Su questo sito segnaliamo nuove uscite di saggi di interesse geografico e alcune delle recensioni a questi saggi pubblicate sulla Rivista Geografica Italiana.

Geographies of disorientation

Autore: Marcella Schmidt di Friedberg | Editore: Routledge, 2017 | Recensione di Fabiana D’Ascenzo

Spatial disorientation is of key relevance to our globalized world, eliciting complex questions about our relationship with technology and the last remaining vestiges of our animal nature. Viewed more broadly, disorientation is a profoundly geographical theme that concerns our relationship with space, places, the body, emotions, and time, as well as being a powerful and frequently recurring metaphor in art, philosophy, and literature. Using multiple perspectives, lenses, methodological tools, and scales, Geographies of Disorientation addresses questions such as: What are the cognitive and cultural instruments that we use to move through space? Why do we get lost? Two main threads run through the book: getting lost as a practice, explored within a post-phenomenological framework, and the various methods and tools used to find our position in space; and disorientation as a metaphor for the contemporary era, used in a broad range of contexts to express the difficulty of finding points of reference in the world we live in.

Recensione, di Fabiana D’Ascenzo
Inserendosi nel solco della New Cultural Geography per l’ampiezza del respiro culturale e l’eterogeneità delle prospettive adottate, il testo può essere considerato un esito maturo di questa significativa stagione analitica. Se da un lato, infatti, la portata dell’apparato culturale mobilitato e poderosa, dall’altro il focus e posto su un tema specifico, dal quale la ricerca non si discosta mai. Questa prerogativa del mantenere fermo l’ambito d’indagine, mentre tutto intorno si muove in funzione dell’indagine stessa, e probabilmente uno degli aspetti più accattivanti del lavoro che vuole essere, come la stessa autrice dichiara, uno stato dell’arte della ricerca sul disorientamento.
Questione squisitamente geografica, qui adeguatamente ricollocata all’interno della cornice disciplinare, quella del disorientamento e inevitabilmente anche una faccenda di ordine esistenziale e quanto mai attuale nella società contemporanea. La sua natura fluida richiede di inoltrarsi nei meandri dei diversi territori del sapere, ma sapendo dov’è il Nord anche quando la visibilità e scarsa. Infatti, sebbene un’indagine autentica sul tema comporti l’aver esperito in qualche misura il disorientamento – proprio in virtù della sua natura intangibile – nello spazio della vita, la ricerca implica una costante e ineludibile operazione di ri-orientamento.
Da questo apparente paradosso, condensato nel titolo, si snoda Geography of Disorientation, una sorta di filo di Arianna per geografi sensibili alle metafore, ai labirinti, agli aspetti impalpabili dello spazio, delle distanze, delle direzioni: in buona sostanza, ciò su cui la società umana – e non solo – si fonda.
Il testo e strutturato in tre sezioni. La prima, Orientation/Disorientation, offre al lettore una cornice teorica, indagando gli strumenti culturali e cognitivi per mezzo dei quali ci si orienta nello spazio fisico. Mediante un approccio socioculturale, vengono dapprima trattate l’organizzazione dei movimenti e la costruzione di coordinate spaziali in contesti appartenenti a patrimoni di conoscenza diversi. Considerato poi l’orientamento esito di una più o meno raffinata abilita nel riconoscere i segnali dell’ambiente, ci si addentra nel processo di interazione delle strutture cognitive con gli stimoli ambientali e nella costruzione di mappe mentali. Infine, viene presentata un’accurata rilettura filosofica del tema, che va da Berkeley alla fenomenologia e alla post-fenomenologia, passando per Leibniz, Newton, Kant; che costituisce uno snodo importante nel testo, cosi come nell’evoluzione della riflessione stessa sull’orientamento, perché disvela la dimensione mentale del processo, la sua natura immateriale. E se la fenomenologia enfatizza il ruolo del corpo nella percezione dello spazio, ponendo il soggetto al centro del discorso – e la geografia umanistica ha raccolto questo metodo rilevando il valore dell’esperienza soggettiva – nella post-fenomenologia il soggetto si sgretola insieme al mondo percepito. Le geografie post-fenomenologiche, pertanto, partecipano all’indagine sul disorientamento con contributi peculiari, riconoscendo e integrando il ruolo delle emozioni e della dimensione affettiva.
Questo processo di frammentazione viene esplorato nella seconda parte del libro, Lost subjects, consacrata alla molteplicità, alla differenza, alle relazioni di potere e, più in generale, alle questioni venute a galla a partire dalla stagione poststrutturalista. Il rapporto tra disorientamento e genere apre la sezione, con una significativa analisi e un’eloquente decostruzione della supposta superiorità maschile in termini di abilita spaziali. Ma la molteplicità di soggetti e modi di abitare lo spazio conduce gradualmente nel regno del non umano – attraverso il processo di costruzione dell’altro e il dibattito sull’istinto – esplorando in termini di disorientamento il mondo della natura in generale e degli animali nello specifico. Supremazia razziale, processi di normalizzazione, condizioni “fuori norma” sono alcuni degli aspetti trattati in questa sezione, in un’ottica di interconnessione che fa riferimento alle relazioni di potere e alla definizione di ciò che può essere inteso come devianza. In questo senso, il capitolo che chiude questa seconda parte riveste un ruolo importante nella mise à jour delle questioni teoriche appena affrontate, trattando specifici casi di disorientamento quali quelli relativi all’uso di stupefacenti, a uno specifico disordine neurologico codificato come Developmental Topographical Disorientation, all’Alzheimer o, più in generale, all’invecchiamento.
Il labirinto viene assunto come metafora spaziale che incarna il concetto di disorientamento e occupa un ruolo centrale nell’ultima sezione del libro, The Labyrinth of the World. In questa terza parte vengono indagati tre luoghi cardine del disorientamento, individuati nella citta, nelle aree disabitate, nel cyberspazio. La citta contemporanea e un organismo frammentato, caratterizzato da una molteplicità di spazi molto spesso estranei e da una complessità che può portare alla perdita di punti di riferimento fino a generare angoscia. In più, oltre a espandersi orizzontalmente, essa si estende verticalmente, non solo verso l’alto ma anche verso il basso, divorando e riproducendo spazi, trasformandosi continuamente. Cosi, ridondanza di informazioni, sovrapposizione di pratiche e saperi differenti, eterogeneità di culture, compressione dei ritmi di vita possono portare a un progressivo sfaldamento del senso di appartenenza, fino ad arrivare a forme di esclusione e marginalità. D’altro canto, pero, dalla citta sgorgano anche nuove possibilità di resistenza, come nel caso del laboratorio romano Stalker, che pratica la “transurbance” esplorando a piedi le aree alternative, o come nel caso dei graffiti e delle altre declinazioni d’arte urbana.
Se la citta può disorientare, la natura non è da meno, soprattutto quando si manifesta nella sua vastità, maestosità e pericolosità. In tale direzione, il testo esplora il mare e la foresta – quest’ultima culturalmente codificata, sin dall’antichità, come metafora del peccato, della perdizione, della perdita di riferimenti. Infine, il cyberspazio, immenso labirinto virtuale in rapida evoluzione, senza centro, inizio né fine, e l’arte che, in quanto forma di trasgressione, può stravolgere le norme della rappresentazione spaziale e introdurre inedite possibilità visive – disorientando il soggetto e, a sua volta, rinnovandone lo sguardo.
Geography of Disorientation tratta dunque un tema di per sé trasversale, affrontato da campi di ricerca disparati che vanno dalla neurobiologia alle scienze cognitive, dalla sociologia all’architettura, dalle scienze della comunicazione alla filosofia, alla letteratura e all’arte più in generale. Da questa eterogenea esplorazione emergono almeno due aspetti che meritano di essere evidenziati. Da una parte quello, per così dire, metodologico, che si connota per un attraversamento reale e costante dei confini disciplinari, mediante il quale i diversi campi del sapere non sono separati, ma concorrono tutti alla ricerca entrando in scena quando e opportuno. Dall’altra, un aspetto teorico che dichiara la scelta di una posizione: il disorientamento non e solo una fase critica, dello spostamento, dell’esistenza o della conoscenza, ma e anche un potenziale e può divenire un metodo, capace di produrre una diversa consapevolezza tramite la possibilità di pensare e agire altrimenti.

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