Corpi, spazi, movimenti. Per una geografia della dislocazione

Autore: Chiara Giubilaro | Editore: Unicopli | Recensione di Silvia Aru

Migrazioni, esili e diaspore rappresentano l’evento più significativo del nostro tempo. Il mondo di oggi è ininterrottamente attraversato da uomini e donne che con il peso dei loro corpi e la forza dei loro slanci sfidano non soltanto le frontiere degli stati ma anche i confini delle nostre teorie e immaginazioni. Se il mondo diventa un immenso luogo di passaggio, segnato e significato dai percorsi e dalle storie di chi lo attraversa, la geografia culturale è allora chiamata a riportare il movimento al centro del proprio discorso e ad aprirsi a nuove immaginazioni e a nuovi spazi. Intrecciando teorie postcoloniali e studi di genere, filosofie post-struttraliste e riflessione biopolitica, il volume si propone di ripensare criticamente la spazialità e la sua relazione con il movimento, nel tentativo di mettere in questione i regimi di spazialità dominanti e di dar luogo ad una geografia che sia capace di disperdere il cerchio della frontiera e di aprirsi all’evento dell’altro.

Recensione, di Sivlia Aru
«Questo lavoro non si occupa di migrazioni» (p. 11), eppure Corpi, spazi, movimenti. Per una geografia critica della dislocazione appare uno dei testi da cui partire per chiunque voglia affrontare le migrazioni, e più in generale il tema della mobilità, da una prospettiva ampia e complessa, ben lontana da approcci (accademici e non) alle volte troppo descrittivi o poco problematici. Chiara Giubilaro, attraverso il suo lavoro, offre una “geografia critica della dislocazione”. Critica perché l’autrice, seguendo la strada indicata da Stuart Hall, abbraccia una visione antagonistica del lavoro teorico e parte da un assunto di base: non esistono visioni della mobilità del tutto innocenti o prive di contenuto politico. La “prospettiva teorica da combattere” è quella euclideo-newtoniana che considera e presenta lo spazio come un oggetto materiale indipendente dai feno-meni che modifica. Uno “spazio assoluto” in cui le distanze vengono misurate metricamente e in cui la mobilità è, al massimo, un incidente di percorso, scomponibile in momenti (prima, dopo, durante…) e in territori (di partenza, di arrivo, di transito…). In opposizione ad una lettura siffatta dello spazio – fissista ed essenzialista – viene mobilitata (è proprio il caso di dirlo) la dislocazione, intesa come prospettiva utile per “riscrivere lo spazio” secondo logiche differenti e opposte a quelle che sottendono lo spazio assoluto. Nelle pagine del libro, la critica all’approccio sedentarista si tramuta dunque in una tensione costante tra routes and roots, tra radici e percorsi, stabilità e mobilità. È una tensione inevitabilmente problematica (disagio e incertezza spesso l’accompagnano), ma anche carica di potenzialità. L’essere fuori luogo (Out of Place) – come ci insegna Edward Said – è proprio del dislocarsi, del “mettersi in viaggio”. Il movimento e la dislocazione non sono solamente oggetto d’indagine del volume. Il discorso presentato, infatti, non è lineare né ha un unico punto d’approdo. L’autrice tesse un discorso robusto, a tratti difficile, mai caotico, il cui orizzonte teorico si definisce a partire dai contributi dei Cultural studies anglo-americani, dagli spunti offerti dai Mobilities studies e dalla geografia culturale che, a partire dagli anni Settanta, ha dedicato una crescente attenzione al tema della mobilità. Ha letto tanto l’autrice, non si fatica a immaginarlo, ma lo si intuisce non solamente dagli intrecci magistralmente condotti tra campi di sapere differenti, ma anche da come riesce a farli dialogare in maniera inedita e creativa, contaminandoli, alterandoli, attraversandoli e, allo stesso tempo, esponendo il suo ragionamento allo stesso processo di inevitabile cambiamento e ibridazione. In questo processo anche l’io dell’autrice si scompone, si discioglie e si mobilita “trasformandosi” – e qui uso volutamente le parole riferite a Said – “in un ammasso di correnti in flusso continuo, sempre instabili e talvolta irrimediabilmente dissonanti” (p. 9). Che cosa accade invece al lettore? Anche lui viene dislocato durante la lettura delle tre sezioni del volume: 1. Ancora una (s)volta: Il Mobility Turn e gli Studi Culturali. 2. Geografie di passaggio: Corpi, spaziature, alterazioni. 3. Movimenti per lo spazio. La sensazione di dislocazione è accentuata dal fatto che il ragionamento presenta numerosi salti temporali e spaziali. Tra le voci presentate – a volte in dialogo, a volte in contrapposizione – ci sono quelle di Edward Said, Emanuel Lévinas, Jacques Derrida, Luce Irigaray, Roberto Esposito, Judith Butler. La fenomenologia di Merleau-Ponty, la filosofia di Bergson e le sue riletture deleuzia-ne, la nomadologia di Gilles Deleuze e Felix Guattari, Lefebvre e Foucault. Tra i luoghi, il primo da cui si parte è l’Università dell’Illinois. È lì, nel 1990, che durante il convegno Cultural Studies now and in the Future, James Clifford sottolinea il nesso inscindibile tra cultura e mobilità. Lo studioso offre l’immagine dell’albergo, luogo di partenze e arrivi ed emblema di una doppia (compresente) tensione: bisogno di residenza e desiderio di viaggio. Il suo discorso innesca una piccola rivoluzione che si misura dal dibattito che scatena fin da subito e dai nuovi im-maginari che alimenta; il Motel (Meaghan Morris, 1988), la nave e l’Atlantico nero, spazi concreti (e dunque politici) fatti di corpi, storie e movimenti (Paul Gilroy). Tra questi, anche la “casa”, che per Bell Hooks rimanda alla necessità delle radici, là dove la retorica del viaggio appare imbrigliata, per la teorica e femminista afroamericana, nella logica del colonizzatore. Categorie e rappresentazioni nuove procedono, dunque, di pari passo. La metafora dell’albergo viene inoltre criticata da Neil Smith e Cindi Katz, perché in essa lo spazio non viene mai messo in discussione o analizzato, apparendo invece una quinta fissa, uno spazio assoluto e dunque non prodotto. Questa considerazione porta ad un tassello centrale nel ragionamento presentato: lo spazio è, prima di tutto, il risultato di un processo. Se, per usare le parole di Lefebvre, “è a partire dal corpo che lo spazio si produce” (cit. p. 87), allora è proprio a partire dai corpi che lo spazio può essere reinventato. Il secondo luogo è l’Università di Lancaster in Inghilterra, dove viene proclamato il Mobility turn nel 2006. Sono anni di fermento: nello stesso anno, due sociologi della stessa università, John Urry e Mimi Sheller, pubblicano l’editoriale The New Mobilities Paradigm (Sheller & Urry, 2006) che diventerà opera fondamentale per i Mobilities Studies. Questi ultimi attualmente disegnano un campo ampio e interdisciplinare che comprende tutto il mondo in movimento: il turismo, le migrazioni, i trasporti. Il volume si focalizza poi su come le mobilities dei sociologi di Lancaster vengano declinate in ambito geografico. Ed eccoci ad un’altra dislocazione che porta il focus a spostarsi sulla geografia, disciplina che nel tempo ha analizzato più di altre le relazioni tra le singole mobilità e i contesti socio-territoriali, soprattutto a partire dai lavori di Yi-Fu Tuan, studioso che tra i primi indica nel movimento la costruzione dell’esperienza dello spazio (1977). Si deve a lui il ribaltamento della prospettiva all’epoca più comune: non è lo spazio a permettere il movimento, ma viceversa. Da questo momento si faranno sempre più intensi i rapporti tra geografia e fenomenologia. Proprio per rifondare una geografia umanista, soggettiva, corporea, diventa fondamentale (e sempre più citata) l’opera di Maurice Merleau-Ponty (Fenomenologia della percezione del 1945) e la sua rivisitazione critica dello spazio in nome dell’esperienza. Si deve però a Tim Cresswell la consacrazione definitiva del tema in ambito geografico, e la formulazione di una vera e propria “nuova teoria sulla mobilità” nel noto volume On the move. Mobility in the Modern Western World (2006). Il movimento non è un processo da studiare in astratto. Esso si carica di una dimensione sempre più politica e corporea che richiama, inevitabilmente, specifiche geometrie di potere, come chiarisce l’autrice, ancora ed ancora una volta, attraverso i lavori di Katharyne Mitchell e di Jennifer Hydman. Il corpo “prende corpo” e spazio, non soltanto grazie alla sua fisicità, ma anche attraverso gli altri ordini fisici, simbolici e sociologici in cui è inscritto. In un gioco di scambi e rimandi tra voci, luoghi e momenti differenti, le mobilità si caricano del loro valore politico e soprattutto situato, e la geografia si scompone inevitabilmente in microgeografie di cui è necessario esplorare la materialità dei processi. Dopo quello di Lefebvre, viene analizzato il pensiero di Judith Butler, Donna Haraway, Rosi Braidotti, Luce Irigaray. Non un corpo, ma il corpo: “Your body is a battleground”, per riprendere il noto slogan dell’artista Barbara Kruger. Lo spazio può darsi solamente in termini relazionali e quindi esclusivamente attraverso lo sconfinamento del singolo corpo. Si tratta di una relazione che non avviene nello spazio, ma lo crea (Lévinas). Intorno a questo rapporto spaziatura-alteritá lavorano anche Derrida, Houdebine e, in ambito geografico, Doreen Massey. E poi ancora Luce Irigaray (che presenta una geografia orientata in senso etico, relazionale e performativo) e Roberto Esposito. Questo approccio relazionale – utilizzato dopo aver richiamato, accanto a Lefebvre, Foucault, Michel de Certeau e Judith Butler – porta dritti alla svolta performativa nella geografia. Venendo ai corpi, a quelli concreti, la terza sezione non ci porta ad un convegno universitario, ma dritti al centro di quanto accade (più o meno costantemente) lungo le nostre coste. Siamo in Sicilia, a Morghella. Nell’agosto del 2013, 200 profughi siriani approdano per caso in una spiaggia e vengono soccorsi, aiutati dai bagnanti. Loro, i migranti di oggi, sono “l’altrove che si è impresso su queste pagine. […] È sotto il peso di questi corpi e nello slancio dei loro spostamenti che la nostra geografia della dislocazione si è andata progressivamente costruendo, ed è solo qui, o meglio in questo altrove, che il suo senso deve essere ricercato” (p. 10). Questo salto di prospettiva più che ardito è, a questo punto del testo, necessario. I fatti che accadono quasi quotidianamente lungo le coste italiane, infatti, si inscrivono in una particolare (e specifica) rappresentazione spaziale: quella che vede la frontiera come naturale e la staticità come condizione “normale”, la mobilità come qualcosa da gestire, monitorare, irregimentare. È il potere statale che cerca di imbrigliare il movimento attraverso i suoi apparati ed è perciò che lo spazio non è solamente luogo di partita politica, ma anche posta in palio. In questo quadro, l’instabilità può diventare vettore e motore di cambiamento e di agire politico, da cui partire per “rivendicare” (p. 14) nuove geografie.
È proprio lo sconfinamento che permette di ripensare lo spazio senza il limite della frontiera. Ragionare su un diverso approccio alla mobilità e alla dislocazione serve anche a questo, ad avere nuovi, diversi modi per analizzare quello che accade. La mobilità è spesso un privilegio, una possibilità legata a differenze di classe e di genere che si intersecano con il diritto alla mobilità (quello che fa sì che alcuni gruppi di persone siano expat e cosmopoliti, altri immigrati, clandestini, etc.). Viviamo in un momento storico in cui é sempre piú urgente recuperare un “senso di […] responsabilità collettiva per i corpi e per le proprie vite” (Butler, 2004, p. 53, cit. qui a p. 146), che – se assecondato – non potrá che mostrare che alcuni spazi e le visioni del mondo ad essi sottese sono da ritenersi piú giusti e auspicabili di altri.