Decolonialità e privilegio. Pratiche femministe e critica al sistema-mondo

Di: Rachele Borghi | Editore: Meltemi, 2020

Per uscire dal colonialismo non ci si può limitare a decostruire, ma bisogna trovare il modo di agire per trasformare il mondo. Non creare un nuovo paradigma ma distruggere i paradigmi esistenti. Quante volte hai pensato a cosa ci sia dietro la parola “scientifico”? Quante volte hai dato per scontato che la scientificità di un sapere valesse per tutti, ovvero fosse universale? La cultura europea ha stabilito quale fosse il sapere scientifico, da considerare l’unico vero, creato in relazione a epistemi occidentali. Tutto il resto è stato poi derubricato a sapere subalterno. L’accademia occidentale deve rinunciare al privilegio di produrre il discorso dominante. A partire dalla sua esperienza personale, Rachele Borghi ci racconta com’è possibile dare battaglia alla colonialità.

Recensione di Marcella Schmidt di Friedberg
“La marginalità è un luogo radicale di possibilità, uno spazio di resistenza”: con queste parole di bell hooks Rachele Borghi apre il suo nuovo libro, incentrato sul tentativo di portare anche nella geografia italiana nuovi spazi di riflessione sul tema del colonialismo, nonché sulla “decostruzione delle norme dominanti che si materializzano nei luoghi e sulle possibili contaminazioni tra persone e spazi”. Borghi parte dalla marginalità per rielaborare il concetto di decolonialità da intendere come “critica al sistema mondo attuale, alla colonialità che ha prodotto saperi, poteri, e esistenze, una critica avanzata e sviluppata da intellettuali del Sud globale, attivi dentro e fuori i movimenti sociali”.
Per essere coerente con la proposta decoloniale di militanza, di riconciliazione della teoria con la pratica, di “passare, in silenzio, all’azione diretta”, Borghi non può che mettersi in gioco in prima persona, attraverso la narrazione della propria storia personale; il soggetto del libro è il corpo, il suo corpo di donna cisgenere, bianca italiana, non eterosessuale, lesbica, docente e ricercatrice alla Sorbona, “struttura centrale nell’organizzazione del potere”. Il linguaggio è un’altra scelta importante del libro. In linea con l’obiettivo di decostruire lo stato di fatto normativo, Borghi decide di spostarsi dalla narrazione scientifica dell’accademia per esplorare nuove piste anche attraverso il linguaggio; nel testo si accavallano registri diversi, prevale l’uso della prima persona, il dialogo, le domande dirette a chi legge, il soggetto femminile, entrano flashback personali, appaiono termini nuovi o da lei creati. Il risultato è un libro coraggioso, impegnato e ottimista.
Il percorso narrativo inizia con la presa di distanza dai temi che più l’avevano entusiasmata nei suoi studi di geografia, il postmoderno, l’approccio decostruzionista e le teorie postcoloniali; questo tema sarà poi approfondito con taglio critico nel primo dei due Annessi. Dalla presa di coscienza delle contraddizioni di tali postulati teorici, non in grado di mettere radicalmente in discussione la legittimità di chi e di dove si produce il sapere scientifico, i loro paradigmi dominanti e implicite dinamiche di potere, emerge la nuova proposta decoloniale, impegnata nello sforzo di cambiare il mondo, non solo di guardarlo con altri occhi. La razionalità scientifica del sapere occidentale – vero, universale, normale – la distanza tra i ricercatori e i soggetti di ricerca, l’esclusione di altri saperi hanno legittimato il disimpegno accademico e devono essere rovesciati per fare spazio all’attivismo militante: “le pratiche per distruggere l’università e creare la pluriversità devono includere anche l’azione diretta”. La propria condizione di privilegio, un’altra delle parola chiave del libro, innestata sul ricordo, deve trasformarsi in un vettore di resistenza.
Il libro si snoda lungo un itinerario di “tentativi e di piste” e già dall’indice emerge l’obiettivo di decostruire l’ordine costituito del “sapere scientifico” per ribaltarlo. I primi tre capitoli sono etichettati con #: in #Note a(l) margine l’autrice esprime il proprio posizionamento politico e accademico; in #Assolo dichiara la propria identità di “soggetto nomade”, geografa pornoattivista accademica transfemminista, rivendicando per sé l’appellativo di “(porno)secchiona”; in #Il caleidoscopio della decolonialità viene introdotto il pensiero decoloniale, tema centrale dell’opera. Se decolonizzare è un termine corrente, espressione degli studi postcoloniali, il termine decolonializzare, liberarsi dalla colonialità, è ancora poco diffuso e si riferisce alla messa in pratica di azioni collettive e di sperimentazione da costruire anche a partire dalla dimensione individuale e dal riconoscimento del proprio privilegio: decolonializzare significa confrontarsi con la realtà caleidoscopica della colonialità – “crasi tra modernità e colonialismo” – con lo scopo di combattere i rapporti di dominazione ancora frequenti nel mondo contemporaneo, come ad esempio, nel caso di Borghi, l’università “istituzione produttrice di violenza epistemica e di sapere posizionato”. Seguono quattro capitoli dedicati a illustrare, dal punto di vista teorico e pratico, la proposta decoloniale.
Nel terzo capitolo, diviso in due parti, viene presentato il “kit di montaggio” della decolonialità. La prima parte, ricca di citazioni e di riferimenti bibliografici, è dedicata a elencarne innanzitutto gli elementi costitutivi – in primo luogo il concetto di razza e di razzismo, poi l’idea di privilegio e di sapere/potere; e, ancora, il tema del linguaggio, commentato attraverso un’intervista a Monique Wittig, la violenza, lo specismo e il genere: tutti temi sempre legati tra loro che mostrano, in base al principio di intersezionalità, come le diverse forme di esclusione e di violenza siano sempre interconnesse e non possano mai venire considerare in qualità di categorie separate. Particolare risalto viene attribuito al tema della violenza, al suo valore politico e al soggetto (lo Stato-nazione) che la produce. In riferimento alle azioni del femminismo guerrigliero è rivendicata la pratica dell’autodifesa e della resistenza, mentre, sulle orme di Franz Fanon, il “dogma della non-violenza” diventa una tutela della dominazione coloniale. La presa di posizione decoloniale non è limitata agli umani ma si estende anche ai non-umani con la denuncia dello specismo in quanto matrice di oppressione. L’accettazione per Borghi del veganesimo diventa una pratica antioppressiva in una prospettiva politica, oltre a rappresentare una sentita espressione di complicità affettiva, un gesto d’amore.
La seconda parte del kit di montaggio è dedicata agli strumenti di resistenza: la coscientizzazione, le alleanze, l’azione diretta e la decolonialità femminista. L’idea di coscientizzazione come pratica collettiva e come strumento politico si applica, tra l’altro, al campo dell’insegnamento, con riferimento alla Pedagogia degli oppressi di Paulo Freire e a Teaching to transgress di bell hooks, per “co-costruire uno spazio di liberazione e circolazione della parola”. Alla Sorbona, Borghi, insieme alle colleghe femministe della brigata SCRUM (Sorcières pour un Changement Radicale de l’Université Merdique) realizza “uno spazio di resistenza e di creazione in un contesto ostile al cambiamento, reazionario, che rivendica il suo conservatorismo”. Secondo la proposta decoloniale, per poter continuare a pensare collettivamente che un’altra università è possibile è necessario “far esplodere la torre d’avorio” che ha protetto l’accademia fino a oggi. Le insegnanti della brigata SCRUM propongono un percorso di alleanze tra studenti e insegnanti, dove gli studenti sono protagonisti e viene favorita la creatività. Secondo il modello della pedagogia, libertaria si parte dalla presa di coscienza dello spazio – un’aula che “trasuda dominazione” – per scendere dalla cattedra e mettere in campo la propria soggettività. L’appropriazione dello spazio dell’aula la trasforma in una comunità di apprendimento tra pari, dove le lezioni si svolgono attraverso metodi non-accademici, come la desacralizzazione dei testi scientifici, l’uso della musica, la creazione di fumetti.
La proposta decoloniale incita a trasgredire, a trasgredire quindi anche il femminismo di matrice occidentale. La proposta di un femminismo pluriversale decoloniale diventa un luogo di intersezione, di contaminazioni, di resistenze e di complicità.
Concludono il percorso gli #Esercizi di decolonialità dove Borghi espone la direzione più recente del suo percorso di ricerca, focalizzato sulla relazione tra corpo e spazio. In particolare investiga l’uso del corpo nello spazio pubblico, la performance e i movimenti che usano il corpo come strumento di sovversione e, in questo contesto, avviene il suo incontro con la militanza post-porno. Quest’ultimo diventa il suo campo di studi, l’esplorazione dello “spazio d’interazione tra i corpi e i luoghi, corpi laboratori di pratiche e di relazioni che si fanno luogo e luoghi che prendono corpo”; un terreno di ricerca che alla stesso tempo si trasforma nel suo “campo di battaglia” nel “processo di coscientizzazione per riconoscere le ingiunzioni accademiche e cercare piste” per liberarsene. Per i suoi lavori sulla pornografia e le sessualità dissidenti sarà oggetto di attacchi su internet e all’università. Il tema del post-porno è ripreso nel secondo annesso Postporn or, Alice’Adventures in Sexland che riprende un articolo del 2011, mai pubblicato.
Chiude il libro il saggio di Carolina Topini Femminismo e decolonialità in pillole- florilegio, uno spazio di approfondimento dove vengono presentate alcune figure chiave della decolonialità femminista (Gloria Anzaldua, bell hooks, Marìa Lugones, Lina Mangiacapre e Ambra Pirri). Si tratta dell’esposizione del pensiero di autrici importanti, radicali e innovatrici che – ognuna a suo modo – hanno saputo introdurre nuovi modi di pensare il femminismo e di ispirare nuovi modi d’agire nei tempi in cui viviamo.

Filippo

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