Ecumene. Introduzione allo studio degli ambienti umani

Autore: Augustin Berque (a cura di M. Maggioli) | Editore: Mimesis, 2019

L’esistenza umana è geografica: non solo abbiamo necessariamente un luogo fisico sul pianeta, ma il nostro essere si fonda sull’accoppiamento strutturale di un corpo animale e di un milieu tecnico e simbolico, suo complemento al tempo stesso sociale ed ecologico. Questa unione dà origine alla realtà degli ambienti umani, il cui insieme forma l’ecumene: il rapporto onto-geografico dell’umanità con la Terra.

Recensione di Cristiana Zorzi
L’edizione originale di questo volume di Augustin Berque venne pubblicata per la prima volta nel 2000 in Francia per i tipi delle edizioni Belin, aprendo di fatto una stagione, talvolta contrastata, di cambiamenti paradigmatici nella geografia francese (e per alcuni versi in quella italiana) prevalentemente orientata alla cosiddetta nouvelle géographie, movimento caratterizzato dalla pratica dei modelli e dei metodi quantitativi che fece un uso abbondante del termine spazio (p. 123). Il volume, accolto a suo tempo da recensioni a volte critiche (sul suo recepimento nella comunità accademica internazionale si veda J. Bethemont, in Cahiers de géographie du Québec, 45, 124, 2001, pp. 129-139 e E. Fabre, in Cybergeo: European Journal of Geography, http:// journals.openedition.org/cybergeo/960), vede oggi, a distanza di poco meno di venti anni, la sua versione in lingua italiana. Perché, viene da chiedersi, è passato così tanto tempo prima che anche la geografia italiana potesse cercare di aprire una riflessione sulle tematiche a cui Berque fa riferimento? È vero, Ecumene è un libro che racconta del poema del mondo e che pone questioni filosofiche rilevanti, ma lo fa proprio perché, come indica in maniera chiara Angelo Turco nell’introduzione, il “problema della geografia non può essere che di natura filosofica” (p. 10). E lo fa occupando il pensiero e i sensi di chi lo legge, inducendo ad osservare il mondo e se stessi cercando di capire, a partire da sé (perché, scrive Berque, non c’è altro modo di comprendere, se non partendo da ciò che si conosce), come funzionano le cose. L’indice stesso è una poetica dei sensi. Così evocativo da condurre il lettore da sé a oltre-da-sé ancora prima di iniziare la stessa lettura.
Un volume, questo, che invita a riflettere sulla definizione dello spazio ‘mediale’ che intercorre tra il nostro corpo (il topos) e il nostro animo (la chôra), sulla separazione tra una geografia orientata alla spazializzazione e alle localizzazioni entro coordinate cartesiane e una geografia più orientata invece alla territorialità e dunque all’attribuzione di valore sociale alla natura.
Il testo originale si compone di tre parti (Il ci dell’esserci, L’umanizzazione delle cose, ed Esistere con gli altri), un’introduzione (Rinaturare la cultura, riculturare la natura) e una conclusione (Ragione traiettiva e superamento della modernità). A queste, nella traduzione, si aggiungono la presentazione del volume da parte di Angelo Turco, che ci aiuta a coglierne il senso dell’impresa (sia quella di Berque di dare un’ontologia alla geografia, e una geografia all’ontologia, che quella del tradurre quest’opera), un’introduzione critica a cura di Marco Maggioli e un glossario finale a cura di Claudio Arbore, Simone Gamba e dello stesso Maggioli dei termini più rilevanti per la comprensione del testo e di alcuni dei neologismi utilizzati da Berque. La narrazione si sviluppa facendo propri, spiegando, reinterpretando, assimilando, teorie e termini non soltanto geografici: i suoi confini spaziano infatti tra la filosofia, la sociologia, la biologia, la poesia, l’arte… Ma soprattutto, si snoda all’intersezione tra diverse culture; in particolare in opposizione alla nostra cultura occidentale, Berque sviscera questioni legate al concetto di luogo, di paesaggio e del rapporto tra l’essere e la realtà vissuta, proprie della cultura orientale, mettendo così a confronto due visioni del mondo che si sono costruite nel tempo e nello spazio in milieu differenti.
L’introduzione è dedicata a definire la geograficità propria dell’essere umano che si definisce in un programma relazionale all’insegna di soggetti e predicati dell’essere, che si dispongono nel mondo, che si muovono-verso, che hanno un senso, con i quali stabiliamo una relazione, e nel seno di questa relazione ci riconosciamo. L’essere umano – dice Berque – è un essere geografico: la condizione di inscrizione nella terra è la sua condizione di esistenza. In altre parole, l’esistenza si costituisce nel riconoscere la relazionalità implicita attraverso la quale l’essere umano si estende fuori da sé, e contemporaneamente, ritrova l’universo in sé. In questa relazione, la realtà fisica, la corporeità, partecipa assieme a quella pensante, all’essere. E dunque, Berque definisce l’ecumene come «la relazione, a volte ecologica, tecnica e simbolica dell’umanità con la superficie terrestre» (p. 54).
La prima parte si sviluppa a partire dalla definizione del il ci dell’esser-ci, ossia dello ‘stare dell’Essere’, muovendosi tra le scale geografiche della nostra esistenza: dal luogo, al mondo, all’universo. Berque definisce i concetti di topos e chôra, affermandone la compresenza nei luoghi. Questi ultimi possiedono una dimensione fisica, spaziale, un topos, che li circoscrive, li definisce, li identifica, e una paesaggistica, una chôra, che allo stesso tempo fa parte del paesaggio che presuppone: è contemporaneamente matrice e ricettacolo.
Ecco che si definisce la nostra mondanità. La scala ci permette di metterci in relazione con le cose e di “aprirci” al mondo, di stare-al-mondo. Oltre il mondo non possiamo andare, non possediamo la scala per farlo. E così non possiamo che riconoscere ‘l’insuperabile insularità della nostra condizione mondana’, quella che nel posizionarci al centro del misurabile, definisce l’orizzonte nel quale ci collochiamo. Ed è in questa ‘condizione centro-orizzonte’ che ci orientiamo, che definiamo un senso di appartenenza. E come meglio si esprime nelle culture orientali, persona e paesaggio coesistono l’una all’altro, e in un processo di auto-determinazione del mondo non possiamo che restituire un’unità al verificarsi dei fenomeni.
Infine l’universo. “Raggiungere l’universale – afferma Berque – richiede essenzialmente di attraversare l’orizzonte del proprio mondo” (p. 115). Questo comporta però favorire uno spazio universale a discapito dei singoli luoghi dell’ecumene: praticare l’universion (il volgersi cioè verso l’uno), significa eliminare l’altro, procedere con l’oggettificazione delle cose, mettere a tacere il poema del mondo. È con l’introduzione dello spazio in quanto oggetto assoluto che irrompe la modernità. E con la spazializzazione si assiste alla de-temporalizzazione del mondo, fino all’arresto sull’oggetto, s’interrompe la traiettoria: lo spazio moderno è senza origine, né orizzonte. Invece, dimostra l’Autore, lo spazio non è pura geometria, non può astrarsi dai sensi. Al contrario, è a partire dai limiti della cosa che si verifica la spazializzazione, le cose si definiscono nel loro farsi, relazionalmente, in una dinamica spazio-temporale. È dunque quello della realtà sensibile – conclude – l’universo che ci interessa.
La seconda parte si presta a dimostrare l’impossibilità di astrarre il nostro essere umani dalla realtà delle cose, e non solo dal reale. La nostra interpretazione del mondo è inevitabilmente umanizzata.
Il discorso definisce tre concetti essenziali della geografia di Berque. La mouvance, che è sia la medialità (médiance, dal latino medietas) in quanto tessuto relazionale eco-tecno-simbolico necessario all’esistenza del soggetto e dell’oggetto, sia la traiettività (trajectivité, dal latino traiectio) in quanto compiersi del predicato dell’esistenza. La mouvance si configura attivamente come capacità di muoversi, cambiare e cambiare le cose; ma è anche passiva, nel senso dell’appartenenza a un preciso milieu. Implica una partecipazione dell’essere umano all’ambiente, e viceversa. Il senso, che implica l’andare-con di qualcosa, il compiersi delle cose. Si sviluppa inevitabilmente nello spazio-tempo. È il risultato dell’esistenza in quanto mediale e traiettiva che si costituisce concretamente e che si esperisce nella circostanzialità. Ecco che la medialità (che in qualche modo ci ricorda la geographicité di Dardel), ovvero la relazione tra una certa società e il suo ambiente, acquisisce un senso. Ed è “attraverso i sensi, che noi abbiamo senso e che abbiamo accesso alle cose” (p. 195). Le prese, quelle che Berque chiama anche motivi ecumenali, hanno a che fare con il milieu: sono ciò che l’essere può fare con le cose che lo circondano, ma anche le possibilità che il milieu offre. Sono sia impronte, segni visibili dei sistemi tecnici dell’umanità, che matrici della nostra sensibilità. Sono le prese a spingerci all’azione, a definire le maniere attraverso le quali agiamo. Costituiscono le nostre abitudini e sono fenomeniche: creano la poesia del mondo, si esprimono nel paesaggio.
La terza parte è forse la più impegnativa a livello etico. La narrazione si concentra infatti sulla modernità analizzandone le implicazioni. A partire dal corpo – che la modernità annulla sino a sottometterlo a clonazione, trattandolo come oggetto e non come parte integrante del nostro essere – Berque definisce l’origine dalla nostra essenza, che si sprigiona dalla tensione nel rapporto con l’altro. In tal senso, invita a restituire al corpo la sua funzione: “noi predichiamo il mondo a partire dal nostro corpo” (p. 260). Assumiamo abitudini, abitiamo. È attraverso il corpo che facciamo esperienza del mondo, che si compie il nostro essere parte del cosmo.
Poi, discorso sulla città. L’invito a riconoscere gli schemi ecumenali, a leggere i paesaggi sensibili dai quali si originano gli immaginari, e dunque i possibili progetti. L’invito a riconoscere nei luoghi, queste progettualità. A riconoscerci nei posti che abitiamo. È l’esortazione a una geografia attiva: “significa che, tanto socialmente quanto individualmente ovvero anche come concittadini, dobbiamo tenere in conto del nostro corpo mediale nell’unità traiettiva della sua triplice dimensione tecnica, ecologica e simbolica” (pp. 290-291), che significa, in poche semplici parole, avere buon senso. Questo per preservare il sistema, e con esso le nostre condizioni di esistenza.
La conclusione del libro non è che una poesia dedicata alla terra. Righe che non smettono di concludersi aprendosi implicitamente a domande. Esprimono la necessità di ritrovare il senso, le ragioni. E di riappropriarcene per ridarci il poema del mondo, del quale le nostre società si nutrono.
È in tal senso che non posso che porre una domanda: se è attraverso i sensi che tutto comincia, quali sensi la contemporaneità ci impone? Quali realtà costruiamo nel mondo del lavoro-da-casa, quello online, sul cloud? E soprattutto, come? Di che cosa è fatto il territorio cibernetico? Quali luoghi abitiamo e quali paesaggi si vedono – anzi, sentono – dalle finestre del cyberspazio? Sembrerebbe che non abbiamo più bisogno di paesaggio. E nemmeno di luoghi fisici in cui stare. Questo volume, del resto, ci dimostra come questa assenza di corporeità non sia che l’esito della traiettoria che abbiamo intrapreso con la modernità. Ma questo libro non fornisce solamente opinioni e spiegazioni: pur non dispensando soluzioni, è un manuale di suggerimenti, pratiche che, forse, potremmo iniziare ad adottare.
Rispetto alla traduzione, vorrei aggiungere infine un’annotazione. Per quanto il dirsi della lingua francese possa facilmente aller-avec quello dell’italiano, tradurre Berque risulta comunque un’esplorazione geografica totalizzante. Per farlo credo ci sia stato bisogno, anzitutto, di costruire un milieu che implichi la necessità di farlo, e assumersi la responsabilità della trajectivité che questo milieu implica e da cui è implicata. Insomma, bisognava stabilirne il luogo e il paesaggio
Non so quanto il contesto accademico sia sufficiente a garantire il compiersi del senso di questo libro. Sicuramente il suo valore risiede nell’essere uno strumento di comprensione dei sistemi territoriali. E se come Berque stesso afferma, il compiersi delle cose si costituisce nel loro senso, sicuramente non possiamo astrarre lo spazio di azione di quest’opera dal momento storico nel quale ci viene data in questa edizione. Un momento che implica forse il rimettere in discussione le nostre geografie. Leggere e comprendere Berque diventa un esercizio per imparare a vedere nella sua concretezza (quella che implica un crescere insieme) la Terra in quanto ambiente umano, in quanto Ecumene.
Tradurre Berque non significa necessariamente renderlo accessibile. Il grande lavoro di studio, analisi, traduzione svolto da Marco Maggioli, assieme a Claudio Arbore e Simone Gamba, il glossario conclusivo, e l’introduzione critica al testo, consistono nell’inizio del compiersi della trajectivité di questa impresa di traduzione: ossia di coglierne il senso, e dunque trasmetterne il valore. Ecco che questo testo apre le porte ad altri studi, ricerche, interpretazioni del mondo. Se si potesse riassumere in poche parole il suo senso credo che sarebbe proprio quello di spingerci a fare ricerca, nutrire quella tensione-verso che non possiamo annullare, in quanto – come ci spiega Berque – è il nostro stato d’essere, e il nostro moto di esistenza.

Filippo

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