Il capitalismo contro il diritto alla città. Neoliberalismo, urbanizzazione, resistenze

Autore: David Harvey | Editore: Ombre corte, 2012

Che cosa vuol dire “diritto alla città”? Questa domanda sembra inseparabile da una serie di altre questioni, quali quelle relative al tipo di città che vogliamo, al tipo di persone che vogliamo essere, ai rapporti sociali cui aspiriamo, al rapporto che intendiamo promuovere con la natura, con le tecnologie. Il diritto alla città non può essere ridotto a un diritto individuale di accesso alle risorse concentrate nella città stessa: dev’essere piuttosto il diritto a cambiare noi stessi cambiando la città, in modo da renderla conforme ai nostri desideri. In questa prospettiva, è importante analizzare come, nel corso della storia, siamo stati modellati e rimodellati da un processo di urbanizzazione frenetico, animato da potenti forze sociali e costellato da violenti fasi di ristrutturazione urbanistica, così come da resistenze a cui queste ristrutturazioni hanno dato origine. Si può dunque cogliere l’assoluta attualità della tesi di Henri Lefebvre: il processo urbano è essenziale per la sopravvivenza del capitalismo.

Recensione (di Cesare Di Feliciantonio):  

Recensione congiunta ai testi “Rebel Cities. From the right to the city to the urban revolution” (2012, London: Verso) e “Il capitalismo contro il diritto alla città” (2012, Verona: Ombre Corte)
Il recente risveglio di forti movimenti sociali a livello internazionale è stato oggetto di analisi e riflessione per molti tra i più famosi intellettuali contemporanei. David Harvey s’inserisce tra questi con un testo (Rebel Cities) che raccoglie una serie di articoli pubblicati in precedenza ma ri-estesi ed aggiornati, in cui analizza l’emergere di questi movimenti all’interno della cornice teorica lefebvriana del “diritto alla città”. A distanza di pochi mesi, Ombre Corte ha edito in italiano una breve raccolta di scritti di Harvey contenuti anche in Rebel Cities.

Oltre ad un’introduzione (presente nell’edizione italiana con il titolo “Il diritto alla città. La visione di Henri Lefebvre”, cap.2), in cui presenta i punti di forza del pensiero di Henri Lefebvre (il diritto alla città come risposta conflittuale e dialettica alla crisi urbana, la rilettura “urbana” della formazione di classe come frammentata, molteplice nei bisogni, negli obiettivi e nelle strategie, disorganizzata, fluida e mutevole in opposizione alla lettura produttivista legata alla fabbrica del pensiero marxista tradizionale), il testo è composto da sette capitoli, di cui i primi cinque sono una riedizione di articoli pubblicati negli ultimi dieci anni, mentre gli ultimi due sono brevi riflessioni sui riot londinesi ed Occupy Wall Street.

Nel primo capitolo, “The Right to the City”, presente anche nella versione italiana (“Il diritto alla città”, cap.1), Harvey contestualizza storicamente le rivendicazioni collettive per un diverso diritto alla città all’interno del suo noto paradigma del “capital switching” e dei tre circuiti (di accumulazione e circolazione) del capitale, teorizzato originariamente già nel 1978 ed approfondito negli anni ’80. Harvey definisce il diritto alla città come “il diritto di cambiare e reinventare la città in modo più conforme ai nostri intimi desideri, (…), un diritto più collettivo che individuale, perché reinventare la città dipende inevitabilmente dall’esercizio di un potere collettivo sui processi di urbanizzazione” (ed. it., pag. 8). Pur esplorando numerosi esempi storici di mobilitazione e rivolta sociali a partire dal XIX secolo,  l’intera dinamica che porta all’emergere dei movimenti per il diritto alla città è ricondotta esclusivamente al ruolo giocato dall’urbanizzazione nel capitalismo (il tertiary circuit nell’elaborazione originale).

Nel secondo capitolo, “The Urban Roots of Capitalist Crises” (versione estesa e correlata di grafici di un articolo pubblicato su Socialist Register nel 2012 – “The urban roots of financial crises: reclaiming the city for anti-capitalist struggle”- di cui il terzo capitolo del testo italiano- “Le radici urbane delle crisi finanziarie”- è invece la traduzione), Harvey affronta il nodo cruciale del capitale finanziario come leva del capitalismo contemporaneo e dei processi di urbanizzazione, richiamando l’analisi marxista su capitale fittizio e capitalizzazione. In questo modo, s’inserisce direttamente nel dibattito sulla crisi economico-finanziaria in atto e sul ruolo (determinante) ricoperto dal capitale finanziario nel trainare la bolla speculativa immobiliare. Infatti, facendo l’esempio della California meridionale, mostra come “la stessa società finanziaria spesso forniva il finanziamento sia per costruire sia per comperare ciò che era stato costruito” (ed. it., pag. 75), ovvero il capitale finanziario determina sia l’offerta che la domanda, portando necessariamente alla creazione di una bolla. In questo modo, il testo si ricollega alla letteratura sulle conseguenze sociali e territoriali (leggasi urbane) della finanziarizzazione dell’economia, mostrando come, per scaricare il rischio legato ai processi speculativi, le società finanziarie abbiano creato strumenti secondari via via più complessi e raffinati (il mercato dei mutui subprime e le cartolarizzazioni) che hanno reso sempre più interconnessa la trama dell’economia finanziaria (e del rischio) globale. Per estendersi, questo processo necessita del sostegno dai governi nazionali; nel caso americano, questo è avvenuto già prima del secondo conflitto mondiale con la creazione di Fannie Mae nel 1938 (la concorrente Freddie Mac è stata creata nel 1972). Secondo Harvey, oltre che su finanziarizzazione e speculazione immobiliare, il processo di accumulazione legato all’urbanizzazione poggia anche su altre pratiche predatorie, in primis di c.d. “redlining” e “blockbusting”. Queste pratiche portano all’individuazione di gruppi (etnici) e quartieri “a rischio” (insolvenza) rendendo più elevato il tasso d’interesse loro applicato in caso di mutuo. L’esplodere della bolla immobiliare dopo il 2007 e i successivi spossessamenti determinano un peggioramento netto delle condizioni di vita dei soggetti colpiti da tali pratiche ed un relativo aumento delle tensioni sociali, aprendo la strada a possibili movimenti per un nuovo diritto alla città. In termini teorici, a tal proposito l’autore evidenzia la necessità, per la sinistra (marxista), di ripensare quindi la città come “luogo di produzione” del capitalismo contemporaneo, superando la tradizionale centralità della fabbrica, proprio per il ruolo di primo piano ricoperto dall’urbanizzazione nel processo di accumulazione capitalistica globale.

Come facilmente evincibile dal titolo (“The Creation of the Urban Commons”), il terzo capitolo è dedicato all’esplorazione di uno dei temi di maggiore importanza nella letteratura (neo)marxista internazionale dell’ultimo decennio: i beni comuni. Focalizzandosi soprattutto sul problema “di scala” nella gestione collettiva dei commons, Harvey richiama e discute soprattutto i diversi contributi in merito di Hardin, Ostrom e Bookchin, mentre il lavoro di Hardt e Negri è inaspettatamente richiamato solo di sfuggita. Secondo l’autore, le posizioni di sinistra che esaltano l’importanza dei commons tendono ad un certo feticismo per la scala locale e per le pratiche orizzontali in maniera quasi dogmatica, dimenticando l’importanza dell’organizzazione (sovra-locale), che passa necessariamente per delle forme di rappresentanza. Nella visione di Harvey, se i beni comuni sono il risultato di processi (e lotte) sociali, storicamente determinati e place-embedded, allora i movimenti per il diritto alla città, guidati dalla nuova classe precaria (che sostituisce il tradizionale proletariato), devono lottare per l’affermazione della città e dei suoi spazi come beni comuni.
Allacciando l’analisi di Bourdieu sul capitale simbolico collettivo e la distinzione con quella delle rendite di monopolio nel capitalismo cognitivo contemporaneo, il quarto capitolo (“The Art of Rent”) esplora il ruolo crescente ricoperto dalla “cultura” nei processi di accumulazione capitalistica (argomento già ampiamente esplorato nel classico “La crisi della modernità” del 1989). Nella visione del geografo britannico, il capitalismo, così come in grado di cooptare, sussumere e mettere a valore le identità, la cultura, le innovazioni e le conquiste sociali locali, favorisce allo stesso tempo la formazione di forti movimenti identitari locali di resistenza al sistema stesso. È nelle città che questa contraddizione raggiunge il suo apice perché è nelle città che si realizzano le massime rendite di monopolio, per questo sono le città a rappresentare i principali spazi di speranza (spaces of hope, espressione che riprende il titolo di un suo testo del 2000) per l’affermazione di movimenti anticapitalisti.

Il quinto capitolo, “Reclaiming the City for Anti-Capitalist Struggles”, rappresenta il principale tentativo all’interno del libro verso un passo avanti nell’analisi teorico-spaziale, in quanto Harvey approfondisce le possibilità offerte dai contesti urbani ai movimenti anticapitalisti. Focalizzandosi sul caso dei movimenti sociali di El Alto, in Bolivia, Harvey tenta d’inserire completamente il “diritto alla città” di matrice lefebvriana nella sua analisi generale del capitalismo globale, dimostrando così quelli che sono forse i maggiori limiti della sua analisi. Infatti, la città sembra fungere da semplice “contesto” del processo di accumulazione globale e, di conseguenza, “contenitore” dell’opposizione dialettica tra sistema e movimenti dal basso. In questo modo, Harvey non coglie le possibilità offerte dalle città ai movimenti in quanto “incubatori relazionali”, luoghi primari per la formazione di networks e conoscenza contestuale, argomenti sviluppati dalla letteratura geografica più recente sui movimenti sociali (urbani), letteratura che, infatti, ha iniziato a parlare di “right through the city” invece che “right to the city”. D’altronde, la visione semplicemente “contestuale” della città nell’analisi di Harvey trova conferma nella sua mancanza di riconoscimento delle pratiche (e lotte) di soggettivazione che sono alla base dei movimenti sociali: tutti i movimenti sociali dal XIX secolo in poi, che si tratti della Comune di Parigi, di Seattle del 1919, delle donne, degli abitanti di Dharavi a Mumbai o dei giovani di Piazza Tahrir, sono da ricondurre alle dinamiche di accumulazione del capitale, riproponendo così la dicotomia marxista-economicista tra struttura e sovrastruttura, senza alcuna apertura alle teorie sull’intersezionalità.