Il disegno dell’Europa. Costruzioni cartografiche dell’identità europea

Autore: Mario Neve | Editore: Mimesis, 2016 | Recensione di Alessandro Ricci

Le carte geografiche sono oggetti che suscitano ancora curiosità, ma il cui potere persuasivo è tutt’altro che riconosciuto. La loro vera natura resta ancora dominio degli specialisti, anche grazie all’analfabetismo geografico indotto dalle riforme dell’istruzione. In effetti, le mappe hanno sempre fatto circolare fiducia in una determinata visione del mondo, quindi in una specifica lettura politica della realtà e, a volte, ne hanno reso possibile la progettazione. Perché quindi “disegno dell’Europa”? Perché questo libro sceglie di seguire il filo conduttore delle rappresentazioni geografiche di ciò che oggi viene chiamata identità europea, cercando di mostrare il ruolo delle mappe sia come certificazione di un dominio territoriale in atto sia come prefigurazione di un territorio da realizzare. L’Europa che conosciamo sarebbe stata la stessa senza carte geografiche? Quanto delle odierne difficoltà nell’immaginare e realizzare una effettiva unità europea sono da attribuire a una sorta di ‘sindrome cartografica’?

Recensione di Alessandro Ricci
Secondo lo storico Federico Chabod la costruzione di una comune identità del Vecchio Continente va ricercata nelle radici conflittuali con ciò che Europa non è. Egli, nel suo libro Storia dell’Idea di Europa, elaborato tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta, ritrovava le origini della costruzione dell’idea d’Europa nella dinamica polemica contro qualcos’altro, prendendo spunto dall’etimologia greca del termine polemos, che sta a significare un conflitto con ciò che è diverso da sé, differendo dal concetto di stasis che invece indica una conflittualità interna, endogena a uno stesso sistema culturale, politico, ideale.
Mario Neve nel suo libro Il Disegno dell’Europa. Costruzioni cartografiche dell’identità europea sembra ripercorrere idealmente alcune delle tappe fondamentali della storia dell’identità europea, prendendo come topos fondante del suo libro non tanto la storia europea, quanto, molto di più, l’immagine cartografica che dell’Europa si è data nel corso della storia, tenendo ben presenti alcuni pilastri fondamentali di natura politica, filosofica e concettuale.
Il libro di Neve, nella sua complessità storica, nella diacronia dell’analisi cartografica e partendo dalle origini della rappresentazione cartografica con Anassimandro, attraversando l’antichità e il recupero del canone greco-romano dalla res publica christiana, si concentra principalmente sull’età moderna e sulla costruzione degli impianti politici che contraddistinguono gli Stati odierni, arrivando fino all’età contemporanea e all’uso della cartografia al tempo dei Gis. L’Autore considera una molteplicità di fattori fondamentali che hanno contribuito nel corso del tempo a cambiare l’immagine dell’Europa e della sua concezione iconografica: vengono menzionate le trasformazioni politiche e geopolitiche che hanno visto protagonista il Vecchio continente, vengono prese in considerazione le questioni di scala e i discorsi filosofico-politici che hanno impresso i maggiori cambiamenti nella forma mentis europea e nella rappresentazione dell’Europa e delle sue realtà politiche, secondo la chiave interpretativa dei canoni utilizzati nella raffigurazione del mondo europeo e non trascurando di considerare il legame tra la cartografia e il capitalismo, che più volte viene tratteggiato nel libro seguendo le fasi evolutive della modernità.
Nell’affrontare il passaggio dalle mappaemundi intese come immagini dell’ideale della universalitas medievale alle carte moderne, che invece incarnano il realismo e la soggettivizzazione rappresentativa, vengono sottolineate le analogie col mondo dell’arte che vede con la modernità la nascita delle forme espressive del paesaggio e della natura morta che, come nella cartografia, intendono riportare un’immagine fedele della realtà all’interno di una definita cornice che indichi i limiti della stessa raffigurazione. È in tale contesto di affermazione dell’immanenza di contro alla trascendenza medievale che, non casualmente, prende una forma compiuta l’idea dell’Utopia e di una fuga ideale dal Vecchio continente, che stava subendo le trasformazioni epocali derivanti dalla rivoluzione spaziale che – secondo l’ottica schmittiana, ripresa nel libro – aveva caratterizzato l’avvio della modernità. È interessante a questo proposito l’accostamento che viene avanzato tra la cartografia nella modernità e tre delle condizioni poste alla base della costruzione dell’identità europea: la traslazione dell’altro non europeo da “barbaro” a “pagano”, primitivo; il cambiamento di scala, che induce a ritenere l’Europa una porzione di globo non più centrale e, infine, il cambiamento del significato di continente, come ciò che contiene, delimita e separa, che si afferma proprio nel corso del Cinquecento.
Il libro si presenta come una dotta e puntualmente documentata narrazione della storia della cartografia europea e della sua evoluzione in base ai sistemi politici e culturali di riferimento nel corso della storia, ai cambiamenti assiali e alle trasformazioni geopolitiche che hanno segnato la vicenda europea e della sua identità. Certo, l’impresa di evidenziare i tratti essenziali di una millenaria storia dell’immagine geografica dell’Europa fino ai giorni nostri in un libro capace di rimanere agevole e accessibile non era affatto facile. Il risultato premia però gli sforzi di Mario Neve, che è riuscito a mettere insieme diverse visioni, non traendo unicamente spunto dall’ambito di studio della geografia, pur rimanendo nell’alveo della disciplina: i riferimenti provengono infatti anche da altre prospettive di studio, con citazioni di storici del pensiero politico, di filosofi e politologi che rendono dunque la visione d’insieme assai più ampia e organica.
Si tratta infatti di un valore aggiunto del lavoro, perché riesce a far emergere al meglio la natura intrinsecamente politica e culturale della produzione cartografica, lasciando sullo sfondo l’apparato tecnico-cartografico e concentrando l’attenzione sugli aspetti simbolici e i significati impliciti della cartografia, sulla scorta di una lettura critica della produzione di carte che permea tutta l’interpretazione dell’autore. Le cartografie vengono infatti analizzate sulla base delle esperienze storiche che le hanno prodotte, delle intenzioni politiche che ne erano alla base e delle riflessioni teoriche che circostanziavano la loro elaborazione.
Ecco dunque che si riesce ad andare ben al di là della semplice evoluzione storica della cartografia, leggendo l’andamento della prassi politica europea, con i suoi mutamenti, le evoluzioni e le traiettorie seguite, a partire dall’analisi delle carte geografiche, tale da rendere visibile e ben saldo il connubio tra carte e potere per come si è dipanato nel corso della storia, dalle sue origini fino ad oggi (Alessandro Ricci).