Geografia dei bambini. Luoghi, pratiche e rappresentazioni

Autore: Stefano Malatesta | Editore: Guerini, 2015

Nel pensiero geografico contemporaneo, è emersa con forza la necessità di isolare un ambito di lavoro indirizzato allo studio dei luoghi, delle pratiche e delle rappresentazioni che “costruiscono” le geografie dell’infanzia. La Children’s Geography si è affermata, innanzitutto, come un passaggio fondamentale per definire i bambini e le bambine non più come “individui in transizione verso l’età adulta”, ai quali fornire le coordinate per essere, un giorno, adulti capaci e responsabili, e, in seguito, si è convertita in uno strumento indispensabile per considerarli attori protagonisti dei luoghi che abitano tutti i giorni: la casa, la scuola e gli spazi pubblici. Questo libro si apre con la discussione del posizionamento intradisciplinare della “geografia dei bambini” e prosegue con un’applicazione dei principali nodi teorici della Children’s Geography ai luoghi che maggiormente influenzano l’esperienza spaziale dei bambini e delle bambine.

Recensione (di Giovanni Donadelli):
“L’alcool denaturato non è un disinfettante […]. Il che significa che per centinaia di anni hanno sempre avuto ragione i bambini. Quando piangevano e dicevano che l’alcool brucia, avevano ragione loro. Brucia e basta, in maniera del tutto inutile. Ma nessuno li ha mai ascoltati […]. Il nostro ruolo di adulti non è quello di avere ragione, ma quello di riconoscere le ragioni. Non è solo di proteggere, ma è anche essere protetto. Non è solo guidare ma anche lasciarsi condurre. I bambini non hanno ragione in quanto bambini, ma hanno diritto alle loro ragioni di bambini” (M. Bussola, Notti in bianco, baci a colazione, Torino, Einaudi, 2016, p. 63-64; il corsivo è un adattamento dell’autore).
Grazie al sostegno della ricerca pedagogica e la condivisione a livello internazionale di documenti importanti come la Convenzione sui diritti dell’infanzia, i bambini e le bambine negli ultimi decenni hanno visto crescere le proprie tutele contestualmente agli spazi a loro dedicati (scuole, parchi giochi, aree tematiche per bambini, ecc.). Ciononostante, accade ancora oggi che, nelle stesse società in cui si è lottato per ottenere queste “conquiste”, capiti talvolta di incontrare adulti che, seppur impegnati nel mondo dell’educazione e della formazione, si pongono in relazione con i più piccoli partendo dal presupposto di avere ragione, di dover decidere per loro o comunque di doverli sempre guidare nel loro agire. Questi atteggiamenti trovano fondamento in un immaginario culturale che per anni ha relegato i bambini e le bambine nella condizione di “non adulti” (o “meno-che-adulti”), cioè di soggetti incapaci di produrre cultura perché ancora in una fase di “sviluppo” all’interno della quale l’unico diritto è quello alla formazione verso comportamenti e pensieri ritenuti “maturi”.
Questo immaginario ha il limite di rappresentare i bambini e le bambine (l’altrove) solo in una prospettiva di chiusura, distanza o mancanza rispetto a un modello di riferimento dato (l’adultità), dimenticandosi che, per poter prendere coscienza (e quindi entrare a conoscenza) di qualcosa che è altro rispetto a sé, è necessario partire dal presupposto che la propria visione e comprensione non potrà che essere parziale e soggettiva, perché costruita attraverso l’uso di categorie e linguaggi non condivisi, ma specifici dell’osservatore (Dematteis, “Alla ricerca di senso”, in Volontà [a cura di], Geografia senza confini, 1992).
Il libro di Stefano Malatesta parte da qui: dalla presa di consapevolezza che è necessario abbandonare la prospettiva adulto-centrica per poter restituire ai bambini e alle bambine, in quanto soggetti geografici, la propria agency in riferimento allo stare, creare e modificare lo spazio. In quest’ottica, essi vengono dunque messi al centro del processo conoscitivo, diventano soggetti legittimati e quindi anche oggetto della ricerca, in linea con l’intuizione che li vede attori principali delle proprie geografie quotidiane e non più piccole comparse della quotidianità adulta.
Attraverso una struttura che affronta i nodi teorici e metodologici di tali presupposti, il volume propone una sintesi ragionata del percorso scientifico della children’s geography, la quale, nonostante sia un filone di studi ormai consolidato in ambito internazionale, è rimasto piuttosto sottotraccia nel dibattito scientifico italiano. I molteplici riferimenti teorici transdisciplinari e la struttura chiara e funzionale permettono al lettore di entrare a contatto con l’eredità di pensiero dei molti autori che hanno studiato, in particolare, la dimensione dello spazio pubblico, introducendo questioni centrali per la children’s geography. Il principale riferimento dal quale parte la riflessione è l’opera The Child in the City, di Colin Ward (1978), una lettura anti-autoritaria del controllo esercitato da parte del mondo “adulto” sugli spazi urbani. A questo contributo è riconosciuto il merito di aver inaugurato una stagione di riflessione critica sul protagonismo dei bambini nell’uso dello spazio pubblico, riflessione che tutt’ora prosegue e produce evidenze scientifiche.
Nel volume si riporta parte di questo dibattito e si mette in luce come il contesto contemporaneo sia cambiato e abbia visto la strada e i luoghi pubblici, da Ward considerati spazi della “geografia dei bambini” per eccellenza, progressivamente sostituiti dalla scuola e dai luoghi domestici. Uno slittamento dovuto all’affermarsi di una visione adulto-centrica che in molti contesti sta relegando i bambini a essere una “generazione da sedile posteriore” (Hillman, Children’s Right and Adults’ Wrongs, 2006), perché privata della libertà di poter vivere con creatività e protagonismo gli spazi urbani, anche in quei luoghi che teoricamente nascono come a loro dedicati. Un caso emblematico, già citato da Giorda (Il mio spazio nel mondo, 2006, p. 48), è quello dei parchi giochi progettati dagli adulti allo scopo di limitare il rischio di infortuni, ma tali da ridurre la stessa possibilità per i bambini e le bambine di fare esperienze corporee e di esplorare autonomamente i luoghi attorno a loro.
Durante la lettura, dunque, emerge chiaramente l’importanza di un’educazione geografica consapevole del ruolo dei luoghi e dei vissuti spaziali durante l’infanzia, che studi lo spazio considerando non solo l’età dei soggetti, ma anche il loro genere, le loro condizioni di vita attuali e i loro vissuti pregressi. Un’ottica nella quale la scuola si ritrova a essere non solo luogo di formazione ma anche di sperimentazione: spazio pubblico nel quale i bambini e le bambine possono proiettare la propria immaginazione, dove è ancora a loro possibile fare esperienza del proprio protagonismo spaziale e nel quale possono costruire il proprio pensiero geografico in un contesto di autonomia reale.
Nel testo si riflette anche su diversi luoghi del quotidiano dei bambini e delle bambine, cyber-spazi compresi. Tra i vari luoghi citati, molto interessanti risultano le riflessioni riguardanti l’ambito domestico inteso come casa ma anche come famiglia e genitorialità. Qui la forte tradizione degli studi geografici (di cui il lavoro di Yi-Fu Tuan rappresenta un caposaldo importante) emerge chiaramente, senza però inficiare l’originalità dei discorsi di cui Malatesta dà conto. Ciò che colpisce, infatti, è la lettura critica della stessa letteratura, declinata rispetto alle geografie dei bambini. In questo ambito, i riferimenti ai contributi di chi, come Chris Philo, Sarah Holloway e Gill Valentine, hanno ispirato e animato la riflessione su questi temi in seno alla rivista scientifica Children’s Geographies, testimoniano l’integrità del prodotto scientifico ed evidenziano la necessità di fare ricorso a linguaggi, strumenti e prospettive propri della geografia contemporanea per comprendere a fondo la sempre attuale sfida di dare, simultaneamente, parola ai bambini e ascolto alle loro istanze.
La lettura del volume è consigliata a ricercatori e insegnanti. Per i primi il volume rappresenta un ottimo lavoro di review, organizzato e riflessivo, del dibattito scientifico coagulatosi intorno ai concetti chiave proposti dalla children’s geography. Ai secondi offre una prospettiva aggiornata sul ruolo dei bambini e sulle ricche opportunità che potrebbero derivare da una seria riflessione congiunta sulle loro esperienze spaziali quotidiane. Ad entrambi, la lettura garantisce l’approfondimento del tema con uno sguardo critico e promuove il protagonismo sociale e politico dei bambini e delle bambine attraverso l’uso del corpo, le esperienze dirette, l’orientamento nello spazio e i diversi modi di rappresentare i luoghi.
In ultima analisi, il volume appare essere uno strumento efficace perché capace di instillare negli adulti almeno tre dubbi: di promuovere sufficientemente il protagonismo sociale e politico dei bambini con i quali hanno a che fare tutti i giorni; di sottostimare il valore della micro-scala (prossimale o personale) quale ambito di osservazione privilegiato per studiare le implicazioni spaziali delle loro produzioni cultural; infine, di non sfruttare a pieno le potenzialità della matrice critica quale prospettiva particolarmente efficace per promuovere coscienza e conoscenza sulle norme che regolano l’esperienza quotidiana dei bambini e delle bambine. Dubbi preziosi che possono certamente favorire quell’etica del dialogo che secondo Edgar Morin (Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione, 2015, p. 58) è l’unica capace di trasformare la violenza dell’incomprensione in conflitto di parole e di idee, permettendo che il dialogo che ne deriva, diventi esso stesso formazione alla democrazia.