Geografie pubbliche. Le ragioni del territorio in dieci itinerari social

Di: Angelo Turco | Editore: Com nuovi tempi, 2020

Ed eccoci qua: dieci piccoli percorsi, fatti di post e di commenti, inframmezzati da immagini, che ci raccontano gli esiti di una scommessa. Dieci percorsi casuali – come quasi tutto quel che avviene su Facebook – frutto dell’interazione tra i membri di una comunità che nel corso di un anno è cresciuta nel numero e nella voglia di partecipare, attraverso le diverse sfumature di like, commenti, condivisioni. Ne risulta un affresco corale che abbiamo trovato meritevole di far circolare in forme e modi diversi dal digitale che l’aveva originato: e diciamo pure come libro, come libro “vero” – caro libro ma non vecchio libro, si capisce – secondo una formula poco praticata ma che qui abbiamo la magnifica occasione di inaugurare avendo l’ambizione di pensare che presto ne vedremo altre.

Recensione, di Filippo Celata
Angelo Turco non è solo autore molto prolifico e molto seguito, ma anche particolarmente creativo nello sperimentare linguaggi, pubblici e media diversi da quelli a cui l’accademia è abituata da qualche secolo. Siamo d’altronde nel ventunesimo, di secolo. Siamo noi che siamo rimasti indietro perché, ad esempio, su questa rivista recensiamo solo libri. E quindi non ne avremmo probabilmente parlato se Turco non avesse deciso di trasporre alcuni dei suoi post Facebook in un libro. Il risultato è una collezione di testi brevi sui temi più diversi che hanno a volte – sono i miei preferiti – la forma di racconti di luoghi. Altre volte riguardano temi, concetti, problemi, autori esposti o in forma di racconto personale o comunque in maniera semplice e accogliente. Pensieri, quindi, che oscillano tra il registro dell’immaginazione geografica e quello della riflessione critica. Racconti godibili, con un piacevole tono colloquiale, nei quali non mancano i suoi tipici intercalare – “si capisce”.
Indeciso tra l’alternativa di recensire il libro come se si trattasse appunto di un libro il cui sottotitolo potrebbe essere “questo non è un libro”, o raccontare piuttosto cosa succede dentro e intorno al profilo Facebook dell’autore che però, fin dall’inizio, non è stato pensato solo come un profilo Facebook, farò entrambe le cose. Perché l’aspetto cruciale dell’operazione, prima ancora della sua natura transmediale, è l’idea di fare geografia pubblica – come recita il titolo del libro – su Facebook, dove molti di noi hanno un profilo che usano anche per questo, ma non solo, o che non è stato pensato per questo, o non in una forma così esplicita.
L’aspetto qualificante è che Turco non smette mai, su Facebook come altrove, di essere inequivocabilmente e orgogliosamente geografo. E sappiamo quanto ne abbiamo bisogno, considerato che i nostri concittadini hanno idee vaghe su cosa facciamo e sul perché non siamo ancora estinti. I commenti ai post che preferisco sono per questo del tipo: “interessante. Non lo sapevo. Approfondirò”. Ai geografi italiani, si sa, piace invece piangersi addosso. L’assenza della geografia dal dibattito pubblico è sovente ricondotta alla natura stessa della disciplina e alla sua inevitabile marginalità. In realtà la geografia altrove – e perfino di riflesso in Italia – sta avendo un vero e proprio giubileo: sui media, nelle librerie, e sui social. Perché quello geografico è uno sguardo incredibilmente seducente. Basti pensare che la pagina Facebook con contenuti in qualche modo scientifici, ovvero auto-dichiarati tali, che ha nel mondo il più ampio seguito è National Geographic. La seconda è la pagina di Discovery Channel.
Bisogna però saperla fare la geografia pubblica, il che implica innanzitutto saper fare geografia, come abbiamo sostenuto altrove (si veda il forum sulla Public Geography pubblicato sul fascicolo 2/2019 di questa rivista). Turco mostra anche che per farlo non è necessario abdicare ad operazioni meramente divulgative, se non addirittura parlare d’altro, come se le due dimensioni – la ricerca accademica e la nostra comunicazione e funzione pubblica – non siano sostanziali l’una all’altra. Il successo di Turco su Facebook non è solo dovuto alla sua capacità di scrivere post interessanti, ma prima ancora alla reputazione che ha conquistato in ambito strettamente accademico. Ci esprimiamo quindi su diversi mezzi, per pubblici diversi, con linguaggi diversi, ma siamo sempre la stessa persona o meglio diciamo sempre la stessa cosa. Si può essere, in altri termini, ricercatori ‘pubblici’, solo se si è innanzitutto ricercatori ai quali la comunità scientifica riconosce autorevolezza, credibilità, rilevanza. Il contrario non vale, ed è perfino pericoloso.
Nei suoi post, inoltre, l’autore Angelo Turco è ovviamente sempre molto presente – il mezzo si presta inevitabilmente a un minimo di auto-compiacimento. D’altro lato è sempre attento a dare una dimensione corale a quanto scrive: sia a monte, quando nei post chiama in causa i suoi tanti compagni e compagne di viaggio, sia a valle, laddove i social consentono un’interazione diretta con i propri lettori. Per questo poi, nel momento in cui egli traspone i suoi post in un libro, i commenti ricevuti da questi post diventano parte integrante del testo.
La sfida è anche, dice l’autore, mostrare che sui social ci sia spazio per un dialogo serio, pacifico, costruttivo. E’ sicuramente così. Facebook è anche questo, per fortuna, a condizione che chi vi scrive non abbia il solo scopo di ottenere a tutti i costi più like e interazioni possibili; scopo per il quale funzionano meglio contenuti provocatori, divisivi, esagerati se non artefatti che interrogano e indignano chi li legge – una strategia comunicativa che ormai hanno adottato anche i media più tradizionali e autorevoli, con esiti drammatici sul dibattito pubblico con i quali abbiamo solo iniziato a fare i conti.
Facebook inoltre, a confronto con quasi tutti gli altri social più noti, lascia ampio spazio al testo. Consente l’argomentazione. Per questo è a mio avviso preferibile a, per esempio, Twitter, che è invece generalmente prediletto ai fini della divulgazione scientifica. Lì però difficilmente si va oltre la mera condivisione di una notizia, o peggio l’espressione imperativa di un’opinione. E ovviamente è diverso dai tanti social nei quali protagonista quasi esclusiva è l’immagine. Ciò non toglie che l’immagine giochi anche su Facebook un ruolo cruciale se è vero, come emerge da alcune analisi, che anche i post di natura scientifica più popolari sono quelli che hanno un contenuto prevalentemente visuale. I post di Turco hanno sempre un ampio corredo di immagini. Contengono per esempio quasi sempre una o più mappe. Lo scopo è prevalentemente suggestivo, associativo, anche solo di corredo al testo.
Interessante, sebbene a mio avviso più problematica, è certamente anche l’operazione transmediale: l’idea di provare a giocare contemporaneamente sul terreno di Gutenberg e su quello di Zuckerberg. È una sfida ai limiti impliciti nel funzionamento di un social come Facebook, e in parte anche alla forma tradizionale di un libro. Con quali esiti?
Da un lato ci si potrebbe chiedere che senso abbia la riproposizione in un libro (a pagamento) di contenuti che sono comunque fruibili (gratuitamente) su Internet. L’informazione sui social, d’altro lato, è organizzata in termini ferocemente temporali: la piattaforma opera nel senso di convogliare la massima attenzione sui post più recenti e condannare quelli precedenti a un repentino oblio. Tutto è, in teoria, conservato in eterno, ma subitissimamente archiviato per far spazio ad altro. La trasposizione è quindi anche una sfida alla spietata immediatezza alla quale ci condannano i social. Sfida che per Turco inizia su Facebook: i suoi post possono anche partire da un qualche fatto d’attualità, ma sono pensati e scritti per provare, in qualche modo, a durare per sempre. È questa d’altronde la funzione per cui sono nati i libri, se non fosse che ormai anche il loro ‘mercato’ è affetto da questa strana bulimia del superficiale e del transitorio che ci tiene quotidianamente incollati agli schermi dei nostri device.
La sua è una scrittura relativamente lenta, o quanto meno lontana dalla sintesi estrema che sarebbe invece suggerita dal limitatissimo attention span degli utenti Facebook e più in generale di Internet, o se volete (di conseguenza) della contemporaneità. Non rinuncia a quasi nulla: la riflessione erudita, l’associazione complessa, la definizione, la citazione bibliografica. Si potrebbe pensare che piuttosto che raccogliere i suoi post in un libro egli abbia scritto un libro su Facebook. Ma è anche vero anche l’inverso: egli usa Facebook per provare ad andare oltre i limiti che il mezzo libro impone alla ricerca e alla sua divulgazione, inserendola in un contesto comunicativo orizzontale e aperto a un’interazione immediata, perché istantanea, e perché apparentemente non mediata dai tradizionali dispositivi dell’autorità, come ad esempio quello dell’autorialità o della sede editoriale.
I risultati sono inevitabilmente ambivalenti. Da un lato la geografia di Turco su Facebook è quanto mai pubblica, perché scritta in pubblico, insieme a chi tra il suo pubblico reagisce e commenta. D’altro lato è molto difficile evitare che questo pubblico da un lato, e l’autore dall’altro, rimangano tali. È raro, ad esempio, un vero e proprio dialogo tra l’autore dei post e coloro che li commentano, i quali rimangono spesso sullo sfondo a giocare il ruolo non tanto di “amici”, come Facebook insiste in molti casi a chiamarli, ma di follower.
I dispositivi dell’autorità che ai suoi albori pensavamo Internet avesse – nel bene e nel male – buttato fuori dalla finestra, sono rientrati inevitabilmente dalla porta grazie a quell’invadente dittatura degli algoritmi che governa i contenuti e le interazioni online. Il risultato è un dispositivo diverso ma anche più inquietante, oltre che molto più pervasivo, basato sulla popolarità e gestito peraltro da pochi oligopoli digitali che utilizzano il nostro lavoro gratuito – perché di questo si tratta – per estrarre e accumulare valore, per governare non solo l’informazione ma qualsiasi nostra relazione e quindi il mondo. Piattaforme digitali che hanno capito bene, tra l’altro, che tra tutte le informazioni rilevanti a tal fine, una delle più ‘potenti’ è proprio l’informazione geografica; ma questa è un’altra storia.
Turco fa bene a non sottrarsi a questo dispositivo, perché esso ormai domina con i propri regimi di (in)visibilità ciò che guardiamo, leggiamo, compriamo, facciamo e perfino pensiamo. Egli non è mai esplicitamente polemico né – per inclinazione e attitudine – impone una sua particolare visione più o meno radicale del mondo, ma è sempre comunque ‘politico’. Mostra che per avere voce nel dibattito pubblico non è necessario urlare ma bisogna comunque problematizzare e prendere posizione, e lo fa sui temi che gli stanno più a cuore quali la tutela del territorio e del paesaggio, la condizione femminile, le migrazioni, e altri. Mi piacerebbe, per questo, che egli dedicasse qualcuno dei suoi prossimi post, e/o libri, a un esercizio di auto-riflessione sulla sua relazione con questa stupenda e spaventosa macchina nella quale ci troviamo tutti costantemente ad essere sia scrittori che lettori, amici e spettatori, influencer e follower, persone e merci.

 

Filippo

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