Everyday geographies and hidden memories. Remembering Denis Cosgrove

A cura di: Francesco Vallerani | Editore: Isthar, 2018

Questo volume non è soltanto un tributo accademico dieci anni dopo la sua morte di Denis Cosgrove, ma raccoglie i ricordi personali di colleghi, studenti e familiari che hanno vissuto o lavorato con uno dei geografi culturali e studiosi del paesaggio più importanti degli ultimi decenni, e che ha svolto in Veneto alcuni dei suoi più importanti studi.

Recensione (di Claudio Minca)
Denis Cosgrove è stato uno dei geografi più importanti degli ultimi decenni. In quanto tale, la sua scomparsa prematura è stata commemorata in un numero notevolissimo di interventi e manifestazioni dedicati alla sua vita e al suo lavoro. Tuttavia, Everyday Geographies and Hidden Memories: Remembering Denis Cosgrove non è soltanto un tributo accademico dieci anni dopo la sua morte. Il breve volume curato da Francesco Vallerani infatti raccoglie contributi da parte di colleghi, studenti e familiari che hanno condiviso varie fasi della sua vita, mostrando in maniera sensibile e delicata come in lui lo studioso, il collega, il mentore, il padre si esprimessero in maniera spesso indistinguibile in diversi luoghi e momenti della sua ricca esperienza professionale. Il libro infatti presenta una serie di finestre sulla vita di Cosgrove che fanno capire quanto profondo affetto abbia lasciato tra le persone che hanno condiviso alcuni momenti chiave del suo percorso di vita e accademico, ma anche quanto unica e per molti versi eccezionale sia stata la sua figura intellettuale.
Un capitolo di questo libro – solo apparentemente in tensione con il tono degli altri contributi – discute in particolare il ruolo e il significato delle commemorazioni nel mondo accademico, sottolineando come queste tendano a disegnare un paesaggio di affetti ma spesso anche una specifica gerarchia disciplinare, soprattutto quando si tratta, come nel caso di Denis Cosgrove, di una figura molto influente nel proprio ambito. Le sedi, gli autori e il numero di interventi commemorativi dedicati a Denis Cosgrove, scrive Rafael Augusto Andrade Gomes, dimostrano di per sé la rilevanza del suo profilo professionale. Questo libro tuttavia intende essere qualcosa di diverso da una semplice commemorazione: pur nel riconoscimento dell’autorità di chi vi interviene, o perché’ vicino a Cosgrove nella vita di tutti i giorni o per le comuni esperienze accademiche. Everyday Geographies and Hidden Memories non è un’operazione pensata per la produzione di capitale accademico. Al contrario, sembra una collezione che lo stesso Denis Cosgrove avrebbe potuto mettere assieme per ricordare qualcuno a lui vicino, un intervento in linea con lo spirito della sua vita intellettuale.
Per tali ragioni in queste note seguirò due modalità che mi sono imposte dall’inadeguatezza che provo nel commentare un’opera di questo tipo. La prima consiste in un succinto commento su struttura e contenuto, come convenzionalmente si fa in tutte le recensioni. La seconda è una brevissima riflessione personale – ispirata dalla lettura di questo libro – sul mio incontro con Cosgrove e il suo lavoro, da geografo italiano.
Il libro si apre con un intervento di David Lowenthal, che ricorda come a Oxford ebbe l’opportunità di valutare in qualità di external examiner la tesi di Cosgrove, una tesi di livello eccezionale che gli aprirà la porta alla carriera accademica. Il secondo capitolo è scritto da Felix Driver, che sottolinea, a partire dalle esperienze condivise al dipartimento di geografia del Royal Holloway College, l’importanza del lavoro di Cosgrove per la geografia culturale inglese, inclusa la fondazione della rivista Ecumene (ora Cultural Geographies). Seguono due interventi da parte delle figlie di Cosgrove. In Maps of his Garden, Emily Cosgrove descrive con affetto l’importanza dei giardini per il padre, richiamando nel farlo diversi luoghi nei quali, per seguire la sua carriera accademica, la famiglia si è trovata a vivere. Isla Cosgrove in Lyrical Journeys with Dad apre invece un’altra finestra sulla vita quotidiana e affettiva di Denis Cosgrove: quella associata alla musica. Stephen Daniels, uno dei fondatori e protagonisti assieme a Cosgrove della new cultural geography e coautore dell’influente The Iconography of Landscape, ricorda gli anni in cui organizzavano viaggi studio con gli studenti e in particolare un viaggio in Veneto, durante il quale emersero le considerazioni di un fortunato articolo intitolato significativamente Fieldwork as Theater. Veronica della Dora, che ha completato il PhD sotto la guida di Cosgrove a UCLA, ricostruisce invece la lettura storica di Los Angeles condivisa in quegli anni con il suo supervisor, ma anche le giornate negli archivi alla ricerca delle mappe di Charles Owens, e ricorda la sua figura di mentore generoso con i suoi studenti e inesauribile fonte di ispirazione intellettuale. Francesco Vallerani chiude il volume con un lungo e appassionato ricordo del suo incontro con Cosgrove, dei loro interessi in comune per quelli che chiama i waterscapes, delle giornate trascorse insieme con le rispettive famiglie.
Da ogni capitolo emerge una geografia fatta di affetti personali, di luoghi, di narrazioni, di passione per la ricerca e per gli studenti. Un libro come questo rappresenta un generoso dialogo su uno dei geografi più influenti del dopoguerra. Questo dialogo ha coinvolto, anche se a distanza, molti geografi italiani della mia generazione. Il mio ‘incontro’ con Cosgrove avviene infatti attraverso i suoi scritti e in particolare la traduzione per UNICOPLI di Social Formation and Symbolic Landscape. Tradotto in italiano come Realtà Sociali e Paesaggio Simbolico, non è soltanto un libro che contribuisce alla fondazione della cosiddetta new cultural geography in Inghilterra e più in generale nel mondo di lingua inglese, ma è anche un libro formativo per molti di noi allora immersi in un contesto, come quello della geografia italiana, ricco ma per certi versi ‘scomposto’, in quanto privo di un dialogo centrale e riconosciuto rispetto al quale costituire gerarchie, certificazioni, ma anche resistenze e fughe in avanti. Il libro di Cosgrove – all’epoca tra i pochi libri di geografia tradotti e letti in Italia – pur non ingaggiando un dialogo diretto con la tradizione degli studi del paesaggio italiana, al tempo stesso penetra quello spazio e lascia il segno: per il suo metodo, per la tendenza implicita all’analisi genealogica, per la raffinatezza del sapere critico che introduce. Lo studio del paesaggio in geografia, dopo Cosgrove, non sarà più lo stesso, in Inghilterra come in Italia.
Le parole di Vallerani che chiudono il volume sono particolarmente importanti per me, perché tra il 1994 e il 2004 lavoro a Venezia, dove insegno a Lingue Orientali. In quegli anni non solo ho l’occasione di incontrare Cosgrove, ma ho anche l’occasione di studiare il pensiero critico di matrice anglosassone di cui Cosgrove è uno dei rappresentanti più letti e influenti all’epoca. Venezia è una sede in quel periodo, grazie al contributo di Gabriele Zanetto, Francesco Vallerani, ma anche Fabio Lando, Stefano Soriani e molti altri, in cui si parla di geografia culturale in molte lingue, in cui l’attenzione per l’afflato necessariamente umanistico della geografia che ci viene insegnato da Cosgrove trova una sua naturale sedimentazione. In quegli anni anch’io divento un geografo culturale, a cavallo tra il mio contesto italiano e il mio interesse per il dibattito anglosassone, e leggo praticamente tutto quello che Cosgrove aveva scritto. Forse per questo ancora oggi le tracce della sua opera sono silenziosamente presenti in alcuni miei lavori.
Difficile spiegare questo dialogo a distanza con Cosgrove (di cui solo io ero consapevole naturalmente) e le sue declinazioni in poche parole, in quanto legato, come questo libro, a molti momenti accademici e relazioni personali. Ne vorrei ricordare solo un paio, particolarmente significativi per me: nel 1999 ho l’opportunità di invitare Cosgrove a parlare a Venezia in occasione di un convegno sul postmoderno in geografia, dove interviene con una splendida riflessione intitolata Millenial Geographics, che poi pubblicherà assieme a Luciana De Lima Martins; nel 2006, quando mi trasferisco a Londra per lavorare nel dipartimento di geografia di Royal Holloway, University of London, ritrovo le tracce indelebili dell’eredità’ di Cosgrove – all’epoca già trasferitosi a Los Angeles – eredità concretizzatesi in quello che allora era il più importante gruppo di geografi culturali al mondo. La sua influenza la incontro in particolare quando mi viene chiesto di diventare il direttore del master in geografia culturale di Royal Holloway, fondato da Cosgrove, e durante i cosiddetti landscape surgeries, gli incontri bisettimanali nel centro di Londra iniziati molto tempo prima da Cosgrove con i suoi colleghi di dipartimento, che vedevano la partecipazione di oltre 40 studenti PhD in geografia culturale. Incontro Denis l’ultima volta ad una conferenza dell’AAG, in un momento in cui sembra essersi ripreso dalla malattia, per poi apprendere con tristezza poco dopo la notizia della sua morte.
Sono particolarmente grato a Francesco Vallerani per il privilegio di scrivere queste brevi note offertomi da questo libro. E sono convinto che, come nel caso mio, Everyday Geographies and Hidden Memories: Remembering Denis Cosgrove aiuterà molti di noi che hanno lavorato ‘con e dopo Cosgrove’ a ricordare la sua figura serenamente e a valutare, a distanza, quanto abbia influito nel nostro diventare geografi culturali e onesti intellettuali.

 

Filippo

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