Gentrification. Tutte le città come Disneyland?

Autore: Giovanni Semi | Editore: Il Mulino, 2013

Le transumanze notturne verso i luoghi della movida, le feste di strada, i mercati all’aperto itineranti, tutto quell’insieme di effervescenze che fanno sembrare una città vivace e dinamica sono ormai parte della cultura urbana. Ma quello che fa di un quartiere una meta turistica glamour è spesso frutto di una “artificiosa” riqualificazione che consiste nel risanamento, il più delle volte con interventi di speculazione immobiliare, di aree popolari e nell’espulsione degli abitanti originari, a favore di classi più agiate (la gentry per l’appunto). Vasti tessuti sociali vengono così lacerati per far posto ad un fiorire di negozi vintage, birrerie artigianali, pasticcerie siciliane a fianco di marchi transnazionali, in un panorama eclettico ma senza memoria.

Recensione (di Teresa Graziano): 

“Tutte le città come Disneyland?” È questo il sottotitolo del libro di Giovanni Semi che incombe sull’immagine di copertina: una fotografia di una folla colorata, immersa in un nightscape scintillante di luci, che potrebbe raffigurare qualunque città. Una Disneyland, appunto, omologata e sfavillante.
Sottotitolo e, anche, domanda nient’affatto retorica che scandisce l’intero dipanarsi della trattazione, consacrata a uno dei fenomeni più dibattuti nell’ambito degli studi urbani che, valicando i confini delle disquisizioni accademiche, si è trasformato in refrain ricorrente nelle politiche, nei discorsi e nelle narrazioni dei più disparati contesti urbani: la gentrification, che dà il titolo al volume.
Arricchito da un’autorevole prefazione di Sharon Zukin, che ne evidenzia la diffusione trasversale spesso priva di consapevolezza scientifica (“Ovunque la gentrification è sotto accusa. Ma pochi sanno cosa sia”), il lavoro del sociologo torinese si apre con un capitolo introduttivo che, seppur anticipando il saldo ancoraggio teorico su cui si fonda l’intero volume, stuzzica la curiosità del lettore – anche quello meno esperto – con un rapido affresco del fenomeno. Enfatizzandone sin da subito la pervasività crescente nelle politiche urbane, Semi rimarca la sua controversa capacità di fascinazione, che ne fa tematica letteraria e persino nazional-popolare in particolare in ambito anglosassone, nonché l’emergere sempre più capillare di avamposti e fronti anti-gentrification in virtù delle dinamiche di esclusione e di polarizzazione sociale che ne derivano.
È un vero e proprio viaggio tra i meandri del fenomeno, quello tracciato da Semi. Un percorso scientificamente coerente e allo stesso tempo accattivante tra le diverse impostazioni teoriche, le controversie metodologiche, le interpretazioni – talvolta distorte e mistificanti – che si snoda sin dalle prime pagine con l’intento di aprire uno varco, soprattutto per un pubblico italiano meno avvezzo, su quell’intreccio di trasformazioni in atto in alcune porzioni di città sempre più ricche, esclusive ed elitarie in seguito a processi di rigenerazione urbanistico-architettonica e/o socio-culturale.
Pur senza smentire l’origine del neologismo, coniato dalla sociologa Ruth Glass con malcelata ironia nei primi anni Sessanta per indicare il ruolo della nuova urban gentry nel ridisegnare alcuni quartieri centrali degradati di Londra, l’autore ricorda come la concettualizzazione formale del fenomeno sia tardiva rispetto alla sua effettiva delineazione. Allineandosi alla letteratura ormai consolidata in materia, Semi ne coglie le forme embrionali nella traumatica “distruzione creativa” che, nella seconda metà dell’800, (s)travolge il centro di Parigi a opera dell’“artista demolitore” Hausmann. Se, da un lato, l’hausmanizzazione della ville Lumière è motivata dalla volontà di costruire un’iconografia urbana pienamente inserita nella modernità, di cui i grandiosi boulevard sono l’emblema più lampante, dall’altro lato la furia distruttivo-ricostruttiva che allontana le classi più svantaggiate – e tacciate di spiriti riottosi – sembra prefigurare già la “città revanscista”: pietra miliare della gentrification descritta da Neil Smith nel 1996.
Né poteva mancare, in questo affresco della gentrification prima che il termine stesso venisse coniato, la descrizione tratteggiata da Caroline Ware del Greenwich Village di New York negli anni Trenta, nel quale approdano quelli che, negli anni a venire, sarebbero stati etichettati come i “pionieri” della gentrification. Descrizione definita da Semi “sorprendentemente attuale” e rivoluzionaria rispetto alla visione all’epoca dominante del cambiamento urbano, quella della prima Scuola di Chicago.
L’emergere del fenomeno è connesso dall’autore a dinamiche di trasformazione urbana strutturate intorno alla dialettica tra centro e periferia, le cui reciproche relazioni si intrecciano in processi non sempre in contrapposizione, ma spesso sovrapposti, come la suburbanizzazione e il back-to-the-city movement: quel ritorno in città che contraddistingue la riscoperta delle aree centrali. Nel ripercorrere questi processi, Semi, pur ancorato alla sua formazione sociologica, non può che aprirsi alle contaminazioni interdisciplinari, concedendo un ampio e documentato tributo alla letteratura geografica – sia straniera che italiana.
Se il primo capitolo si conclude con il doveroso riferimento alla Londra di Ruth Glass e incorpora uno dei principali tentativi di catalogazione della gentrification per ondate successive, quello proposto da Lees, Slater e Wyly nel 2008, il secondo capitolo si condensa intorno alla domanda sulle cause del fenomeno: “perché in un mondo che rimane fondamentalmente segnato da processi di urbanizzazione diffusa e in particolare dall’espansione della suburbanizzazione, esiste nondimeno una tendenza documentata al ritorno in città di capitali e persone”, di quella che è stata definita da Thompson già nel 1979 una “classe media di frontiera”?
Nel tentativo di fornire una risposta Semi si affida, ancora una volta, alla consolidata tradizione della geografia urbana critica, partendo dal paradigma della produzione della città per approdare alla teoria del rent gap di Neil Smith, che identifica il fenomeno come esito di una tendenza al reinvestimento di capitale in città che avevano sperimentato precedentemente forme di disinvestimento. Dopo aver esplorato la production-side explanation, passando attraverso i concetti di growth machines e regime urbano, nel terzo capitolo l’autore si sofferma sulla consumption-side explanation che, inserita nel frame teorico postindustriale, indaga il ruolo “colonizzatore” dei gentrifiers attraverso un’analisi dei loro gusti e delle loro attitudini e, dunque, dei mutamenti nei paesaggi del commercio e dell’intrattenimento.
Snocciolando le diverse concettualizzazioni, dai celebri “colletti bianchi” individuati da Mills già nel 1951 fino alla cultural new class di Ley, Semi sottolinea il ruolo crescente – nei discorsi e nelle policies – attribuito alla cultura e alla creatività come motori del cambiamento urbano, senza esimersi dal citare l’abusata e controversa, eppure imprescindibile categoria di classe creativa tratteggiata da Florida.
L’affresco si allarga a incorporare altri protagonisti, seppur meno immediatamente visibili, come le imprese edili, gli agenti immobiliari, le municipalità. E, ancora, le comunità gay, gli studenti, la movida notturna: tutti attori e processi che plasmano inediti micro-spazi urbani, ricomponendone forme e funzioni variamente riconducibili alla gentrification.
Il viaggio di Semi, infine, giunge in Italia dove il fenomeno, anche se meno “popolare” che nel mondo anglosassone, sta ridisegnando il volto di diversi centri storici. Sebbene inquadrato in una riflessione più ampia sulle specificità del Paese, in particolar modo sul ruolo della casa e sull’evoluzione della classe media, il capitolo, potenzialmente più interessante dei precedenti per il lettore italiano, si limita invece alla rassegna sintetica di studi relativi alle principali città nei quali il processo è stato segnalato (Genova, Milano, Roma e Torino): pecca dunque di un certo descrittivismo che, però, non ne sminuisce il valore divulgativo.
D’altra parte, è proprio la difficoltà metodologica di “misurare l’invisibile”, già evidenziata da Atkinson e da Slater, a essere definita dallo stesso Semi “il punto dolente ma imprescindibile del dibattito e della realtà della gentrification”. L’onestà scientifica di Semi si spinge oltre, fino a chiedersi, insieme a Becker, “da che parte stiamo”: ovvero, qual è e quale dovrebbe essere il ruolo dello studioso nei confronti dei fenomeni studiati. Questione particolarmente rilevante nel caso della gentrification, in virtù delle dinamiche di polarizzazione sociale, di esclusione e, persino, di estromissione di residenti e attività storiche dal “loro” quartiere: il displacement, giudicato da diversi autori come inevitabile.
A quest’ultima domanda, con cui si chiude il cerchio degli interrogativi, l’autore risponde rilanciando la domanda virtualmente e innanzitutto ai policy maker, i quali dovrebbero indirizzare il cambiamento urbano a partire dai nuovi modelli di famiglia, di lavoro e di socializzazione, dal ripensamento del patrimonio abitativo, dai rischi dell’omologazione commerciale, del trionfo del leisure e della touristification; e inoltre ai cittadini, che dovrebbero essere più consapevoli del proprio “diritto alla città”, senza per questo arroccarsi nella difesa localistica del “diritto a rimanere”.

Partendo dalla consapevolezza che “riconoscere che un quartiere che cambia è in relazione con la città che lo contiene, con i flussi che lo attraversano, con la storia passata e il futuro che gli viene ritagliato addosso”, Semi ammette che la gentrification non può che essere intesa come “uno dei modi paradigmatici in cui l’urbano ha incarnato le mutazioni del capitalismo”; il più seducente, perché i mutamenti (leggi, l’esclusione sociale) sono giustificati in nome della riqualificazione e della cultura. Eppure, aggiunge, la lotta contro la gentrification non dovrebbe “cedere alle lusinghe dei luoghi ma sapersi concentrare sugli spazi e sulla loro incessante ridefinizione”.