanno fino ad ora impiegato’” (p. 129). Al contempo, ha elaborato importanti riflessioni teoriche, in particolare “sui temi dei musei del territorio, degli osservatori locali del paesaggio, dello Statuto dei luoghi, della Descrizione fondativa, dei nuovi rapporti fra città e campagna” (p. 125). Invero il tema del paesaggio, da Quaini sottoposto a un continuo riesame, permane come costante del suo impianto teorico.
La quarta sezione – Esperienze di ricerca – prende le mosse dall’articolo di Carlo A. Gemignani dedicato al rapporto privilegiato vissuto da Quaini con la sua Liguria, regione alla quale ha riservato numerosissimi studi nell’intero arco della vita. Gemignani ricostruisce i vari periodi in cui il geografo savonese ha concentrato gli interessi per i territori della regione di origine. I diversi tratti del metodo storico regressivo-progressivo, utilizzato sul calco del pensiero di Marx, e quella micro-analisi storico-geografica – termine da lui introdotto – che ha praticato nel solco della microstoria di Edoardo Grendi e dell’ecologia storica di Diego Moreno, partecipando poi al Piano Urbanistico Comunale (PUC) di Levanto e Bonassola al quale ha collaborato stendendo la Descrizione fondativa, attenta allo statuto dei luoghi. Tale esperienza è ricostruita dettagliatamente negli interventi già richiamati di Dematteis e Magnaghi, imperniati sulla partecipazione di Quaini alla pianificazione. Il saggio di Roberta Cevasco e Diego Moreno analizza, lungo la linea tematica dell’ecologia storica, i principali contributi di Quaini al tema, mentre quello di Anna Maria Stagno e Vittorio Tigrino riflette sull’apporto quainiano all’archeologia storica, alla storia locale e della cultura materiale.
La sezione finale, la quinta – Contributi per una biografia – si apre con un intervento a più voci, di Annalisa D’Ascenzo, Elena Dai Prà, Anna Guarducci, Carla Masetti e Massimo Rossi, nel quale si esaminano i rapporti ininterrotti di Quaini con il CISGE (Centro Italiano per gli Studi Storico-Geografici) dal 1992, anno della fondazione del Centro alla quale aveva contribuito, fino al 2017. Sul filo di questa lunga storia, gli autori propongono una disamina puntuale dei suoi interventi nel contesto dei quattro filoni di studio coltivati dal CISGE: geografia storica, storia della cartografia, storia del pensiero geografico, storia dei viaggi e delle esplorazioni, che non casualmente – come si è mostrato – rappresentano gli ambiti di ricerca più intensamente praticati da Quaini. Conclude il volume l’articolo di Luisa Rossi che intreccia “metodo biografico e autobiografia”, sulla scìa di quell’egogeografia promossa in particolare dai geografi francesi (un genere per Quaini di speciale interesse). Il contributo, basato su alcuni suoi scritti editi e inediti, mette a fuoco i tratti peculiari dell’impegno intellettuale e civile che lo hanno contraddistinto. “In particolare, vengono presentati brani in cui egli rievoca la propria formazione e lettere che danno ragione del posizionamento fortemente critico nei confronti del potere accademico per una gestione dei concorsi fondata su rapporti personali più che sui meriti scientifici (a danno della disciplina stessa)” (p. 345).
Se mi sono soffermata su alcuni saggi, scegliendo tra quelli che tracciano più nello specifico l’apporto scientifico di Quaini, è perché essi delineano efficacemente il ventaglio di temi e filoni di studio da lui scandagliati, con spessore critico, nel guardare al rapporto fra la geografia ufficiale e la geografia dei saperi locali che danno corpo alle forme del lavoro, del paesaggio, del territorio vissuto. L’intento è sottolineare – all’interno del contesto culturale in cui è maturato il suo approdo intellettuale – il valore di ricostruzione storica della personalità dello studioso, che questo libro con efficacia esibisce. Una ricostruzione che potrà essere idealmente completata dal testo a cura di Carla Masetti, Massimo Quaini e il CISGE, di imminente pubblicazione, scaturito dall’omonimo seminario svoltosi a Roma pochi mesi dopo quello fiorentino. Entrambi i lavori contribuiscono a corroborare quel giacimento culturale che rende vivo il cantiere di ricerca, sollecitato per tempo da Quaini, volto a “storicizzare la vicenda della storia della geografia, o meglio dei saperi geografici”, come amava asserire.

Filippo

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