Geografia e fiction. Opera, film, canzone, fumetto

Di: Marcello Tanca | Editore: Franco Angeli, 2020

Il libro indaga il rapporto tra geografia e fiction adottando un punto di vista particolare, che mette in primo piano la territorializzazione configurativa in quanto ambito della rappresentazione artistica ed emozionale. L’idea di base è che la fiction rappresenti una simulazione di territorialità al tempo stesso performativa e metaforica. Simulazione di territorialità che è esplorata in alcuni casi studio esemplari, come l’opera Die Zauberflöte di Mozart, il cinema di Wes Anderson, le canzoni di Paolo Conte e i graphic novel di Gipi.

Recensione di Timothy Tambassi
Nel 2018, sulle pagine del Bollettino della Società Geografica Italiana, viene pubblicato un articolo di Marcello Tanca intitolato “Cose, rappresentazioni, pratiche: uno sguardo sull’ontologia ibrida della Geografia”. Nell’articolo in questione l’autore sottolinea il carattere ibrido della realtà geografica, evidenziando come un’analisi esaustivamente ontologica possa essere restituita solo delineando tre pilastri (irriducibili) attraverso cui articolare (lo studio di) tale realtà: cose, rappresentazioni e pratiche. Parlare di cose rimanda a un realismo (ingenuo) che pone l’accento sulla spazialità che ci circonda: una spazialità costituita dalla totalità di oggetti concreti, presenti e persistenti che popolano la superficie terreste, e indipendenti dal nostro modo di esperirli. Soffermarsi su rappresentazioni e pratiche significa, invece, sottolineare sia un generale primato della territorialità sulla spazialità che l’irrinunciabilità del soggetto esperienziale. Da un lato, in linea con il costruttivismo, si tratta di mostrare come la realtà geografica non possa prescindere dal nostro modo di esperirla, così come dal contesto sociale, culturale e linguistico in cui il soggetto è immerso. Dall’altro lato, attraverso le non representational theories, si evidenzia l’imprescindibilità di recuperare le modalità quotidiane di produzione del senso, in cui tutti siamo da sempre invischiati.
La scelta di parlare del nuovo libro di Tanca, Geografia e fiction. Opera, film, canzone, fumetto, sulle basi di questa sistematizzazione ontologica non è ovviamente casuale per almeno due ordini di motivi. Il primo è che la sistematizzazione indicata offre una possibile chiave di lettura per il libro in questione, permettendo di esplicitare come a un’opera dichiaratamente non-ontologica (p. 41) sia sottesa una pluralità cosale, rappresentazionale e performativa del dominio geografico che si manifesta, in primis, nell’intrecciarsi delle connessioni tra territorialità e referenzialità della fiction. Il secondo motivo è che anche nel nuovo libro non mancano tentativi di sistematizzazione del dibattito geografico, in questo caso riferiti alla dualità (non dualista) tra geografia e fiction, che offrono al lettore la possibilità di orientarsi, interpretativamente, nella disamina dei percorsi di ricerca proposti dall’autore.
Certamente, il libro di Tanca non è da considerarsi un unicum nel dibattito geografico italiano, all’interno del quale non sono mancati studi volti a esplorare, nell’ordine, il rapporto tra geografia e letteratura – Lando F. (1993) (a cura di), Fatto e finzione. Geografia e letteratura, ETAS, Milano e poi, tra gli altri, i lavori di Davide Papotti -, tra geografia, cinema e serie tv – dell’Agnese E. (2009), Paesaggi ed eroi: cinema, nazione, geopolitica, UTET, Torino; dell’Agnese E., Rondinone A. (2011) (a cura di), Cinema, ambiente, territorio, Unicopli, Milano; Amato F., dell’Agnese (2014) (a cura di), Schermi americani. Geografia e geopolitica degli Stati Uniti nelle serie televisive, Unicopli, Milano; Graziano T., Nicosia E. (2017) (a cura di), Geo-fiction: il volto televisivo del Belpaese. Casi di studio a confronto, Aracne, Roma.), tra geografia e musica (dell’Agnese E., Tabusi M. (2016) (a cura di), La musica come geografia: suoni, luoghi, territori, Società Geografica Italiana, Roma – e, infine, tra geografia e fumetto – tra cui spiccano i lavori di Giada Peterle e Simone Gamba.
Va però anche sottolineato come il libro di Tanca intenda innanzitutto proporsi come un libro sostanzialmente di geografia, indirizzato, a differenza dei suoi predecessori, a ben quattro medium diversi (opera, film, canzone e fumetto), capaci di fondere e riunire linguaggi, tecniche e mezzi espressivi eterogenei. E la geograficità di tale proposta è ben evidenziata dall’autore stesso nei suoi obiettivi, dichiarati nel fornire “i primi elementi chiave di una teoria geografica della fiction, ossia di una teoria tout court geografica in cui un certo numero di idee maturate intorno al concetto di territorio, territorialità, simulazione, ecc. assumono la forma di indicazioni concrete sul modo in cui possiamo utilizzarle per leggere la finzione” (p. 27). In questo senso, non dovremmo sorprenderci il richiamo al lavoro di tre geografi che hanno costituito le sue principali fonti di ispirazione: Claude Raffestin nella sua disamina sulle nozioni di territorio, territorialità e territorializzazione; Angelo Turco, principalmente ma non solo, con la sua teoria geografica della complessità; e, infine, Giuseppe Dematteis (ma anche Massimo Quaini) nel proporre una geografia delle possibilità del territorio.
Questa attenzione alla territorialità, forse successiva ma certamente non coincidente alla spazialità, rappresenta il leitmotiv del rapporto tra geografia e fiction, tanto che lo stesso Tanca sottolinea che, quando parla di geografia dell’opera finzionale, si riferisce al sovrapporsi di due operazioni: da un lato, raccontare una storia e territorializzarla, ossia delineare sia l’insieme delle qualità pronarrative che precedono l’azione che un’ontologia del mondo finzionale, dall’altro raccontare la storia di una territorializzazione, un racconto che scandisce la poiesis del mondo finzionale e la mise in scène di relazioni narrative e atti trasformativi (p. 78). Nel primo caso, ci si chiede che cosa la geografia possa fare per la fiction, ossia in che modo il geografo può contribuire a una migliore comprensione della fiction stessa; nel secondo caso, che cosa la fiction può fare per la geografia: vale a dire quali sono i vantaggi che derivano al geografo dall’utilizzo nel proprio lavoro, in questo caso, di film, romanzi, fumetti e canzoni.
Per rispondere a tali quesiti occorre tuttavia fare un passo indietro e sottolineare come, nel delineare il rapporto tra geografia e fiction, Tanca ricorra a due dicotomie. Da un lato, la dicotomia geografica tra spazio (dato, grezzo e oggettivo) e territorio (soggetto e oggetto di azione, e processo di riformulazioni e cambiamenti storici, sociali e culturali) viene proposta sulla scia della riflessioni dei citati Raffestin e Turco e rappresenta una chiave di lettura imprescindibile nel delinearsi della geografia andersoniana in cui si combinano l’esplorazione del mondo, con il percorso, tanto spaziale quanto esistenziale, dei suoi personaggi (capitolo 4). Dall’altro lato, tale dicotomia viene a combinarsi, nell’analisi delle opere finzionali, con un’altra dicotomia, prospettata dal teorico della letteratura Lubomir Doležel, tra due diverse forme di referenzialità: eterocentrate e autocentrate. Nelle referenzialità eterocentrate, il contenuto di un’opera finzionale viene considerato in relazione al mondo attuale. In altre parole, “un’opera finzionale ha un valore di verità nella misura in cui i suoi contenuti corrispondono o meno agli stati di cose di un prototipo esterno a essa: il mondo attuale che esiste prima dell’attività di costruzione creativa e indipendentemente da questa” (p. 36). Nelle referenzialità autocentrate, basate sulla semantica dei mondi possibili di leibniziana memoria, il valore di verità è invece autonomo, in quanto il contenuto dell’opera di finzione viene considerato in relazione solo a se stesso.
Ma se l’intrecciarsi di tali dicotomie genera, nelle intenzioni dell’autore, quattro atteggiamenti interpretativi, intrinsecamente soggettivi, attraverso cui esplorare i contenuti geografici della fiction (nello specifico: spazialità con referenzialità eterocentrata, spazialità con referenzialità autocentrata, territorialità con referenzialità autocentrata e territorialità con referenzialità eterocentrata), la dimensione oggettiva della teoria geografica della fiction, su cui si incentra la proposta di Tanca, può essere ritracciata nella dualità che arricchisce il mutuo scambio contenutisco tra geografia e fiction: quella tra geografia della simulazione (di territorialità) e simulazione (finzionale) della geografia. Nel primo caso, la produzione di geografia media il nostro rapporto con l’agire simulativo; nel secondo caso è l’agire simulativo a mediare il nostro rapporto con la produzione di geografia (p. 110). Tale dualità, strettamente connessa alla teoria della complessità di Turco, è descritta da Tanca attraverso tre tipologie di esperienze che l’incontro tra geografia e simulazione può dar vita: luoghi che sono simulazione di altri luoghi, luoghi in cui si simulano altri luoghi, luoghi che appartengono esclusivamente alla geografia del mondo finzionale. Non solo, la dualità in questione si esplica anche nel contrapporsi raffestiniano tra territorializzazione, de-territorializzazione e riterritorializzazione che scandisce il rapporto tra geografia e fumetto nelle storie di Gipi (capitolo 6), così come nel coabitare, simbolico, linguistico e di tradizioni, che definisce lo spazio eterotopico della geografia del Flato Magici di Mozart (capitolo 3).
E in questo senso, la continuità tra i processi di territorializzazione che hanno luogo sulla Terra e nelle opere finzionali (simulazione di territorialità) non si esaurisce né nella sua dimensione ontologica, né in quella rappresentazionale. Al contrario, è nella geografia dell’immaginazione e delle possibilità (logiche ma anche epistemiche) del territorio che si concretizza la sintesi effettiva tra geografia e fiction, richiamata nell’inquietudine immaginifica delle parole e degli spazi della geografia delle canzoni di Paolo Conte (capitolo 5). “É facendo leva sulla immaginazione geografica che la fiction può metterci a contatto con luoghi, paesaggi e ambienti sui quali possiamo formulare soltanto delle ipotesi perché non vi abbiamo direttamente accesso nel mondo attuale; e non lo abbiamo sia perché in certi casi queste configurazioni della territorialità finzionale non somigliano a nessuna di quelle che sappiamo già dove cercare; sia perché, pur somigliando, esibiscono qualità topiche, paesaggistiche e ambientali che loro controparti attuali non necessariamente possedevano” (pp. 127-128). Ed è proprio in questo gioco di incastri tra territori esistenti, realizzati, possibili e non-realizzati che l’intreccio tra fiction e geografia sembra metterci nelle condizioni di vedere qualcosa che altrimenti non vedremmo, di riconoscere nell’esistente solo una delle possibilità che avrebbe potuto aver luogo, di aprire l’esistente a nuove interpretazioni, ma anche, e soprattutto, capire come si potrebbe stare altrimenti.

Filippo

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