Dalla baita al ciliegio: La montagna nella narrativa di Mario Rigoni Stern

Di: Sara Luchetta | Editore: Mimesis, 2020

Nata dall’intreccio fra geografia, critica letteraria e narratologia, quest’opera guarda alla produzione letteraria di Mario Rigoni Stern (Asiago, 1921-2008) quale possibile osservatorio sulla montagna italiana contemporanea. Partendo dal ruolo cruciale che hanno spazi e luoghi all’interno dei racconti e dei romanzi dello scrittore vicentino, l’opera indaga il modo in cui il testo letterario dà forma a quattro categorie capaci di guidare la lettura geografica dello spazio montano. Il concetto di natura, il rapporto fra memoria e nome di luogo, l’equilibrio fra spazi individuali e spazi collettivi e la mobilità di gente e merci sono le costanti narrative cui quest’opera si rivolge per sviluppare un ragionamento che parta dal testo e arrivi al mondo, per dare voce al necessario dibattito sul rapporto fra uomo e montagna e per incoraggiare una lettura complessa e mai esausta delle terre alte contemporanee.

Recensione di Giacomo Zanolin
Negli ultimi anni la narrativa di montagna sta conoscendo un crescente successo editoriale, raggiungendo un pubblico sempre più vasto ed eterogeneo. Si tratta di una novità nel panorama letterario italiano, nonostante una produzione tutt’altro che irrilevante e un discreto numero di autori che hanno dedicato attenzione alla montagna, anche se non tutti hanno realmente posto questo elemento geografico al centro delle loro opere, limitandosi ad attribuirle uno spazio come scenografia. Per questo motivo è difficile codificare un corpus letterario riconducibile a una narrativa di montagna codificata. In questo contesto, Mario Rigoni Stern è stato probabilmente l’unica grande eccezione e può essere definito come il primo vero scrittore che ha concepito gran parte della sua produzione come il racconto della montagna. Un’affermazione di questo tipo può probabilmente trovare oggi una buona condivisione da parte dei critici e dei lettori, tuttavia solo qualche anno fa questo consenso non sarebbe probabilmente stato unanime. La prassi scolastica ha infatti a lungo presentato Rigoni Stern come il ‘Sergente nella neve’, lo scrittore che meglio di tutti gli altri ha raccontato il dramma della ritirata di Russia nel 1943. È stato indubbiamente anche questo, ma fortunatamente negli ultimi anni si sta rivalutando il fondamentale ruolo che la montagna ha sempre svolto nella sua narrativa, anche nei racconti dedicati alla guerra. A questa riscoperta ha contribuito anche un fenomeno culturale in crescita e che ha conosciuto un momento di svolta importante nel 2017, grazie alla attribuzione del Premio Strega a Paolo Cognetti, le cui Le otto Montagne (Einaudi, 2016) hanno portato all’attenzione del grande pubblico internazionale un insieme sempre più nutrito di scrittori che hanno scelto di dedicare la loro attività artistica al racconto della montagna, costruendo le loro storie e facendo muovere i loro personaggi sulla base di una relazione intima con essa. I testi di gran parte di questi autori trovano proprio nell’opera di Rigoni Stern una fonte di ispirazione e un punto di riferimento dal quale nessuno può prescindere.
Il volume di Sara Luchetta si inserisce in questo contesto, che l’autrice stessa ha definito in un altro saggio come il “ritorno narrativo alla montagna” (“Ritorni narrativi alla montagna. Prospettive geo-letterarie sulle terre alte”, 2019, Rivista Geografica Italiana CXXVI(126), pp. 101–120), registrando il legame tra questa tendenza letteraria e una diffusa propensione da parte di giovani italiani di cultura medio-alta a lasciare la pianura per ritornare in montagna, proponendo innovative strategie per l’abitare nelle terre alte. Il testo ha pertanto il grande merito di analizzare in profondità, attraverso le figure letterarie create da Rigoni Stern, alcuni aspetti chiave di questa tendenza culturale. Non si tratta quindi semplicemente di un testo di critica letteraria dedicato a un autore; è sicuramente anche questo, ma non solo. Come viene esplicitato dall’Autrice nell’introduzione, il lavoro si colloca nel vasto campo delle geografie letterarie, ovvero di una corrente di studi che cerca di utilizzare le fonti letterarie come strumenti utili per indagare le connessioni che legano i testi e il mondo in cui sono stati scritti, pubblicati e venduti. L’approccio geografico alla letteratura è quindi funzionale principalmente alla riflessione sulle modalità di costruzione di particolari forme dell’immaginario collettivo. Nel caso specifico, l’opera di Rigoni Stern non è solo dedicata alla montagna, ma deriva da essa e dalla sua relazione con l’autore, per molti versi i romanzi e i racconti di Rigoni Stern sono parte della montagna che li generati e che può essere intesa come espressione di una natura costruita socialmente.
La riflessione sul significato sociale della natura è al centro della riflessione sviluppata nel primo capitolo, che trae spunto non solo dai testi veri e propri, ma anche dagli apparati paratestuali apparsi nelle diverse edizioni delle opere di Rigoni Stern. In questa parte del libro si mette in evidenza il punto di vista innovativo di questo autore, il cui canto della natura è ben lungi dai toni romantici o trascendentalisti di molta letteratura nordamericana, ed è invece dedicato ad esaltarne la concretezza e la fisicità. Non manca per questo di esaltare la bellezza dei fenomeni naturali, ma al tempo stesso sottolinea il fondamentale ruolo che l’essere umano svolge nella gestione delle dinamiche ecologiche attraverso il proprio lavoro. In questo contesto, è molto efficace e interessante la riflessione dedicata al rapporto tra domesticazione e inselvatichimento degli spazi naturali, che offre all’autrice l’occasione per sottolineare che non necessariamente l’arretramento delle comunità umane (e quindi la dismissione delle attività agro-silvo-pastorali) comporta un miglioramento delle condizioni ecologiche, come alcuni sostenitori della retorica della wilderness tendono ad affermare; al contrario, in molti casi è proprio il lavoro umano a garantire il mantenimento della biodiversità e dei paesaggi. In questo passaggio emerge uno degli elementi richiamati nel titolo del volume: il ciliegio. Si tratta di un albero che torna nei racconti dedicati all’Altipiano di Asiago e che testimonia lo straordinario valore della natura domesticata in montagna. Le piante assumono in questo modo un valore simbolico fondamentale, ribaltando lo stereotipo banale che tende a mostrare il bosco come uno spazio selvatico alternativo all’uomo, in Rigoni Stern diventa invece testimonianza del profondo legame tra la comunità e la natura, intesa nella sua complessità indistinta tra umano e non umano.
Un secondo tema sul quale Sara Luchetta si sofferma in relazione ai testi di Rigoni Stern è il tempo, inteso non solo come variabile che regola lo sviluppo delle trame narrative, ma anche come ‘materia viva’ che genera il racconto e che si esplica nei luoghi in cui si svolgono le vicende, i quali si configurano a loro volta come soggettività attive. Tempo e spazio sono al centro delle riflessioni sviluppate nel secondo capitolo, che si concentra in particolare sul ruolo della toponomastica. Come ben spiegato dall’autrice, il frequente ricorso a toponimi ben precisi risponde alla necessità di fare in modo che i luoghi assumano l’aspetto di veri e propri protagonisti dei racconti, al pari dei personaggi umani. Le geografie di Rigoni Stern sono quindi dettagliatissime e vive, ma anche profondamente radicate nella storia e quindi nel tempo. I toponimi assumono così un fondamentale valore come patrimoni radicati nella cultura locale dell’Altipiano di Asiago, dove sono ambientati gran parte dei romanzi e dei racconti. Da queste constatazioni si può comprendere la profondità dell’analisi proposta rispetto a questo tema, ma l’autrice non si limita a questo, mette infatti in evidenza come nei diversi testi emergano anche altre funzioni dei nomi di luogo, che si configurano di volta in volta come cronotopi del movimento, come punti di riferimento per l’orientamento (o il disorientamento) spazio-temporale e come ponti che legano passato e presente.
Il terzo tema chiave è il movimento e questo per un libro dedicato alla montagna genera quantomeno curiosità nel lettore. Non è infatti scontato riconoscere nella mobilità una qualità fondamentale dei testi di un autore come Rigoni Stern, così fortemente ancorato alla sua terra e quindi apparentemente legato all’immobilità con cui tradizionalmente vengono descritti gli spazi montani. La lettura del terzo capitolo risulta pertanto interessante in quanto presenta in maniera sintetica, ma efficace, la fondamentale natura mobile della montagna, che partecipa al pari di tutti gli altri spazi terrestri al generale processo di ‘mobilizzazione’ che caratterizza la contemporaneità. Sara Luchetta presenta questo aspetto attraverso alcuni protagonisti umani, ma considera anche il rilevante ruolo del movimento degli animali negli scritti di Rigoni Stern. È però in particolare attraverso la ricostruzione dei quattro movimenti di Tönle Bintarn che la riflessione raggiunge il suo momento più compiuto. Il protagonista di “Storia di Tönle”, un romanzo del 1978 poi confluito nella raccolta Trilogia dell’Altipiano (Einaudi, 2010) incarna infatti più di tutti gli altri il senso dell’esperienza di vita nell’altipiano che Rigoni Stern insegue in tutta la sua produzione. Il fatto che la sua più efficace sintesi del montanaro si compia in un uomo in continuo movimento è assolutamente degno di nota e rende l’idea della capacità di questo scrittore di narrare la montagna al di là degli stereotipi che molto spesso la descrivono in modo semplicistico.
Il libro si conclude con una riflessione dedicata alla costruzione dei personaggi da parte di Rigoni Stern, sulla base della constatazione che egli non si preoccupa affatto di costruire per loro una caratterizzazione psicologica e caratteriale. Secondo Sara Luchetta si tratta di una scelta consapevole, dettata dalla necessità di liberare completamente lo spazio a processi di costruzione di significati relativi alla molteplicità delle soggettività umane. Questo aspetto della narrativa di Rigoni Stern diventa l’occasione per ragionare sul rapporto tra individui e collettività, individuando in tre concetti (la ‘legge antica’, la comunità e il bosco), la chiave interpretativa di una serie di pratiche legate alla costruzione di un senso di comunità, che è alla base del processo di costruzione del territorio nelle ‘montagne di mezzo’ di cui parla Mauro Varotto nella prefazione, e di cui Rigoni Stern, attraverso le opere letterarie, ci rende in qualche modo partecipi.

Filippo

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