Carte come armi. Geopolitica, cartografia, comunicazione

Autore: Edoardo Boria | Editore: Nuova cultura, 2012

Le carte geografiche mostrano le forme del potere sul territorio ma sono anche strumenti di quello stesso potere. Lo rappresentano e allo stesso tempo lo esaltano, consapevolmente o meno. Con linguaggio accessibile e l’ausilio di molte immagini a colori, questo libro vuole introdurre a un tema che, pur collocandosi in un campo di studi oggi centrale nelle scienze sociali quale quello della dimensione simbolica del potere, risulta ancora troppo poco analizzato: la spazialità del potere e le sue espressioni cartografiche. Lo fa raccontando storie e tratteggiando personaggi, ma ambisce ad essere molto più di una semplice raccolta aneddotica: vuole infatti ricostruirne l’evoluzione storica, a partire da quei prodotti cartografici a cavallo tra scienza e arte eredi della tradizione rinascimentale fino alle sperimentazioni grafiche delle carte geopolitiche di oggi.

Una raccolta di articoli di Edoardo Boria, già pubblicati sulla rivista Limes, dà vita a questo interessante volume sui rapporti tra cartografia e società, con particolare riguardo all’uso della cartografia come strumento di comunicazione e propaganda.

In otto capitoli, il volume ripercorre le tappe dell’evoluzione dell’uso della cartografia da parte di chi intende forzare o creare il consenso oppure, più semplicemente, informare. Sono diverse le carte carte di questo tipo descritte dall’Autore e la nascita di ognuna di esse è fortemente legata a un periodo storico ben preciso. Il primo uso della carta con scopi politici, peraltro, è complementare a quello della carta come espressione artistica. Le rappresentazioni cartografiche antropomorfe e zoomorfe, spesso allusive alla potenza, alla forza del paese che rappresenta (come il Leo Belgicus, risalente nella sua versione originale alla seconda metà del XVI secolo), non sono altro che una ulteriore forzatura artistica a un processo di produzione cartografica che era di fatto artistico per se stesso. Come l’Autore afferma, sarà solo a partire dalla Rivoluzione francese che le carte smetteranno di avere intenti artistici. Accanto a tali rappresentazioni cartografiche eminentemente allegoriche, troviamo carte in cui il concetto viene espresso anche attraverso una manipolazione (ancora artistica) della carta, utile a rendere il concetto da esprimere (nel testo, viene presentato un disegno di Benjamin Franklin, del 1754, di un serpente spezzato in più tronconi a rappresentare le colonie britanniche, che se divise diventerebbero fragile preda della Francia). E ancora, assimilabile a queste, vi è la cartografia satirica, in cui i paesi rappresentati assumono spesso sembianze umane o di animali, ma non per esprimere potenza, quanto per irridere gli avversari politici.

Con il nazionalismo ottocentesco, la carta assume invece il compito di rappresentare la coesione nazionale. In questo contesto, il profilo geografico diventa il “logo” della nazione. Sempre allo stresso scopo – durante la stagione “irredentista” – sono prodotte carte etnografiche, utili a regionalizzare lo spazio sulla base dell’appartenenza etnica. Ma è con la cartografia realizzata attraverso l’aerofotogrammetria che la carta diventa uno strumento ad elevata diffusione, soprattutto in tempo di guerra, quando, oltre ai militari, ne fa ampio uso la classe politica come strumento di propaganda; ma le richiede anche pubblico sempre più ampio, per meglio seguire gli avvenimenti bellici in corso. Nel periodo tra le due guerre, nasce invece la cartografia geopolitica, utilizzata per interpretare i fenomeni, anche sconvolgendo le regole scientifiche della cartografa tradizionale. Ciò al solo fine di rappresentare – con una grafica, che spesso stilizza il disegno cartografico – le tensioni geopolitiche e i motivi dai quali esse derivano. E’ soprattutto una cartografia per il potere, in cui vengono rappresentati i protagonisti, la posta in gioco e i fattori di forza o di debolezza. L’Autore afferma che la cartografia geopolitica non è una cartografia minore, ma semplicemente basata su principi gnoseologici diversi rispetto a quelli della cartografia geodetica. Della cartografia geopolitica, nel testo vengono percorse soprattutto le tappe che la legano alla Germania nazista e all’Italia fascista (quando viene fondata la rivista Geopolitica diretta da Ernesto Massi e Giorgio Roletto). Sarà proprio l’interesse per la geopolitica del regime fascista che porterà, nel secondo dopoguerra – in Italia soprattutto, ma non solo – al ripudio della stessa e della cartografia ad essa associata, nonostante quest’ultima fosse uno strumento di rappresentazione molto più interessante delle carte politiche, che utilizzano semplicemente l’insieme delle tessere amministrative colorate in maniera differente al fine di distinguere nettamente i confini nazionali dei diversi paesi.

Il XXI secolo, secondo l’autore, sta vivendo un rinnovato interesse per la geopolitica, come conseguenza dei profondi mutamenti politici ed economici in atto, dopo la fine della Guerra fredda, ma nello stesso tempo, la cartografia geopolitica sembra essere diventata meno efficace nella sua peculiare capacità di sintesi. Infatti, i centri di potere e gran parte dei conflitti hanno perso la loro “territorialità”, sia che si tratti di conflitti virtuali tra Paesi e società informatiche, sia che si tratti di conflitti in cui una delle parti non si configura come dotata di territorio (come nel caso delle organizzazioni terroristiche).

In tale contesto, si annulla la forza rappresentativa della cartografia “euclidea”, disegnando una evidente contrapposizione tra la cartografica “scientifica”, basata sulla certezza geometrica, e quella geopolitica, intenta ormai a raccogliere e rappresentare anche gli aspetti non territoriali e, al limite, astratti e immateriali dei fenomeni descritti. Edoardo Boria conclude il volume con l’auspicio che vi sia un superamento della diffidenza nei confronti di questa cartografia, facendola rientrare di fatto in quella produzione scientifica, che è propria della cartografia tout-court.

Si veda anche la rubrica “Carte come armi” curata dall’autore per Limes/Repubblica: clicca qui