Epimedia. Informazione e comunicazione nello spazio pandemico

Di: Angelo Turco | Editore: Unicopli, 2021

Epimedia è l’anagramma di epidemia. Un divertissement, ma anche una forma di vita secondo l’espressione di Wittgenstein: epimedia è la “nuova possibilità” della parola che indica la nostra condizione di vita oggi, quando essere-umani-sulla-terra, è vivere dentro lo spazio epidemico. La nostra apprensione fisica e mentale, la nostra paura, la nostra speranza: nulla di ciò che denota lo spazio epidemico, in realtà, scompare nella “nuova possibilità”, lo spazio epimediale, il territorio dell’informazione e della comunicazione. Nello spazio epimediale, il fatto diventa il suo racconto. Le storie frammentarie, incoerenti, dispersive, insomma il corpo delle notizie veicolate dai media, sono la Storia della malattia. Della velocità, dei ritmi, dell’intensità della sua diffusione planetaria. Della lotta per tenerla a bada e batterla, mettendo in campo – in combinazioni temerarie – tutte le risorse disponibili: mediche, intellettuali, economiche, tecnologiche, industriali, organizzative, politiche. Ma per capire queste due specie di spazi, le transazioni tra epidemia e epimedia, gli scambi tra fatti e narrazioni, dobbiamo andare oltre la scienza per intendere che spesso vale più la retorica di un persuasore che la credibilità di un ricercatore. Più la seduzione ideologica che la fiducia ispirata dalla competenza e dai numeri.

Recensione di Tania Rossetto
Uscito ad un anno dall’esordio della pandemia, il volume dedicato da Angelo Turco alle fenomenologie della comunicazione pandemica si qualifica come uno dei primi contributi compiuti della geografia italiana dedicati all’analisi di questa fase di transizione epocale. Un concetto ricorrente nel testo è quello di ambiente di apprendimento. La lettura del volume restituisce in effetti anche i modi personali attraverso i quali l’autore si è inoltrato in quello che per tutti noi, dallo scoppio della pandemia sino alla contingenza post-pandemica, è repentinamente diventato un inatteso e ineludibile ambiente di apprendimento, una situazione a cui reagire dotandosi necessariamente di nuovi strumenti cognitivi, oltre che operativi. Il volume presenta innanzitutto, e a tratti quasi in presa diretta, la testimonianza di una vicenda di apprendimento, rielaborazione cognitiva e conseguente intervento nella sfera pubblica innescata dagli stravolgimenti e dagli interrogativi portati dalla crisi pandemica. Nel restituire tale esperienza, il testo – pur lamentando, all’altezza cronologica della sua scrittura, un certo ritardo dell’attenzione pubblica verso il “profilo spaziale del coronavirus” (p. 67), ovvero gli aspetti territoriali dell’epidemia a diverse scale – presenta anche alcuni rimandi alle iniziative emerse in seno alla comunità geografica italiana, finendo così per riflettere non solo l’impegno diretto e particolare dell’autore, ma anche la spinta che i geografi e le geografe italiane hanno impresso al vasto moto internazionale di produzione accademica dedicata alle culture del Covid-19 (da quelle scientifiche a quelle umanistiche). È ben noto come il virus abbia scatenato in brevissimo tempo, a livello globale, l’uscita di special issue istantanee, veri e propri sorpassi nei processi di pubblicazione, il proliferare di interventi accademici su molteplici canali e attraverso formati diversificati: un’animazione e una vivacità che non ha mancato di caratterizzare la geografia italiana, con il necessario protagonismo motivato dall’essere stato il primo paese occidentale toccato dall’epidemia, prima ancora che assumesse le sembianze proprie di una pandemia. Il libro di Angelo Turco, che come diremo più oltre presenta una compilation di scritture assai variegate (nei formati e nei canali di pubblicazione), richiama e ribadisce, dunque, anche le specificità dell’ambiente di apprendimento italiano, andando a costituire, anche solo per questo, un patrimonio importante che si somma alle tante altre iniziative marcate dalla precocità e dalla specificità della riflessione nazionale.
Come già indicato, il volume costituisce una raccolta di scritti nati per pubblici diversi. Una breve ma incisiva Introduzione presenta gli assunti che stanno alla base del concetto di epimedia, anagramma di epidemia. Turco teorizza la metamorfosi del codice primario epidemico in un codice secondario epimediale, che ricomprende quello epidemico ma allo stesso tempo lo risucchia e lo amplifica facendo diventare altro, attraverso i più diversi contesti di enunciazione. I fatti epidemici vengono messi in forma diventando non solo e non tanto informazione, bensì comunicazione, come richiamato dal sottotitolo del volume. Il passaggio dal livello dell’epidemia a quello dell’epimedia sta nello scambio simbolico tra informazione comunicazione. Tali livelli vanno tenuti, avverte Turco, concettualmente distinti: “l’informazione è il contenuto cognitivo di un dato, di un discorso, di una riflessione, di una notizia […]. Comunicazione, dal suo canto, è l’atto attraverso il quale si mette in comune, si acquisisce partecipativamente, si fa circolare l’informazione” (p. 20). La circolazione dell’informazione di base, sottolinea l’autore, non è mai neutra, in quando attraverso procedure, logiche, dispositivi comunicativi avviene una produzione di surplus informativo: “nello spazio epimediale il contenuto informativo dello spazio epidemico viene ri-plasmato, ripreso e rilanciato, aggiustato, modellato, amalgamato, persino stravolto” (p. 21). Tale processo, si potrebbe dire, sta al cuore non solo della riflessione proposta dal volume, ma anche della pratica stessa che intesse la sua composizione, includendo una vasta gamma di contesti enunciativi.
La prima parte del volume (pp. 33-117) presenta tre articoli scientifici pubblicati da Turco su riviste geografiche: dunque “voci dalla ricerca”, come egli sottolinea, che si attengono alle relative e cogenti “procedure di elaborazione e di validazione” (p. 26). Il primo articolo (Epistelomologia della pandemia), tuttavia, è tratto da un corso svolto online e proposto al vasto pubblico attraverso il giornale Juorno.it, una collaborazione che costituisce un filo rosso dell’intera vicenda restituita dal volume. Il corso, svolto tra la fine di marzo e l’inizio di aprile 2020, offre testimonianza di un chiaro intento pedagogico (su proposta del direttore del suddetto giornale, Paolo Chiariello) e della volontà di confezionare e mettere a disposizione del pubblico più vasto un ambiente di apprendimento tramite la proposta di modelli (spesso grafici) che intendono spiegare molteplici aspetti del funzionamento della crisi pandemica come “cluster problematico” (p. 38) di natura transcalare. Come ben descrive l’autore, l’articolo derivato presenta l’“architettura informativa, didattica ed epistemica” (p. 34) dell’esperienza del corso online, connotandosi come una scrittura dall’impianto fortemente teorico. In questo primo articolo si inizia a porre in evidenza, tra gli altri temi, il focus principale del libro, ovvero l’idea che la pandemia sia una “fabbrica di informazioni” (p. 41). Il secondo articolo (Fuzziness informativa e geografia della comunicazione della crisi) nasce sempre da un’iniziativa del sopra citato giornale dedicata ad un esperimento di mappatura della overinformation, processo totalizzante che trasforma il dato epidemico da fatto socio-sanitario a pervasivo fatto mediale, andando a sancire il passaggio dallo spazio epidemico allo spazio epimediale, attraverso 7 categorie fuzzy che prosperano particolarmente nello spazio pandemico (comunicazione manipolativa, bikeshedding, negazionismo, complottismo, fideismo, sindrome occultativa, etica mediale). Sovrabbondanza, pervasività, fuzziness non hanno a che fare con il regime di verità delle informazioni/comunicazioni: non si tratta di distinguere notizie vere da notizie false, bianco o nero, come precisa Turco, ma di prendere atto della “palude brumosa del grigio” (p. 76), ovvero di indagare il modo in cui le notizie si combinano tra loro, come circolano in termini di cross-medialità, le procedure attraverso cui avvengono le loro metamorfosi lungo catene di significati e per mezzo di associazioni analogiche. Il terzo articolo contenuto nella prima parte tocca la questione prettamente spaziale della mobilità umana in tempo di Covid-19 proponendo una interessante riflessione sulla ricomposizione dell’immaginario sociale delle figure mobili del turista e del migrante, in quanto entrambe figure di rischio nel contesto della crisi. Sottolineando che “epidemia viene dal greco epidemos, un termine con cui si indicavano coloro che non erano della città, i forestieri, in opposizione agli endemos, coloro che risiedono stabilmente in città, i cittadini, il popolo”, Turco sottolinea che l’epidemia “non è un male endemico, cioè proprio del luogo, che vive con e come i cittadini, ma è qualcosa che viene da qualche parte e va verso qualche parte, come gli epidemos” (p. 110), dando dunque una forte valenza anche concettuale alla relazione tra figure di mobilità e figure di rischio.
La seconda parte del volume (pp. 121-168) è dedicata alle “voci da giornali online” e coincide con una selezione di articoli scritti e pubblicati da Turco per il giornale Juorno.it. La raccolta di brevi articoli (usciti tra marzo e dicembre 2020) viene qui riorganizzata mutando l’originaria sequenza cronologica in una sequenza ordinata per assi tematici. La selezione si apre con un ragionamento sulla “sindrome enunciativa”, che condiziona la distinzione tra informazione e comunicazione. In questi brevi pezzi giornalistici dal taglio più spiccatamente critico nei confronti del “capitalismo epidemico” (p. 144) e della “dilatazione dell’immaginario neoliberale [che] inghiotte e digerisce qualunque epidemia” (p. 145), si fa quanto mai chiara questa distinzione: il geografo, qui giornalista, informa e comunica, a sua volta, facendo pratica egli stesso del particolare contesto enunciativo di uno specifico giornale online.
Lasciando i più consueti ambienti di scrittura/lettura propri della disciplina, si tocca qui con mano l’attraversamento di altre potenziali geografie mediali, a maggior ragione quando si giunge alla terza parte del volume (pp. 172-206), in cui Turco raccoglie “voci dai social media”, riportando in ordine cronologico (prima ondata: 9 marzo – 18 giugno 2020; seconda ondata: 23 ottobre 2020 – 6 febbraio 2021) una serie di post pubblicati nel suo profilo Facebook. In questa sezione, in cui subentra una situazione enunciativa ancora diversa, si rendono quanto mai evidenti le auto-riflessioni che fin dal principio Turco svolge riguardo alla necessità per il geografo di far pratica degli ambienti mediali digitali.
La lettura critica presentata dal volume è principalmente rivolta ad un universo mediale che è altro da quello della scrittura disciplinare accademica, come si può vedere nei passi in cui Turco riflette sull’atto stesso della scrittura, sulla transizione da messaggio in forma digitale a quello in forma cartacea del libro, o sui diversi ambienti di scrittura che sono anche potenziali ambienti di apprendimento per il geografo stesso. La stessa lettura critica potrebbe però applicarsi ai prodotti della comunicazione geografica. Se, per Turco, “il fatto, alla fine, è il suo racconto” (p. 17), si potrebbe inferire che anche le scritture stilisticamente eterogenee di questo volume fanno parte del “corpo mediale delle notizie veicolate dai media” (p. 17) e partecipano della “instabilità” e della “fragilità epistemologica” (p. 18) che caratterizzano le storie della pandemia. Il libro, allora, sembra traghettarci verso una geografia che sia sì “narrazione degli spazi” ma che sia anche sempre più inclusiva e consapevole degli “spazi della narrazione” (pp. 25-26) in cui essa stessa si esprime, prendendone lucidamente in carico, però, non solo le grandi opportunità ma anche i rischi.

Filippo

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