Su questo sito segnaliamo nuove uscite di saggi di interesse geografico e alcune delle recensioni a questi saggi pubblicate sulla Rivista Geografica Italiana.

Alpi ribelli. Storie di montagna, resistenza e utopia

Autore: Enrico Camanni | Editore: Laterza, 2016

Dalla leggendaria lotta di Guglielmo Tell, un filo sottile lega le terre alte alla tentazione della ribellione. In oltre settecento anni di storia, le ‘Alpi libere’ hanno avuto seguaci autorevoli e interpreti esemplari. Dagli artigiani eretici che si sacrificarono con Fra Dolcino, ai partigiani che fermarono i nazifascisti sulle montagne di Cuneo e Belluno, fino ai movimenti contemporanei contro il treno ad alta velocità in Valle di Susa. Questo libro raccoglie le storie di chi seppe disubbidire agli ordini, costruendo sulle montagne rifugi di resistenza, avamposti di autonomia e laboratori di innovazione sociale. Come una risorgiva carsica che emerge dalle profondità del tempo, la montagna si ricorda di essere diversa e fa sentire la sua voce fuori dal coro. Una vecchia idea, forse un’utopia, che non ha ceduto al consumismo delle pianure e rinasce di tanto in tanto in forme nuove e dirompenti. In mezzo al conformismo della maggioranza valligiana, si alza il grido di chi rivendica una diversità geografica e culturale, compiacendosi dell’antico vizio montanaro di sentirsi speciali e ospitare i diversi, i ribelli, i resistenti, gli eretici.

Recensione (di Anna Casaglia):
Il libro di Camanni attraversa le Alpi da Occidente a Oriente in un lungo arco di storia e di storie che, dal mito di Guglielmo Tell alla lotta no TAV, e passando persino da Heidi, mettono in primo piano l’essenza ribelle di chi ha abitato e abita con tenacia le montagne, o che in esse ha trovato rifugio e riparo.

Ciò che accomuna i e le ribelli è la resistenza ai tentativi di colonizzazione da parte di quello che l’autore identifica come l’urbano, il moderno, il non autentico, e la difesa di uno stile di vita che non si piega alle esigenze della produttività, della velocità, del capitale, o dello stato, inteso come qualcosa di lontano e avulso rispetto al territorio montano. Ma è la città, nel testo, la vera antagonista della montagna, e la rappresentazione del potere in contrapposizione alla ribellione, a partire dalla fine delle autonomie montane nel momento in cui l’urbano riesce a prendere il controllo dei territori alpini, per regolarli e sfruttarli. Il libro si apre proprio con una riflessione sul mito delle Alpi libere e di Guglielmo Tell che consacra “la leggenda del montanaro coraggioso e virtuoso che riscatta la terra, l’onore e la libertà del suo popolo” (p.12).

È a partire da questo mito e da un’idea della montagna come luogo naturale dell’utopia ribelle, che le diverse storie si dipanano nello spazio e nel tempo, in un ordine non sempre chiaro, ma con un filo conduttore che lega i diversi capitoli grazie ad associazioni e collegamenti legati a volte alle zone geografiche, altre volte alle caratteristiche dei personaggi. Forse è nell’eresia, che in greco haíresis significa “scelta”, che si può trovare la trama che tiene insieme le diversissime storie raccontate da Camanni, accomunate dalla ricerca di un’alternativa e dalla volontà di battersi in prima persona per renderla possibile e difenderla.

La narrazione comincia sulle Alpi occidentali, nella Valsesia con vista Monte Rosa abitata da Fra Dolcino e dalle file di ribelli che con lui combatterono la corruzione del potere ecclesiale, e il tema della ribellione religiosa continua con le vicende dei Valdesi perseguitati dai Savoia in Piemonte. A volte vengono messi a fuoco alcuni personaggi specifici, come i fratelli Queyras e il loro rifiuto di prestare servizio militare, e questo rende la narrazione, quasi sempre di stile cronachistico, un po’ più fluida e coinvolgente. Una pecca del libro, infatti, è forse la decisione di mettere insieme così tante storie diverse, il che fornisce un quadro generale interessante, ma a volte fa risultare il racconto superficiale e didascalico. Probabilmente l’intento non è quello di approfondire le singole storie, ma di far comprendere al lettore in quanti e diversi modi la montagna abbia ospitato forme di resistenza e di ribellione. Questa modalità narrativa viene rafforzata dallo stile asciutto e giornalistico, forse non sempre adatto a raccontare storie che reclamano un altro ritmo di scrittura e invocano quello che Alexander Langer, uno dei protagonisti del libro, definiva come uno stile di vita più lento, più profondo, più dolce.

Un altro tema importante e ricorrente del volume è quello dell’ambientalismo, che si lega strettamente all’antitesi tra montagna e città come rappresentati rispettivamente della tradizione, e quindi di uno stile di vita in sintonia con il territorio, e della modernità, simbolo di un progresso che non tiene conto del rapporto tra uomo e natura e che si rivela spesso miope e avventato. Su questa dicotomia si sviluppano le vicende degli abitanti di Cervières negli anni settanta del novecento e la loro resistenza alla costruzione di impianti sciistici, ma anche, in anni successivi, le azioni di sensibilizzazione del gruppo ambientalista Mountain Wilderness contro la mercificazione del paesaggio alpino a uso e consumo del visitatore della domenica (ovviamente cittadino). Nello stesso filone si inserisce uno degli ultimi capitoli sull’esperienza no TAV e in particolare su uno dei suoi momenti più significativi: la resistenza di Venaus e la figura di Luca Abbà.

A tratti la netta separazione tra città e montagna, che implica una uguale divisione tra i rispettivi abitanti, ricorda le nostalgiche rievocazioni nei primi del novecento dei bei tempi passati, e sembra prevalere una difesa stenuante di un passato e una cultura, non meglio definita, che si ritengono più giuste in quanto avulse da ossessioni di progresso, profitto e speculazione. Se da un lato questa visione oscura completamente il ruolo che le città hanno avuto nello sviluppo di una coscienza di classe, nella nascita di movimenti sociali e più in generale nella storia delle ribellioni, dall’altro rischia di sminuire un interessante e utilissimo ragionamento sulla relazione di sfruttamento e dipendenza che l’urbano ha storicamente avuto con la montagna e il rurale. Da questo punto di vista rimane emblematica la vicenda della diga del Vajont, che probabilmente non verrà mai raccontata abbastanza, e dei vani tentativi della giornalista Tina Merlin di sensibilizzare l’opinione pubblica sui rischi della costruzione del bacino artificiale che causerà il distaccamento di un versante del monte Toc e la morte di quasi duemila persone.

La Merlin è una delle poche figure femminili che compaiono nel libro, insieme a Mary Varale, famosa alpinista che si ribellò all’allora maschilista, tradizionalista e rigido Club Alpino Italiano, e Giovanna Zangrandi, che rientra invece tra gli episodi legati alle guerre e alla resistenza. La sua storia di staffetta partigiana tra i monti del Cadore, a mio avviso, è particolarmente evocativa e rimane quasi nascosta tra le pagine del libro, perché quella di Alma/Giovanna/Anna è una vicenda all’apparenza meno eroica e clamorosa, ma non per questo meno affascinante delle altre. Ho immaginato con ammirazione Giovanna con i suoi sci nascosta e isolata per un inverno, quello del 1944, bivaccando tra le nevi dei valloni delle Marmarole.

Sono molte, nel libro, le storie che raccontano le due guerre, perché le montagne e i presunti confini naturali che esse delimitano sono state teatro di battaglie e di resistenza, di difesa della libertà e della diversità. Camanni racconta le vicende di Attilio Tissi, alpinista prodigio nel primi del novecento, e partigiano per vocazione durante la seconda guerra mondiale; quelle di Franz Thaler, renitente all’arruolamento per una guerra fascista che non riconosce; e infine quelle di Nuto Revelli che, sopravvissuto alla ritirata in Russia, entra nelle file dei partigiani del cuneese e rimane in seguito legato alle sorti delle Alpi Marittime, come scrittore e come montanaro, e al grave problema dello spopolamento negli anni del dopoguerra.

Ritorna quindi il tema del rapporto tra città e campagna nella riflessione sulle trasformazioni demografiche del territorio alpino e le migrazioni verso la pianura in cerca di lavoro. Un capitolo dedicato al film Il vento fa il suo giro ripercorre la questione dello spopolamento e del possibile ripopolamento delle medie valli, e introduce anche un’interessante spunto sui nuovi montanari, che per scelta (di nuovo questa parola) decidono di trasferirsi sulle Alpi per mettere in atto uno stile di vita che sfidi “la macchina del consumo” e metta in pratica i “controvalori della montagna” (p. 223). Anche qui, a mio avviso, la dicotomia rimane troppo forte e non lascia spazio a tutte quelle forme ibride di rapporto consapevole con la montagna che non implicano un totale abbandono delle comodità della vita moderna o più banalmente, della quotidianità lavorativa, ma non per questo si riducono al consumo turistico.

Non mancano ovviamente le storie di alpinismo e ribellione personale, che si indirizza spesso verso i canoni di un alpinismo antiquato, come quella già citata di Mary Varale, quella rappresentata dal Nuovo Mattino e la rivoluzione dell’arrampicata, o quella messa in atto durante un celebre soccorso sul Petit Dru del Monte Bianco.

Poi ci sono storie che più difficilmente si legano alle altre, come quella di Guido Rosso e la sua epopea da alpinista avventuroso a sindacalista impegnato, che in qualche modo fa riflettere su come, davanti a questioni sociali e momenti storici importanti come le lotte civili e politiche degli anni settanta, l’alpinismo possa venire messo in secondo piano, mentre le qualità di coraggio e tenacia dimostrate in parete possono diventare uno strumento di lotta sociale.

Il libro si chiude con un protagonista non umano, il lupo Ligabue, l’“ultimo ribelle delle terre alte”, che mette in risalto come quella del lupo, da questione ecologica e di convivenza, sia diventata una faccenda ideologica di cui si occupa anche chi esperto non è, e non sa nulla della complicata e millenaria storia di convivenza tra allevatori e animali selvatici. Le Alpi, ci insegna Camanni, rimangono un territorio da cui l’uomo, anche il cittadino, può imparare molto, se approcciate senza presunzione e con un spirito aperto all’anticonformismo e alla ribellione.

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