Comics as a Research Practice. Drawing Narrative Geographies Beyond the Frame

Di: Giada Peterle | Editore: Routledge, 2021

This book proposes a novel creative research practice in geography based on comics. It presents a transdisciplinary approach that uses a set of qualitative visual methods and extends from within the geohumanities across literary spatial studies, comics, urban studies, mobility studies, and beyond.
Written by a geographer-cartoonist, the book focuses on ‘narrative geographies’ and embraces a geocritical and relational approach to examine comic book geographies in pursuit of a growing interest in creative, art-based experimental methods in the geohumanities. It explores comics-based research through interconnections between art and geography and through theoretical and methodological contributions from scholars working in the fields of the social sciences, humanities, literary geographies, mobilities, comics, literary studies, and urban studies, as well as from visual artists, comics authors, and art practitioners. Comics are valuable objects of geographical interest because of their spatial grammar. They are also a language particularly suited to geographical analysis, and the ‘geoGraphic novel’ offers a practice of research that has the power to assemble and disassemble new spatial meanings. The book thus explores how the ‘geoGraphic novel’ as a verbo-visual genre allows the study of geographical issues, composes geocentred stories, engages wider and non-specialist audiences, promotes geo-artistic collaboration, and works as a narrative intervention in urban contexts.
Through a practice-based approach and the internal perspective of a geographer-cartoonist, the book provides examples of how geoGraphic fieldwork is conducted and offers analysis of the processes of ideation, composition, and dissemination of geoGraphic narratives.

Recensione di Alberto Vanolo

Il ricordo evocato nelle immagini del fumetto qui sopra è autobiografico. Da bambino, ero stato portato da un medico molto quotato sulla scena torinese per indagare su una strana tosse. Quel dialogo mi aveva colpito, e ne serbo ancora il ricordo, riaffiorato in maniera cosciente durante la lettura del libro di Giada Peterle. Il medico, mentre mi visitava, pontificava sull’importanza della cultura classica, alludendo al contempo all’inferiorità di altri percorsi di studio, come appunto quello del ‘grafico’, impreparato all’arte dello scrivere al livello richiesto a un medico, soggetto immaginato portatore di una cultura scientifica ‘alta’. Il riferimento finale ai presunti valori di virilità che avrei dovuto mostrare sopportando meglio il dolore (non sarai una femminuccia?) può apparire irrilevante, ma rivela qualcosa del clima culturale di riferimento, positivista e conservatore: la scienza medica era fatta da uomini bianchi che indossano un camice pulito (forse stirato dalla moglie, forse da un’altra donna) e che impiegavano codici linguistici, estetici e simbolici caratteristici di quella comunità. La costruzione della narrazione tramite il fumetto (l’accostamento di immagini e di un testo che si sviluppa su due linee narrative parallele: quello della visita e quello dei commenti sui percorsi di studio) mi ha consentito di inserire quel riferimento alla mascolinità in maniera relativamente agile, cosa che naturalmente avrei potuto fare – e sto facendo – anche senza ricorrere a un fumetto.
I disegni – realizzati da Elena Clari, che insegna peraltro proprio in una scuola di grafica – rivelano però una quantità di dettagli che sarebbe stato difficile, o comunque differente, ricondurre a un testo scritto. Per esempio, un buon disegno riesce a descrivere efficacemente la disposizione dei corpi nello spazio, le espressioni facciali dei personaggi o altri dettagli che collocano la scena nel tempo e nello spazio, come nel caso dell’immagine della prima tavola, che evoca l’immagine della Torino industriale degli anni 80, o ai particolari che suggeriscono l’atmosfera dello studio medico, o ancora la rappresentazione dell’espressione del volto del dottore nell’ultima tavola.
Prima di leggere il libro di Giada Peterle, mi ero limitato a immaginare i fumetti come potenziali strumenti di rappresentazione di fenomeni geografici. Al contempo, avevo sempre implicitamente pensato che, per quanto con la loro immediatezza i fumetti offrissero possibilità comunicative interessanti per la geografia, avessero comunque le armi spuntate rispetto alla scrittura tradizionale: il testo del fumetto è più leggero rispetto a quello di un saggio, è praticamente impossibile utilizzare il sistema dei riferimenti bibliografici e molti pensieri astratti sono difficili da trasformare in disegni. In più, particolare non trascurabile, la realizzazione di un fumetto richiede uno sforzo enorme in termini di tempo ed energia (come ben rivela il libro di Giada Peterle), a fronte di un prodotto che viene consumato molto velocemente e magari anche superficialmente. I tre disegni riportati all’inizio di questo articolo hanno per esempio richiesto ore di lavoro, considerevolmente più di quanto non abbia impiegato per scrivere il testo che state leggendo.
Il testo di Giada Peterle, giovane collega padovana molto attiva nelle cultural geographies, chiarisce tuttavia sin da subito che quella della rappresentazione è soltanto una delle possibili dimensioni geografiche: si può pensare di lavorare con i fumetti, guardando non solo a quello che contengono, ma anche alle molteplici geografie che prendono forma ‘fuori dalla tavola’, per esempio nelle fasi di ideazione, esplorazione, realizzazione o pubblicazione, e a come possano pervadere, stimolare e ibridare molteplici dimensioni della ricerca.
Così, tornando all’esempio del fumetto iniziale, ho provato a riflettere su altri aspetti. La sua collocazione nella sezione delle recensioni di questa Rivista immagino possa aver contribuito nel catturare l’attenzione dei lettori. Poiché si tratta di una scelta anomala (credo sia la prima volta che un’immagine appare fra le recensioni) ho pensato di domandare alla editor di questa sezione della Rivista se vi fossero problemi in merito, ricevendo una risposta positiva, se non entusiasta. Questo dettaglio può apparire irrilevante, ma mi permette di sottolineare un aspetto: nonostante la grande apertura intellettuale della geografia, in particolare nell’ambito dei dibattiti su metodologie e scritture creative, il fumetto non è una forma di comunicazione convenzionale nel nostro settore scientifico, tanto che ho pensato di dover chiedere ‘il permesso’ di inserirne uno.
Il lavoro stesso di costruzione di un fumetto può generare idee e spunti di ricerca. Nel mio caso, avendo chiesto a un’altra persona di realizzare i disegni, il mio ‘lavorare con il fumetto’ si è concretizzato nello scrivere un breve storyboard, abbozzando qualche testo e schizzo grafico. I disegni realizzati da Elena Clari sono risultati inevitabilmente differenti rispetto a quello che avevo in mente, rivelando dettagli inaspettati e sorprendenti, generando così nuove idee ed emozioni. Per esempio, la difformità di quelle immagini rispetto ai miei ricordi d’infanzia ha evocato in me ulteriori memorie, come il fatto che, nell’anticamera dello studio, vi fosse una vetrinetta contenente una collezione di coltelli militari della seconda guerra mondiale. Il particolare mi aveva colpito perché nella mia fantasia di bambino avevo immaginato (forse a ragione, forse a torto) che quel medico avesse simpatie fasciste. Ancora, ho provato a mostrare i disegni a mia madre, testimone di quella visita medica, per osservare le sue reazioni. Trascurando gli esiti dell’esperimento (“era un medico gentile, riesci sempre ad avere ricordi brutti”), il fumetto mi ha aiutato a ‘intervistarla’ intorno alle sue memorie attraverso la comparazione fra le immagini dei disegni e quelle nella sua mente.
Questo mio esercizio – che spero non abbia allontanato troppo l’attenzione dal libro di Giada Peterle – ha preso forma subito dopo l’ispirante lettura di Comics as a research practice, un testo che esplora l’uso di questo strumento nella ricerca geografica, con un particolare riferimento agli studi urbani. Il volume non ha un taglio manualistico e non tratta sistematicamente tutti gli aspetti possibili delle connessioni fra fumetti e geografia. Certo, vi sono parti generali in cui si analizza la letteratura esistente, ma non rappresentano il cuore di questo lavoro, che si concentra invece su un certo numero di casi ed esperienze di ricerca portate avanti dall’Autrice. In questo senso, il libro è di particolare ispirazione proprio perché stimola la sperimentazione e l’immaginazione intorno all’uso dei fumetti nell’ambito delle pratiche del ‘fare’ geografia. Così, soggetti di ricerca diventano personaggi all’interno di fumetti, inclusa la stessa Giada Peterle; oggetti inanimati come mappe o edifici parlano ammiccando ironicamente alla propria agency, mentre vari luoghi diventano portali per accedere a memorie, emozioni e relazioni. Ma non si tratta solo di questo: in maniera molto rigorosa, l’Autrice discute come l’idea di costruire il fumetto in molti casi preceda la scrittura e la ricerca stessa, influenzandola fin dall’inizio. Simili riflessioni mi hanno fatto tornare in mente il bel libro di Tim Cresswell dal titolo Maxwell Street: Writing and Thinking Place (The University of Chicago Press, 2019, recensito sul Fascicolo 1/2021 della Rivista). L’Autore, nella sua esplorazione del luogo al centro della sua ricerca, rifletteva sulla natura della scrittura in geografia sottolineando come non costituisse l’esito finale di un processo lineare: leggere, indagare, fare esperienza, esplorare e scrivere possono prendere forma nello stesso momento, e l’atto stesso di scrivere può essere considerato come un frammento di una performance di ricerca. La mia impressione è che Giada Peterle, utilizzando un percorso teorico differente e sofisticato (per esempio attraverso la metafora dell’assemblaggio) proponga una riflessione simile, ma applicata alla pratica molto specifica, e relativamente poco praticata nel nostro campo, del ‘fare fumetti’.
La prima parte del volume tratteggia le coordinate generali della riflessione, come il legame fra fumetto e città, la riflessione sulle metodologie creative, la recente riscoperta del livello della ‘forza della rappresentazione’ nella geografia culturale, o la dimensione strettamente geografica (spaziale) della costruzione e della lettura del fumetto, strumento che spinge a immaginare lo spazio e il tempo in modi peculiari rispetto ad altre forme testuali. Per l’Autrice, forse ispirata dai discorsi sulle non-representational theories, riflettere sul fumetto – o più precisamente sulle pratiche della geoGraphic novel – implica però attenzione non solo sulle specificità di quel linguaggio, ma anche sugli aspetti processuali, su quelli soggettivi e pre-cognitivi, sull’individuale e sul sociale, sulla rappresentazione e sulla corporalità, sull’umano e sul più-che-umano. Richiamando i contributi di autrici e autori come Juliet Fall o Jason Dittmer, si discute per esempio come si possano leggere o realizzare fumetti per esplorare il paesaggio urbano, le geografie postcoloniali, la geopolitica, le prospettive di genere, facendo uso esplicito delle voci del narratore o narratrice e di personaggi giocando così con differenti punti di vista nella storia, decostruendo la ‘visione oggettiva’ e portando lo sguardo al livello dell’esperienza.
Giada Peterle ci offre quindi, nei vari capitoli del volume, una serie di ‘narrative geoGrafiche’, definite come storie a fumetti ideate, disegnate e sviluppate stilisticamente in relazione a precise scelte e prospettive critiche di taglio geografico. La prima parte del volume, dal titolo Assembling comics for creative interventions in urban space, presenta due progetti che hanno preso forma attraverso collaborazioni artistiche transdisciplinari: un intervento di arte pubblica condotto nella stazione ferroviaria di Padova e un’antologia a fumetti sulle periferie italiane, di cui vengono discusse le varie fasi di ideazione, realizzazione, lavoro sul campo e scelte stilistiche. La seconda parte del volume, Moving comics from representation to practice, non è concettualmente differente, ma si focalizza su altre dimensioni analitiche, soffermandosi in particolar modo su mobilities e geohumanities, temi peraltro strategici nel Dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità dell’Università di Padova, in cui lavora. In linea con i dibattiti sulle mobilities, il riferimento non è soltanto alla mobilità di persone e oggetti, ma anche di idee, ideologie, rappresentazioni, emozioni, strutture concettuali e altro ancora. In questo senso, la seconda parte del volume analizza i fumetti come ‘grammatica mobile’, insistendo sui loro movimenti rispetto a categorie come corpo, paesaggio, rappresentazioni o ricerca sul campo. In questa seconda parte del volume sono analizzati alcuni fumetti di grande interesse, ma soprattutto si presenta l’esperienza di Lines, una graphic novel sull’evoluzione del trasporto pubblico a Turku realizzata dall’Autrice, di cui sono riportate varie pagine a colori all’interno del volume.
Devo confessare di non essere in grado di formulare un giudizio obiettivo sugli aspetti artistici del lavoro, ma mi pare doveroso accennare a come, ai miei occhi inesperti, i fumetti di Giada sembrino meravigliosi, delicati, colorati, ben costruiti e con un giusto bilanciamento fra densità di testo e disegni. È un piacere leggerli e ho trovato davvero adorabile il fumetto Lines, pubblicato in un piccolo volume dall’editore padovano BeccoGiallo nel 2021.
Nonostante il mio entusiasmo per il libro di Giada Peterle, difficilmente batterò ancora la strada del fumetto. Il tentativo intrapreso con questa recensione mi ha illuminato circa il fatto che, se da un lato i fumetti hanno un grosso potenziale per la ricerca geografica (come vari geografi italiani sanno da tempo: mi vengono in mente per esempio alcuni lavori di Elio Manzi, Marcello Tanca, Giulia De Spuches, Elena Dell’Agnese e Fabio Amato, o alcune sperimentazioni discusse da Rachele Borghi, Daniele Mezzapelle, Andrea Simone, Massimiliano Tabusi), dall’altro lato sono indispensabili conoscenze tecniche e sensibilità grafiche-stilistiche non da poco per poterli integrare in maniera realmente funzionale nelle analisi geografiche, e non si tratta di abilità disponibili a chiunque. Allo stesso tempo, la lettura del libro ha davvero rinvigorito il mio desiderio di sperimentare con serietà altre forme di linguaggio all’interno della ricerca di geografia, confermandomi l’idea – che già mi circolava in testa – che qualsiasi strumento, linguaggio o forma di espressione può produrre risultati straordinari in seno alla nostra disciplina, se impiegato con rigore, spirito critico, riflessività e creatività.

Filippo

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