Cartografie (in)esauste

Di: Laura Lo Presti | Editore: Franco Angeli, 2019

Sono le mappe delle tecnologie del potere destinate al controllo del territorio o delle rappresentazioni evocative e intime dello spazio? Sono immagini vuote o piene di senso? Perché, pur essendo considerate una forma di linguaggio “esausto” da parte di numerosi geografi, continuano a proliferare incessantemente e ad arricchirsi semanticamente nel loro peregrinare attraverso diversi media, nell’arte e nella vita quotidiana? Esaminando la posizione della mappa nella teoria critica della geografia, il libro ricostruisce il “corpo a corpo” tra i geografi e i loro idoli, le carte geografiche. Confrontando idee, teorie e metodi provenienti dagli studi culturali, femministi e postcoloniali, dalla cultura visuale e dall’estetica con il pensiero della nuova geografia culturale e della cartografia critica, l’autrice sperimenta nuove possibilità di coesistenza fra il paradigma postmoderno, segnato dalla decostruzione della Ragione Cartografica, e la contemporanea Map Theory, stimolata da un impulso creativo e da un atteggiamento post-critico nei confronti delle pratiche e delle performance cartografiche (download).

Recensione di Alessandra Bonazzi
Il libro di Laura Lo Presti propone un’intensa coreografia di quei movimenti teorico-critici del discorso geografico – anglosassone e continentale – che articolano la riflessione sul concetto di rappresentazione e indagano la funzione della cartografia nella produzione geografica della modernità e della contemporaneità. La ricostruzione genealogica dei movimenti ‘postmoderni’ responsabili del ‘corpo a corpo’ (p.14) tra geografia (declinata secondo i termini della critica della ragione cartografica o della teoria culturale anglosassone) e cartografia (nella sua versione storica o digitale) conduce fino a ciò che Lo Presti definisce un vero e proprio atto di cartoclastia (p. 12). Esito quasi inaccettabile alla luce di quell’attuale cartographic turn (Lévy, 2016), o ‘rinascimento cartografico’, che sta investendo numerosi ambiti disciplinari e pratiche artistiche. Ed è qui che si colloca il tentativo teorico di Lo Presti di rianimare le cartografie esauste, restituendo loro corpo e osservandone il lavoro in inedite azioni sociali, culturali, politiche ed estetiche. Lo scopo della coreografia è insomma sospendere la parentesi del titolo e rinegoziare la funzione della cartografia alla luce delle più recenti linee della teoria estetico-visuale, intesa qui come possibile viatico per superare i limiti del discorso geografico contemporaneo e sospenderne la natura cartofobica. Il tentativo è allora rilevare le attuali potenzialità dell’immaginario cartografico – “epurato dei suoi discorsi più tecnicisti, ma anche eccessivamente culturalisti” – e aprire ambiti per una geografia disponibile a dismettere la “malevola e distorcente visione della rappresentazione della mappa nella disciplina” (pp. 16, 17). Perciò il libro ripercorre ogni movimento e passo di questo ‘corpo a corpo’, sottoponendo al lettore i punti di svolta teorici che hanno intersecato il discorso geografico e cartografico durante la stagione postmoderna. E poi ne tiene stretta l’eterogenea tramatura per metterle alla prova, e in campo, tra visualità e estetica, politica e poetica. Per chi invece sta scrivendo, la coreografia obbliga a un percorso mnemonico che tocca alcuni dei momenti cruciali sul piano dei discorsi, delle relazioni e delle direzioni. Inevitabile dunque, da questa posizione, scorgere nell’impianto del testo qualche fragilità e scarto, così come riconoscerne l’energia e lo slancio. Prima però il percorso teorico costruito da Lo Presti merita il tentativo di essere raccontato, almeno per cenni.
Cartografie (in)esauste si articola in tre parti e dieci capitoli. La prima parte, Cartografie (in)attuali, muove dal dibattito relativo al concetto di rappresentazione e della sua crisi che Lo Presti sistematizza all’interno di tre generalissime linee critiche – antipositivista, culturalista e post-rappresentazionale – analizzando le due declinazioni discorsive esemplari. Da un lato quella che ha “rimosso la buona vecchia epidermide della terra per fare più spazio alle teorie” (p. 39) e l’inclinazione decostruttiva di Brian Harley, dall’altro l’eterogenea geografia che cade sotto il segno del discorso postcoloniale. La seconda parte, Riattualizzare la cartografia, si occupa di segnalare i limiti della ben nota ansia cartografica e fa i conti con il “desolante approccio critico-decostruttivo” (p. 116) segnato da mortificanti e ormai esausti paradigmi teorici. Dunque, Lo Presti si occupa di rimettere in moto le potenzialità cartografiche alla luce del mapping, del digitale e della cultura visuale, insistendo sulla necessità di depotenziare l’essenzialista e universalizzante ragione cartografica per ricomprendere cartografie criticamente ibride, di resistenza e subalterne. Il passaggio teorico è dalla Mappa, astratta e speculativa, alle cartografie (digitali o meno) messe in pratica e fatte circolare come potenziali rappresentazioni, narrazioni e espressioni criticamente attive nei confronti del dato per scontato dello spazio sociale e politico. L’incrocio è tra object-oriented ontology e la cultura visuale (p. 161). E all’incrocio si aprono “I campi della geografia visuale e materiale” (p. 162). La domanda è: “in che modo le riflessioni maturate in seno alla cultura visuale possono essere d’aiuto per tracciare i contorni di una della geografia visuale e materiale, che sappia cogliere la vitalità e la ricchezza delle cartografie contemporanee?” (p. 19). Allora, nella terza e ultima parte, appunto Cartografie in atto, la possibilità di un rapporto tra geografia (culturale) e cartografia (post-rappresentazionale) viene negoziato “alla luce dei contributi degli studi visuali che pongono attenzione tanto sulla dimensione socioculturale quanto su quella fenomenologica dell’immagine” (p. 184). Mentre è la dimensione estetica che completa questa davvero fitta trama teorica in virtù della quale una nuova ecologia cartografica – epurata dal complesso della mimesi e della certezza, così come da quello dell’ideologia – può ritrovare spazio e respiro. E molti sono gli esempi raccontati da Lo Presti, non esclusi quelli del quotidiano e dell’esperienza personale. Per concludere il suggerimento è quello di immaginare ogni carta come “evento, verbo, azione, processo e non come semplice contenitore-prigione” (p. 228).
Va detto per l’intelligenza del libro che, a parere di chi scrive, ci sono alcune fragilità da rilevare. In primo luogo, l’insistenza sulla “sindrome intellettuale nutrita di sospetto e di dubbio” che, in area continentale, si declina come impulso decostruzionista affetto però da una “prolifica verbosità” che tende a cristallizzarsi in un discorso tautologico, essenzialista e universalista. Mentre nel discorso culturalista, qualificato come febbrile e frenetico, la sindrome si manifesta in un’eccessiva attenzione sulla dimensione politica e ideologica della carta (pp. 66, 67). Ma se la geografia degli ultimi anni ha ricordato qualcosa sulla carta o sulla Mappa è che ogni rappresentazione cartografica (europea) in età moderna non è ideologicamente riducibile a complice del colonialismo o dell’imperialismo, né la si può descrivere come forza demoniaca della geografia o come figura che ha preteso di sostituirsi al territorio, per una questione di ansietà cartografica o di sindrome da sospetto. Nei fatti è stata il presupposto tecnicamente attivo, concreto e materialissimo, della scoperta, della legittima ‘conquista territoriale’ della Terra mediante l’atto giuridico del rilevamento di una carta. In altre parole, tra performance e mapping, pensiero e azione, la Terra è stata geometricamente misurata e territorializzata, suddivisa e occupata mediante un atto cartografico, come dichiarava il Nomos della Terra già a metà del secolo scorso. Basterebbe al riguardo richiamare i passi di Carl Schmitt sull’ “impresa del razionalismo europeo” come scoperta, quelli relativi alla “forza conoscitiva” di una simile razionalità che permette la semplice “presa” del mondo. Oppure la constatazione che durante la modernità “un rilevamento cartografico scientifico è in effetti un autentico titolo giuridico” (Schmitt, Il Nomos della Terra nel Diritto Pubblico Europeo, Adelphi, 2006, pp. 150, 151). E ovviamente la ragione astratta della proiezione diventa materialissima produttrice di relazioni sociali, corpi, narrazioni, significati, immaginari, estrazione di valore (Sloterdijk, Sfere II. Glob, Raffaello Cortina Editore, 2014). Insomma, è la messa in atto di quello che Stephen Greenblatt in Marvelous possessions (2008) definisce capitalismo mimetico, il cui presupposto è la circolazione, la socializzazione e l’attiva messa in opera. In secondo luogo, andrebbe ricordato che l’ostinata ‘cristallizzazione’ dipende da una semplice constatazione, e cioè che il mondo non soltanto non funziona più come se fosse una tavola ma che è definitivamente finito, dal momento che la sua comprensione non regge più l’idea di poter pensare un altrove, un fuori e un’alterità. Insomma, la globalizzazione terrestre si è conclusa, anche se le attuali carte ne mantengono l’illusione. Dunque, la prospettiva della morte della mappa, che trovo davvero una mossa intelligente da cui parlare, nelle sue più recenti declinazioni artistiche e eticamente politiche sta raccontando una cosa sola. Nessuna cartografia, anche se usata per ricordare i viaggi, o nessun oggetto cartografico sotto nessuno regime scopico o partecipazione, è più in grado di rendere conto di dove davvero siamo, cioè della posizione che occupiamo. Quello che bisognerebbe adottare, e qui ha ragione Lo Presti, è un nuovo regime scopico, ma tale da non ammettere più la distanza, un soggetto e un oggetto. Dunque, più che di una geoestetica sarebbe necessaria la formulazione di una geo-etica, o gaia-grafia da sperimentare. Come insegna Bruno Latour nelle sue contemporanee Zone critiche e con i tentativi di terraformazioni inedite (2018): nessuno è escluso e nessun mondo può essere ormai cartografato. Cioè a dire inteso come superficie inerte, palcoscenico o sfondo. E il libro si chiude con una citazione sull’elaborazione del lutto e della nostalgia aperta di Jankélétevitch (p. 234), a segno della nostalgia di un concetto di mondo – non importa se rappresentato come attraversato da intensità e flussi o ordinato da una rete cartografica. Ora il guardare avanti, dopo l’elaborazione del lutto cartografico, dovrebbe cogliere la cosiddetta ‘morte’ del concetto stesso di mondo e che l’attuale emergenza è “un accumulo di violenza che (ci) sta alle calcagna, non certo come il degradarsi di un’immagine estetica come quella di mondo” (Morton, Iperoggetti, Nero, 2018, p. 162). Ma al di là di queste osservazioni che vanno nella direzione indicata dal libro stesso, e cioè mettere in moto e in movimento la teoria per guardare avanti, il saggio di Lo Presti è un (in)esausto contenitore di azioni, riflessioni e spunti il cui pregio sta nella coraggiosa postura di sospendere il limite tra scrittura e esperienza, o nel mettersi in gioco.

Filippo

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