Geografia delle diaspore

Autore: Antonio Stopani | Editore: Aracne, 2013

Diaspora è un semplice sinonimo di migrazione internazionale? Si tratta di una tipologia particolare di movimento migratorio? Descrive un carattere etnico trasmesso in situazione di emigrazione? Sviluppando una prospettiva geografica, questo libro risponde a tali quesiti mettendo al centro dell’analisi i legami attivati consapevolmente dai migranti tra loro e l’elaborazione di una vicenda migratoria condivisa.

Recensione (di Leonardo Rombai):

Il volumetto tratta il tema della diaspora, assai coltivato dai geografi francesi e anglosassoni, molto meno da quelli italiani, pur essendo ampia la letteratura geografica sulle migrazioni internazionali (lavori di Carlo Brusa, Flavia Cristaldi, Elena Dell’Agnese, Guido Lucarno, ecc.): tra le poche eccezioni, è citata Silvia Aru con il suo volume sulla diaspora italiana a Vancouver (2012).
La categoria della diaspora ha assunto crescente importanza nelle scienze sociali, come campo di ricerca ricco di casi-studio, investito da discussioni e proposte e attraversato da tensioni dovute alla diversità delle posizioni teoriche. Sono anche nate riviste specifiche, come la canadese “Diaspora. A Journal of Trasnational Studies” (1991) e la francese “Diaspora. Histoire et Sociétés” (2002).
Tradizionalmente intesa come dispersione spaziale della popolazione ebraica, a partire dal XIX secolo la matrice diasporica si è allargata ad altre popolazioni che hanno subito vicende traumatiche: al centro dell’analisi sono soprattutto i legami etnici culturali attivati fra di loro dai migranti provenienti da uno stesso Paese. Secondo Christine Chivallon (2004), diaspora “è una categoria analitica che persegue epistemologicamente il fine di riunire o agglomerare attraverso lo spazio una moltitudine dispersa” di persone. Il concetto di diaspora, infatti, non può ridursi a sinonimo di migrazioni di massa da un medesimo territorio con tanto di destinazioni, o a nuovo modo di designare comunità etniche di migranti e/o di loro discendenti non integrati nelle comunità di accoglienza. La nozione di diaspora acquisisce una specifica carica denotativa se la proliferazione dei poli di dislocazione di un gruppo migrante è accompagnata dall’attivazione consapevole di legami tra di loro (economici, politici, affettivi, culturali), e se si allarga l’attenzione a modalità ed effetti con cui individui e gruppi di migranti continuano – nel tempo – ad intrattenere scambi materiali e culturali con le società di origine.
Stopani effettua un bilancio puntuale, con ricostruzione del dibattito e degli scritti teorici più considerati dell’ultimo trentennio, e con ampia selezione di casi di studio a sostegno delle sue argomentazioni: il tutto, per evidenziare l’interesse della geografia per l’analisi delle dinamiche spaziali delle diaspore. La diaspora è infatti un’entità collettiva, malgrado la sua frammentazione in più contesti nazional; è una rete multipolare caratterizzata da relazioni interpolari diverse per intensità e mutevoli nel tempo.
Nel primo capitolo viene ricostruito il dibattito dell’ultimo trentennio sulle tipologie della diaspora, con l’opposizione: tra un approccio ‘classico’ e un approccio ‘post-moderno’, tra una visione ‘centrata’ (che privilegia il rapporto con l’area geografica di origine) e una visione ‘de-centrata’ (che mette a fuoco soprattutto i legami tra i diversi centri della diaspora), tra una visione ‘chiusa’ (che si fonda sulla riproduzione circolare di solidarietà di tipo etnico fra i centri diasporici) e una visione ‘aperta’ (che valorizza la diversità dei rapporti sviluppati da ciascun polo della diaspora con la società di accoglienza), tra una visione ‘pura’ (che enfatizza il lavoro di conservazione dei tratti culturali supposti originari) e una visione ‘ibrida’ (che sottolinea la creatività innescata dal confronto con le comunità accoglienti).
Tali diversità di posizioni e approcci alle tematiche diasporiche consentono di meglio comprendere le varie modalità e intensità con cui i legami tra i diversi centri di un gruppo disperso nello spazio sono mantenuti e riformulati nel corso del tempo. “Il concetto di diaspora è significativo per la geografia perché permette di analizzare l’intrecciarsi di questi legami in modo più o meno forte e continuativo, delineandosi secondo peculiarità proprie (culturali, economiche, politiche, affettive), accentuando in modo e con intensità diversi la relazione con la terra di origine, a seconda dei periodi storici e dei paesi di accoglienza”.
I capitoli 2 e 3 sono dedicati alle varie dimensioni (locale, regionale e internazionale) di una possibile analisi geografica multiscalare, con considerazione delle differenze di classe, di genere e talvolta di razza. Viene indagato come individui e gruppi si confrontano con il problema del nuovo radicamento nelle località di trasferimento (investendo lo spazio domestico e pubblico con attività ricreative, politiche, economiche, religiose), come le connessioni sono attivate tra i diversi poli migratori e come le risorse sono mobilizzate per creare e conservare uno spazio transnazionale reticolare, attraverso cui circolano persone, informazioni, beni materiali e immateriali. Le diaspore sono viste come “costellazioni di poli migratori” che possono frammentare il supposto senso di unità e fissità delle appartenenze: politiche, culturali, religiose. Elena Dell’Agnese (2010) ha ricordato che la costruzione identitaria in situazione di diaspora non consiste nella replica dei tratti culturali di origine ma in un’operazione di selezione creativa, in quanto votata alla contaminazione con altre culture, a partire da quella del luogo di residenza.
Nel presente contesto mondiale – contraddistinto dalla mobilità sempre più rapida e intensa di capitali, persone e informazioni –, la diaspora si rivela una nozione atta ad evidenziare le forme sociali specifiche di ri-territorializzazione che i gruppi di migranti perseguono attivando nuove trame spaziali di relazioni reciproche.
Nel capitolo 4, con riferimento alla teorizzazione di Claude Raffestin (1980 e 1984), le diaspore sono viste come costruzioni sociali e territoriali che – per essere diverse dalla territorialità statale – non sono tanto alternative e subordinate a quest’ultima, ma con essa interagiscono dialetticamente. La diaspora non è vista in opposizione agli Stati-Nazione, ma se ne osservano le diverse articolazioni nel processo di strutturazione dello spazio geopolitico. La cittadinanza e i diritti dei migranti, il ruolo che la diaspora svolge a distanza nei processi di State-building, nell’innescare, alimentare o pacificare conflitti nelle rispettive terre di origine o nel promuovervi lo sviluppo economico, la diffusione di innovazioni tecnologiche o di modelli politici democratici: questi processi sono temi di ricerca che la geografia può concorrere a delucidare.
I limiti da considerare nella ricerca riguardano la tendenza a riassumere, sotto l’unico termine di diaspora, comunità di migranti che differiscono per diversità dei luoghi di trasferimento e di origine, per caratteristiche sociali, per numero, condizioni e periodo della partenza, per tipo di accoglienza ricevuta nei paesi di arrivo, per attività economiche, per omogeneità religiosa e/o linguistica.
Qualsiasi aggettivo di ordine geografico-politico (cinese, indiano, italiano, ecc.) usato per qualificare la diaspora sconta la diversità etnico-culturale della realtà dei flussi migratori. L’espressione dell’appartenenza trova spesso un referente identitario in un’entità non immediatamente territoriale, come un’etnia o una religione dai caratteri sovra-locali (la mussulmana, induista, ecc.). L’identificazione su base nazionale – cinese, indiano, ecc. – è quasi sempre un etnonimo utilizzato dai paesi di accoglienza (istituzioni e abitanti di essi) per indicare un gruppo di migranti, e quindi non rappresenta self-identification di questi ultimi, i quali sono soliti indicare una regione o una località della Cina, dell’India, ecc. La stessa cosa avvenne per i migranti italiani fra Otto e Novecento, ad esempio negli Stati Uniti, ove “l’italianità non faceva parte del bagaglio culturale con cui gli individui arrivavano in America. Essa si è elaborata lentamente come risultato sia delle politiche amministrative locali, sia delle interazioni dei migranti italiani con altri gruppi etno-nazionali, e sia anche delle politiche di influenza culturale italiane attuate con il tempo a favore dei suoi ex abitanti”.
Stopani non nasconde la contrarietà ad approcci teorici troppo rigidi che rischiano di sconfinare nella modellistica, come le nozioni di multipolarità e di interpolarità sviluppate da Ma Mung (2000) per descrivere – anche cartograficamente – la forma geografica della dispersione e le relazioni che la tengono insieme. Il nostro autore ne sottolinea il pericolo, per la consapevolezza che “la forza, la durata, le caratteristiche dei legami (economici, culturali, politici, ecc.) differiscono secondo i casi e secondo i contesti storici in cui un dato caso (armeno, cinese, ebraico, ecc.) è analizzato”. Ragion per cui, l’immagine di distribuzione spaziale e rappresentazione cartografica, lungi dall’apparire ‘oggettiva’, in realtà “sarebbe in questo senso estremamente effimera” e correrebbe il rischio di “veicolare aprioristicamente un senso di staticità, di coesione e di omogeneità” di una struttura comunitaria e spaziale, “a detrimento delle dimensioni evolutiva e discontinua delle connessioni interpolari che rendono precaria e instabile la forma reticolare delle diaspore, in quanto soggette di continuo alla riformulazione dei loro equilibri”.
In altri termini, la problematica diasporica “si presenta sotto luci diverse a seconda dei casi”. Questo fatto invita a sviluppare un’analisi geografico-storica delle connessioni/deconnessioni/riconnessioni che trasformano la dimensione della configurazione reticolare e la qualità (economica, politica, religiosa, ecc.) delle connessioni che la plasmano. Un tale approccio dinamico impone di valorizzare l’eterogeneità dei rapporti materiali e immateriali che ciascun polo diasporico intrattiene con i luoghi di origine e con le società di residenza, insieme con le modalità particolari con cui entra e/o si mantiene in contatto con alcuni centri piuttosto che con altri”.
Gran parte della letteratura prodotta non sembra essere stata capace di affrontare in modo dinamico tali processi: soprattutto la mutevolezza delle relazioni e dell’identificazione con i paesi di origine e con i paesi di accoglienza delle comunità diasporiche. Non si può pensare di considerare come acquisite la coesione collettiva, la solidarietà di tipo etnico, l’affiliazione ad una comunità reticolare, l’uniformità dell’espressione di attaccamento ad una cultura condivisa.
Stopani dimostra – attraverso casi di studio – che le diaspore alle diverse scale sono attraversate da conflitti per la leadership, per l’organizzazione di attività, per l’interpretazione della cultura tradizionale, ecc. Guai, quindi, ad utilizzare il termine diaspora come un’unità basilare della vita sociale, un gruppo provvisto di omogeneità interna e con dei confini che lo distinguono da altre unità analoghe, i cui membri sono mossi da interessi condivisi e provvisti di una capacità di azione collettiva sulla scena internazionale, dove agiscono altri attori simili (altre diaspore o Stati-Nazione).
Lo studioso deve adottare “una postura analitica”, in grado di fargli superare il pericolo di considerare le categorie scientifiche come oggetti esistenti nella realtà: il termine diaspora non si riferisce ad una entità sociale che esiste concretamente come organismo stabile e compatto. Anziché i gruppi di per sé, occorre studiare i meccanismi di raggruppamento, ovvero le dinamiche e le modalità con cui gli individui si aggregano, grazie alla creazione di una rete di connessioni materiali e immateriali (promozione di progetti politici e culturali, fondazione e gestione di istituzioni, organizzazione di relazioni fra i componenti della comunità e anche l’esterno, ecc.). In tal senso, la diaspora è una forma di aggregazione variabile nei gradi di coesione e di solidarietà, anche in rapporto a particolari eventi praticati nel contesto di enti e istituzioni (di carattere culturale, religioso, politico, sociale come mutuo soccorso e assistenza o promozione di attività economiche): tutte iniziative in grado di rafforzare i legami fra le persone, che possono qualificarsi come pratiche di territorializzazione, come l’associazionismo e la patrimonializzazione culturale, la creazione e diffusione di periodici o di reti web (o di reti radiotelevisive); tutte attività con cui si creano relazioni che connettono nello spazio gruppi anche numerosi in un’entità socio-culturale più ampia che chiamiamo diaspora. I promotori di tali operazioni strategiche sono gli Stati (ministeri ed uffici), le associazioni culturali, le organizzazioni paramilitari o terroristiche (come è illustrato per il caso palestinese o per quello armeno negli anni ’70), i partiti politici, le ONC, i massmedia e i creatori di piattaforme internet.
Diaspora, quindi, come “entità sociale internazionale che non presenta confini fissi e delimitati, le cui forme di aggregazione e di identificazione – cangianti nel tempo – sono assicurate da determinati tipi di connessione che risultano dipendenti da specifici contesti di interazione di tipo soprattutto religioso”, ma anche politico o economico.