Su questo sito segnaliamo nuove uscite di saggi di interesse geografico e alcune delle recensioni a questi saggi pubblicate sulla Rivista Geografica Italiana.

Geografia economica dell’Europa sovranista

Autore: Gianmarco Ottaviano | Editore: Laterza, 2019 | Recensione di Raffaella Coletti

In Europa occidentale la sfiducia montante nei confronti dell’Unione Europea ha una forte componente geografica e si manifesta più intensamente nelle regioni che hanno subito maggiormente gli effetti negativi della concorrenza internazionale. In queste aree si è andato affermando un voto ‘sovranista’, che vede nella chiusura al mercato internazionale e nel freno al progetto europeo la risposta più efficace alle richieste di ‘protezione’ dell’elettorato. Ma quali reali costi e benefici comporta l’essere parte dell’Unione? Che effetti economici deriverebbero da un distacco dall’Europa e chi ne subirebbe le conseguenze negative? L’Unione ci espone alla concorrenza internazionale e alla delocalizzazione del lavoro oppure ci difende? Il protezionismo può incentivare la nostra economia? Perché crescono i divari di sviluppo tra regioni europee ricche e povere se l’integrazione avrebbe dovuto ridurli? Quali effetti reali ha l’immigrazione sulle economie di tutta Europa? Gianmarco Ottaviano, esperto di economia internazionale, fotografa la nuova geografia economica del Vecchio Continente.

Recensione (Raffaella Coletti)
ll volume di Gianmarco Ottaviano è molto utile, per almeno tre distinte ragioni. Innanzitutto tratta un tema di estrema attualità, offrendo spunti di analisi e di riflessione. In secondo luogo la scrittura è scorrevole e chiara, e l’autore riesce a spiegare temi complessi con semplicità, rendendo il testo accessibile e interessante non solamente per gli “addetti ai lavori”. Infine, l’autore pone l’accento sulla geografia (economica) del sovranismo in Europa, utilizzando le dinamiche geografiche e territoriali come chiavi di lettura essenziali per leggere e comprendere la recente ondata populista nell’Unione Europea. Questo aspetto risulta particolarmente rilevante, dal momento che, curiosamente, la letteratura geografica si è sinora occupata in modo relativamente limitato di populismo, nonostante la centralità ricoperta nei recenti movimenti populisti in Europa e nel mondo da temi di grande interesse geografico (sovranismo, globalizzazione, migrazioni, gestione e rappresentazione dei confini…).
La recente ondata populista non riguarda solo l’Europa o gli Stati Uniti, ma è chiaramente un fenomeno globale, come ci ricordano ad esempio le edizioni 2017 e 2018 del rapporto annuale di Human Rights Watch (“The dangerous rise of populism” e “The pushback against the populist challenge”). In questo contesto, quello dell’Unione Europea rappresenta comunque un esempio particolare, alla luce della peculiare struttura di governance multilivello e della “cessione” di sovranità effettuata dagli stati membri verso gli organismi sopranazionali europei su alcune specifiche materie. Non è un caso che, all’interno dell’Unione Europea, le posizioni populiste e sovraniste si sposino (quasi sempre) con atteggiamenti dichiaratamente euroscettici. Se, come ricorda lo stesso Ottaviano (p. 134), il populismo è un insieme di movimenti di difficile definizione, un tratto comune è chiaramente rappresentato dalla contrapposizione del “popolo” contro le “élite”; e i cosiddetti “eurocrati” vengono fatti rientrare dalla maggior parte di questi partiti nella lista delle élite (corrotte) a cui il popolo vuole “opporsi”.
Il volume si concentra dunque sui processi in corso nell’UE, focalizzandosi su due aspetti principali: da un lato indagando le implicazioni di una (eventuale) fuoriuscita dall’Unione, che molti partiti populisti e sovranisti europei più o meno esplicitamente propongono; dall’altro esplorando origini e motivazioni alla base della diffusione di questi partiti nell’Unione europea. Il caso della Gran Bretagna rappresenta un esempio centrale affrontato nel libro, ma non mancano riferimenti ad altri paesi, inclusa l’Italia.
Per quanto riguarda il primo tema, la Brexit rappresenta il principale focus dell’analisi. Ripercorrendo i principali studi che hanno tentato di prevedere gli effetti di una fuoriuscita dall’Unione (basati su analisi storiche, modelli matematici o stime statistiche) Ottaviano mostra come questa comporterebbe costi notevoli per il Regno Unito (e per l’UE nel suo complesso, anche se in misura ridotta), e che tali costi sarebbero maggiori proprio nelle regioni che hanno votato più massicciamente per la Brexit. Successivamente l’autore cerca di analizzare in termini più generali i “costi e benefici della non-Europa” (p. 58), evidenziando che “la quantificazione dei costi e dei benefici economici dell’integrazione porta a concludere che i secondi superino di gran lunga i primi” (p. 72).
Ma se questo è vero, allora perché l’uscita dall’Unione risulta così attraente per un elevato numero di cittadini europei? La risposta, come suggerisce Ottaviano, possiamo trovarla nella vecchia statistica di Trilussa “Me spiego: da li conti che se fanno/ seconno le statistiche d’adesso/ risurta che te tocca un pollo all’anno:/ e, se non entra ne le spese tue,/ t’entra ne la statistica lo stesso/ perché c’è un antro che ne magna due” (p. 49). I benefici dell’integrazione non sono distribuiti equamente tra tutti i cittadini, e la promessa di sviluppo economico inclusivo, alla base del processo di integrazione europea, non è stata mantenuta. Anzi, gli squilibri regionali negli ultimi anni non hanno fatto che acutizzarsi.
Il peggioramento della situazione di alcune regioni in particolare è legato agli effetti della globalizzazione. Le economie locali che soffrono maggiormente (per la crescente concorrenza della Cina e anche per l’ingresso nel mercato unico delle economie dell’Europa dell’Est) sono quelle in cui il voto populista risulta prevalente: nel Regno Unito (“Le zone più esposte alla globalizzazione votano Brexit”, p. 14), come altrove. Inclusa l’Italia: “La lega (…) ha i suoi principali bacini elettorali nelle aree industrializzate del Nord, dove i posti di lavoro stabili e ben retribuiti del passato sono sempre più difficili da trovare a causa della globalizzazione e della crescente automazione”, p. 142). La geografia economica dell’Europa risulta dunque centrale per comprendere l’attuale panorama politico, anche se l’autore prende in considerazione anche altri elementi cruciali, come il crollo del welfare state (p. 64), la collusione e la sclerosi delle élite (o ”elitismo amorale”, p. 149) e un ascensore sociale sempre più inceppato (p. 152).
Il volume affronta anche, nel capitolo 5, un altro dei temi bandiera dei partiti populisti, quello delle migrazioni. L’autore sottolinea come non vi siano sostanziali effetti economici negativi nei paesi di destinazione dei recenti flussi migratori, evidenziando come la percezione negativa di molti cittadini europei rispetto al fenomeno migratorio debba essere ricercata soprattutto nei timori legati alle dinamiche sociali e allo scarso controllo che di queste sembra avere la politica.
Ottaviano interpreta la crisi attuale dell’Unione europea come derivante, almeno in parte, da una serie di malintesi: quello di imputare all’UE i problemi derivanti dalla globalizzazione, innanzitutto, e quello di nutrire tanta più sfiducia nei confronti dell’UE quanta più ne nutriamo nei confronti dei nostri parlamenti nazionali (come confermano anche i recenti dati dell’Eurobarometro). In altre parole, il nostro giudizio sull’Unione europea è spesso conseguenza diretta delle percezioni e opinioni che nutriamo verso le istituzioni e la politica interna, e non si basa su una reale conoscenza e considerazione di quello che l’UE è e fa. L’autore tenta di sfatare questi e altri “falsi miti” che circondano l’UE, legati alla supposta mancanza di democrazia nei processi decisionali europei e alla (non) opportunità di una scala regionale europea nel prendere determinate decisioni (p. 157).
Nel capitolo conclusivo, il libro solleva anche una serie di questioni di carattere più propriamente politico, come il superamento delle categorie di destra e sinistra nell’analizzare i movimenti populisti contemporanei (p. 134), o l’invito a recuperare un dibattito sull’Unione europea che non sia esclusivamente articolato su considerazioni economiciste, per contrastare la crescente diffusione della retorica populista. L’invito a considerare attentamente “i vantaggi, non solo monetari, che l’Unione europea può garantirci” (p. 164) viene rivolto dall’autore anche in considerazione del crescente ruolo di vecchie e nuove potenze globali, a fronte del quale “l’unità di intenti del Vecchio Continente sembrerebbe essere l’unica difesa possibile del suo modello di sviluppo economico-sociale” (p. 163). L’evoluzione del quadro geopolitico è senz’altro un importante elemento da prendere in considerazione; tuttavia, ritengo che l’invito di Ottaviano acquisti un senso solo se inquadrato nell’ottica di una riflessione sul senso profondo dell’integrazione europea. Stabilizzazione e difesa dello status quo a fronte di minacce esterne (reali o percepite) difficilmente vanno di pari passo con processi democratici e partecipativi. Il superamento della retorica populista e la costruzione di un futuro dell’Europa non possono invece prescindere dalla costruzione di un dibattito aperto ed inclusivo, a partire da una presa di coscienza collettiva e costruttiva dei fallimenti del passato, sulla cui base poter ricostruire un progetto comune a cui (ricominciare a) guardare con fiducia.

Filippo

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