Filosofia del viaggio

Autore: Franco Riva | Editore: Castelvecchi, 2014

Che cos’è il viaggio? Una presa di coscienza dell’altro, un’alterità che c’interpella e ci costringe al confronto, un’esperienza che non è possibile senza una frattura, un distacco da noi stessi. Oggi viaggiare appartiene al nostro quotidiano, non è mai stato così facile, eppure raramente ci s’interroga sul suo valore e sul suo significato. In questo libro, il filosofo Franco Riva studia la fenomenologia del viaggiare e cerca di riportare al loro senso profondo le parole che la accompagnano: ospitalità, incontro, meraviglia, responsabilità, libertà. Riva guarda al viaggio nella vita privata, nelle dinamiche globali, nelle sue declinazioni esistenziali e letterarie, perché viaggiare è anche raccontare il proprio viaggio. Al centro della sua analisi c’è una necessità urgente e profonda: ricreare, prima di tutto dentro di noi, quello spazio aperto che permette al viaggio e alla vita di continuare a intrecciarsi l’uno con l’altra.

Recensione (di Marcello Tanca):

I filosofi non godono fama di essere grandi viaggiatori. Per Pascal l’infelicità degli uomini deriva dalla loro incapacità di starsene tranquilli nella loro camera. Kant, che pure insegnava geografia e auspicava che ogni tedesco smettesse i panni dell’Erdsohn, il figlio della terra, per farsi Weltbürger, alla lettera cittadino del mondo, non volle mai muoversi, se non in età piuttosto avanzata, da Königsberg; nel Discours sur l’inégalité Rousseau articola un giudizio molto severo sui viaggi di scoperta e la letteratura odeporica lamentando l’assenza, tra coloro che solcavano gli oceani, dei philosophes (cosa che egli stesso, per primo, si guardò bene dal fare); il diario di viaggio attraverso le Alpi svizzere del giovane Hegel è tutto fuorché il resoconto di un viaggio di piacere e una celebrazione della Wanderlust. Forse Tzvetan Todorov non ha tutti i torti quando, subito dopo aver inserito, in Nous et les autres, i filosofi nella galleria di ritratti delle principali tipologie di viaggiatori, avverte: «Non è sicuro che il viaggio filosofico abbia avuto mai luogo». Eppure il tema del viaggio, nel senso più ampio del termine, è vasto e articolato e si presenta indubbiamente ricco di implicazioni geo-filosofiche oltre che di potenzialità che forse sono ancora in parte inesplorate: «La population humaine est un phénomène en marche», così scrive Vidal de la Blache nei Principles de géographie humaine. Il movimento è consustanziale alla condizione umana: l’umanità è un fenomeno in movimento che si sposta, avanza e retrocede, travalica i confini, fugge, si disperde, inventa, scopre o subisce vecchie e nuove forme di mobilità – migrazioni forzate, nomadismi, esodi, diaspore – che modificano la superficie della terra trasformandone i paesaggi ma, anche, coloro che li attraversano.
La Filosofia del viaggio di Franco Riva, docente di Etica sociale, Filosofia del dialogo e Antropologia filosofica all’Università Cattolica di Milano, offrendo una riflessione sullo status viatoris, la condizione esistenziale di viaggiatore che è connaturata all’uomo, sembra raccogliere molte di queste suggestioni. Il percorso di Riva è diviso in due grandi sezioni – “Viaggio accoglienza unicità” e “Viaggiare parlare incontrare” – e prende le mosse da una distinzione che percorre il libro come un fiume carsico: quella tra tour, processo chiuso, compiuto, che contempla il raggiungimento di una meta e la fine del movimento, e l’iter, l’avanzamento progressivo, aperto sull’infinito, in cui non è previsto approdo e rientro a casa – l’uno, simile ad una figura circolare, l’altro ad una freccia che indica una direzione più che una meta. Man mano che il testo si dipana, a queste prime categorizzazioni si sovrappongono ulteriori significati che caricano questa coppia concettuale di nuove sfumature. Un primo snodo ha a che fare con la biforcazione tra la figura del turista e del viaggiatore in quanto incarnazioni di due atteggiamenti antitetici, tra i quali non sembra sussistere possibilità alcuna di mediazione (cfr. il recente Le voyage contre le tourisme di Thierry Paquot). Come evidenzia l’autore, il turista non necessariamente è anche un viaggiatore (e viceversa), e questo perché le motivazioni che spingono entrambi a mettersi in cammino possono o non essere le stesse, o addirittura del tutto inconciliabili (p. 27). Nella lettura qui proposta il tour-ismo si presenta come una figura circolare nella quale si celebra il consumo di una merce standardizzata e prodotta in serie, un mero marciare distanze e kilometri alla ricerca di un impossibile esotismo. Quello turistico è, nei suoi aspetti meno vitali, un non-viaggio o, meglio «il viaggio idealistico dell’identico che conduce se stesso sui pascoli del mondo» (p. 70). Viceversa si ha autenticità del viaggio là dove questo comporti il «distacco dall’identico» (p. 16), ossia una frattura radicale con tutto ciò di cui è imbevuto l’ordinario: riti, ritmi, certezze e comportamenti prevedibili perché fissati in un codice e ripetuti stancamente, in maniera irriflessa, come veri e propri automatismi. Scorrendo il testo comprendiamo che l’autenticità del viaggio dipende in larga misura dalla rottura con le certezze accomodanti e giustificatorie con cui abbelliamo il quotidiano; rottura che si accompagna all’accettazione della provvisorietà strutturale, congenita alla condizione umana e perciò ineliminabile, e tuttavia continuamente esorcizzata dai numerosi tentativi di soppressione dell’imprevisto dalle nostre vite; ciò che ha luogo, precisamente, nell’esperienza turistica. Senza crisi, curiosità, incertezza e libertà, riscrittura del sé, incontro con l’inaspettato (l’altro e l’altrove), non si dà veramente viaggio.
Come emerge da questi accenni, l’altro costituisce, insieme al suo correlato geografico, l’altrove, una figura-chiave dalla quale non si può prescindere se si mira alla piena comprensione del significato del testo. Nell’ottica della filosofia dell’alterità che ha tra i suoi numi tutelari autori come Karl Löwith, Martin Buber, Gabriel Marcel, Emmanuel Levinas e altri, l’altro/altrove incarna la negazione della ripetizione dell’identico, la scintilla che accende la liberazione dagli impedimenti che ostacolano il viaggio: «Viaggiare per confermare se stessi rende il viaggio superfluo e minaccioso» (p. 117). Al contrario, il viaggio è intimamente un percorso verso l’altro. Questo passaggio è cruciale perché illustra le ragioni per le quali la riflessione di Riva si apra alle problematiche connesse ad un’etica del viaggio. Questa non va confusa col “viaggio etico” o col “turismo responsabile”: non si tratta di fornire al viaggiatore delle intenzioni migliori, di renderlo più “buono” e “giusto” – il viaggio è etico già in partenza, fin dalle radici, se si basa su e contempla responsabilità. Ora, si può essere responsabili solo nella misura in cui c’è un altro: senza questo presupposto, non si danno mondo comune, intersoggettività, pluralismo, superamento del solipsismo dell’io; ma neanche (e questo è un punto sul quale non ci si deve stancare mai di richiamare l’attenzione) geografia: «Senza l’altro […] non si possono disegnare mappe geografiche né del mondo né dell’umano. […] La possibilità stessa di dire mondo dipende dall’altro» (p. 127).
La geograficità dell’altro emerge molto chiaramente nel capitolo “Il nuovo altro. Geografie dell’umano”. Geograficità (un termine che ci riporta nientemeno che a Dardel) significa né più né meno che l’altro non è una finzione o una figura astratta del pensiero che vive in uno spazio neutro e impersonale; quanto piuttosto una lontananza che nei “viaggi della speranza” degli odierni flussi migratori globali si fa presenza, qui ed ora, e che ha un nome, un volto e una voce (oltre che un passato drammatico dal quale fugge). È così che quell’altrove che ci appariva inizialmente remoto e sfasato, irrompe nelle nostre vite in tutta la concretezza della sua disperazione. Tuttavia, come segnala Riva, la vicinanza spaziale non è già, subito, prossimità umana. Il senso del “tra” non è già dato: deve essere cercato, costruito, elaborato, intessuto – come a dire che è un andare per tentativi, per prove ed errori, giorno dopo giorno.
Resta da capire se, e come, sia effettivamente realizzabile, nella contemporaneità, un viaggiare dotato di quei connotati che ne fanno un’esperienza unica e irripetibile: la meraviglia, la discrezione e la libertà, l’imprevisto, l’apertura e l’incontro con l’altro… soprattutto la «rinuncia alla pretesa di una esaustione integrale della realtà». Sempre più unico e uguale, il mondo globalizzato si presenta oggi come «una grande metropoli, che permette tutt’al più uno spostamento tra periferia e centro e viceversa. Solo che, allargata la metropoli su scala mondiale, non si riconosce più né il centro né la periferia» (p. 13). Se appare sempre più difficile sentirsi spaesati e fuori posto; se, ancora, il mondo si trasforma in una distesa senza fine di omotopie la cui serialità è spacciata per esclusività, nessuna avventura è più possibile. Soprattutto, è sempre più problematico praticare una genuina accoglienza, intesa come il gesto libero e disinteressato con cui ci si apre all’altro, alla sua diversità in una dialettica fondata sulla reciprocità tra ospite e ospitante e in cui ciascuno è disposto a cedere qualche cosa all’altro perché da questo scambio reciproco entrambi escono arricchiti. Il dono, l’accoglienza, la reciprocità necessitano infatti, per essere esercitate, di uno spazio di mediazione, inter-esse, hanno cioè bisogno di rispetto e di distanza (che colmano, riempiendola); ciò che viene meno con l’omologazione delle biografie, delle culture, delle geografie. Se tutto questo non implica necessariamente la fine dei viaggi, è anche vero che le contraddizioni di cui si nutre la globalizzazione, e che questa a sua volta moltiplica, diffonde e impone, non risparmiano il viaggio, che si trova ad esserne al tempo stesso potenziato e avvilito: da un lato è sempre più facile ed economico viaggiare, spostarsi, oltrepassare frontiere un tempo invalicabili, accedere a luoghi, culture, paesaggi prima accessibili solo ad un numero molto ridotto di persone; dall’altro, per queste stesse ragioni, il viaggio tende a somigliare ad un semplice spostamento, una dislocazione nello spazio, priva di sorprese e nella quale non si entra quasi mai a tu per tu con l’altro e l’altrove.
Non è facile sciogliere questi nodi. Ma, in fondo, questa dialettica delicata ed effimera tra vicinanza e prossimità, la stessa necessità di spazializzazioni fluide che avvicinino il più possibile gli uomini lasciando però ad ognuno di essi la libertà di scelta su quello che vogliono essere, è ciò che più di ogni altra cosa segna un possibile punto di convergenza tra le geografie dell’umano e la geografia umana, ossia tra filosofi e geografi. È ancora tanta la strada da percorrere, ma il libro di Riva, per le questioni che pone, può rappresentare degnamente il compagno di viaggio di un percorso che si preannuncia al tempo stesso accidentato e liberatorio.
Il libro “Filosofia del viaggio” è stato pubblicato per la prima volta nel 2005 da Città Aperta. Questa nuova edizione ne è l’ampliamento e lo sviluppo, cresciuto negli anni attraverso conferenze, interviste, articoli, dialoghi e convegni.