Afropean: Notes from a Black Europe | Noi che siamo passati dalla Libia: giovani in viaggio tra alfabeti e multilinguismo

Afropean, di: Jhony Pitts | Editore: Penguin Books, 2020
Noi che siamo passati dalla Libia, di: Mari D’Agostino | Editore: Il Mulino, 2021

Pubblichiamo la recensione congiunta di Angelo Turco a due volumi sull’Afroeuropa e sulle geografie ibride che le migrazioni dall’Africa producono in Europa e in Italia.
“Afropean: Notes from Black Europe”, di Jhony Pitts, è un libro-documentario su luoghi particolarmente significativi nei quali europei di origine africana “si destreggiano tra molteplici alleanze e forgiano nuove identità”.
“Noi che siamo passati dalla Libia”, di Mari D’Agostino, è una ricerca sulle pratiche linguistiche dei giovani da poco arrivati in Italia attraverso la rotta centrale africana, la Libia e il mare Mediterraneo.

Recensione di Angelo Turco
“Nell’immensa energia dell’arbitrio, che qui domina, l’elemento etico non possiede alcun potere definito. Se si vogliono conoscere manifestazioni spaventose della natura umana, si possono trovarle in Africa. Le più antiche notizie su questo Continente ci dicono la stessa cosa; esso non ha propriamente una storia. (…) Infatti essa non è un continente storico… Ciò che noi intendiamo propriamente per Africa è l’essere astorico e non dischiuso, che è ancora tutto immerso nello spirito naturale e che doveva essere presentato qui, soltanto alla soglia della storia universale”. Così G.W.F. Hegel nelle “Lezioni sulla filosofia della storia” (1837). È stupefacente, dobbiamo ancor oggi ammettere! Una delle menti più acute del XIX secolo, potentemente influenzata da K. Ritter, suo collega a Berlino, titolare della prima cattedra di Geografia in una Università tedesca, sviluppa un discorso straordinariamente fragile sull’Africa – a lui come a Ritter del tutto sconosciuta e a tutti i loro eventuali lettori in massima parte ignota – basandosi su una specie di “magismo continentale”, su cui peraltro lo stesso Ritter andava lavorando. Anche per questo, quando uscì, alla vigilia della pandemia, mi attrasse il libro di Johny Pitts. Di Africa é piena l’Europa, ci racconta l’A.: di cultura, di arte, di odori, di suoni, di idiomi, di pensiero, di tradizioni, di abitudini, che si sono venuti sedimentando in 500 anni di storia comune dei due Continenti. Una storia comune che al tempo di Hegel aveva già tre secoli. Uno sguardo meno miope, e certo meno turbato dallo splendore ideologico di uno “spirito della Storia” che, “camminando col sole”, marcia da Oriente a Occidente, disinteressandosi delle altre cardinalità, avrebbe ben potuto coglierne le tracce.
Pitts ci fa fare un viaggio affettuoso e disincantato nell’Afroeuropa, da Parigi a Berlino, da Bruxelles a Mosca, da Lisbona a Stoccolma, da Amsterdam a Marsiglia. Avrebbe potuto aggiungersi Napoli, per il nostro Paese. Qui un fine studioso come Pasquale Coppola, aveva intravisto fin dagli anni ’90 la comparsa di afropei attraverso un processo molto peculiare. Con il coordinamento di un geografo che voglio ricordare, Sergio Ventriglia, i suoi allievi presentarono su “Terra d’Africa” (1995, IV) quello che allora appariva come un modello di “integrazione debole”, ma che prefigurava appunto l’afropeità vincente descritta da Pitts. Un’urbanità plurale, dunque, si dissemina sul continente. Non solo afroamericani, pertanto, o afrodiscendenti brasiliani e sudamericani, ma gente d’Africa che vive la sua rivendicazione storica al quotidiano qui da noi, qui con noi, e ci fa essere “noi”, quello che siamo, e.u.r.o.p.e.i. tutti. E dico proprio rivendicazione storica, sì, quella che facendo leva su secoli di evoluzione comune -sia pure nel segno di una dissimmetria feroce-costruisce il mondo così come oggi lo conosciamo, così come oggi lo viviamo.
Spesso si dimentica, infatti, che se le grandi scoperte inaugurano la modernità, l’Africa inaugura l’era delle grandi scoperte e ne propizia in vario modo lo sviluppo: la domesticazione dell’Atlantico, indicata da L. Febvre come l’atto d’ingresso del mondo in una nuova storia, comincia, precisamente, con i tentativi di circumnavigare l’Africa. E però, l’eccezionale significato geografico dell’Africa va ben oltre la trasformazione di una terra incognita marchiata dal celebre «hic sunt leones» in una superficie alfine “nota” secondo i canoni della conoscenza cartografica europea. In un senso ben più drammatico, l’Africa è il continente che strategicamente prepara e, suo malgrado, costruisce quella geografia-mondo che la modernità unifica sotto il segno egemonico dell’Occidente. Molto sappiamo ormai sullo sviluppo storico del capitalismo e la nascita di un’economia-mondo, grazie ai lavori di studiosi come F. Braudel e I. Wallerstein. Alle origini della modernità, al cuore della nuova esperienza umana dell’universo, dove con due grandi italiani, Colombo e Galilei, si fondono cosmologia e geografia, si pone la gigantesca territorializzazione eterocentrata americana, dal Rio de la Plata alla Valle del Mississippi, passando per le matas brasiliane e i festoni insulari caraibici. Questa nuova geografia umana non sarebbe stata possibile senza la tratta schiavistica atlantica. La quale non solo tende a regolare il gioco politico delle grandi potenze europee, intese come Stati che sono o si avviano più o meno chiaramente a diventare «nazionali»: il Portogallo e la Spagna, quindi l’Inghilterra, la Francia, l’Olanda. Ma realizza le grandi accumulazioni di capitale con la messa in moto delle macchine istituzionali, organizzative, tecniche e giuridiche capaci di sfruttare appieno la nuova geografia delle Americhe.
La scrittura brillante di Pitts ci fa attraversare una “Black Europe” fatta di incroci plurimi tra nuovi abitanti ed esperienze che ormai possono considerarsi antiche. Il nonno di Puskin, per dire, ossia Abram Gannibal, il Great Negro generale dello zar (p. 264 ss.). O la turistizzazione afropea della Costa Azzurra, con Roquebrune, ad esempio, dove io stesso andavo con le mie bimbe piccole a vedere la “Villa di Mobutu” e raccontare le vicende del personaggio (p. 290 ss.). Brio, empatia, testimonianza, evocazione: Eurafrica, un manifesto politico, si può scrivere ed argomentare anche così.
Ed ecco il libro di Mari D’Agostino, che insegna Linguistica italiana all’Università di Palermo, a dirci che l’Afroeuropa continua e continua. La territorialità europea appare, oggi, nel segno di un’ibridazione linguistica fermentante: drammatica, potente, creativa. L’identità è quanto di più inclusivo si possa immaginare per le nuove comunità che si riconoscono non solo (e non più) come coloro che vengono dal Senegal o dalla Nigeria, dal Centrafrica o dal Mali o dalla Somalia o dal Ghana. Ma come “noi che siamo passati dalla Libia”. Ciò che abbiamo in comune è quella esperienza. E quella esperienza è di un valore senza misura: vale la nostra vita. Originalissimo nella concezione, tematicamente inusuale, presentato col rigore della migliore ricerca accademica, emotivamente partecipato. Il lavoro di Mari D’Agostino si legge come un romanzo. Io l’ho letto come un romanzo per la scrittura avvincente e perché sa tenerti costantemente sul filo e vuoi sapere cosa succede dopo. Insomma, caro “lector“, con questo libro sei esattamente dove dovresti essere, cioè nella “fabula“. E quindi “dentro” la costruzione linguistica di un mondo che è certamente il tuo, ma è “detto” con parole, con frasi, con discorsi che tuoi non sono, che non sono “pre-costituiti” e che, mentre “si fanno”, “lo fanno” quel mondo: e ciò non in parallelo (come se non dovessero incontrarsi mai), ma in contemporanea. Quel mondo è la lingua che lo dice.
Mari D’Agostino dirige la Scuola di Lingua Italiana per Stranieri di Palermo (ItaStra). Ha dovuto prendere in carico esigenze di apprendimento di allievi con caratteristiche sociolinguistiche del tutto peculiari. Queste peculiarità hanno dovuto essere ricostruite, secondo un va-e-vieni proprio della ricerca africanistica, che i geografi conoscono bene: una spola continua tra “terreno” –o anche, come si esprime D’Agostino, “spazi” e “paesaggi” linguistici africani- e situazione di apprendimento. Ciò, per un verso, porta a smantellare certi luoghi comuni sulla presunta “lingua” del parlante: il quale è un “plurilingue” che apprende e parla in un contesto di “multilinguismo sociale”. Per altro verso, porta a rimettere in discussione talune “teorie linguistiche” consolidate che non sembrano pertinenti per l’Africa, particolarmente subsahariana e segnatamente occidentale, cui si riferisce di preferenza il libro. A partire dall’idea di una “(double or multiple) monolingualism norm” secondo la quale “un individuo che padroneggia due o più idiomi li usa nella stessa maniera di quanto fa un monolingue, cioè senza alcuna forma di mescolamento e in accordo con il modello di “purezza” degli idiomi” (p. 53). Le ricerche di terreno mostrano, invece, come le lingue si intreccino potentemente, specie in assenza di una codificazione scrittoria, e come, quindi, perdano di senso espressioni come “lingua madre”, “lingua nativa” o “lingua prima”. Del resto, se penso a mia mamma e alla lingua che parlava a Milano costruita a partire dagli anni ’60, quando è emigrata, mi trovo di fronte a una problematica del genere, allora poco studiata è vero. Del pari, se penso a mia suocera, rifugiata politica in Francia con la sua famiglia, e al miscuglio franco-castigliano con cui si esprimeva facendosi intendere magnificamente e sviluppando, a partire da quella “lingua” né francese né spagnolo diventata però l’unica che sapeva parlare, una relazione sociale assai complessa, insieme emotiva e politica.
E’ probabile che in questa direzione, una meno erratica attenzione reciproca tra geografi e linguisti, tesa magari a superare gli angusti limiti della “toponomastica”, potrebbe aprire nuove piste di approfondimento. Sempre con riferimento alla mia esperienza, penso per esempio ad un ulteriore nesso tra “spazio” e “lingua” fondato sugli impianti designativi, e quindi ai modi simbolici di appropriazione e controllo dello spazio nel processo di territorializzazione. Oppure, per richiamare le lingue del Manden spesso evocate nel volume, penso ai differenti tipi di parola necessari per esprimere i diversi livelli di profondità esoterica. Così, non tutti possono dire o capire “Lada”, l’insieme delle regole e delle istituzioni create dagli antichi, ma solo coloro che posseggono kuma koro (la parola antica) o, ancor più, kuma koro ba (la grande parola antica).
Il Pianeta Migrante è traiettivo, per utilizzare un concetto di A. Berque. Anche per questo è geo-grafico, uno spazio proprio e -nondimeno- invincibilmente misturato. Dire il Pianeta Migrante, -ecco l’esperienza che ci fa fare Mari D’Agostino- non con una lingua come siamo abituati a pensarla e a praticarla, ma con un “repertorio”, un “plurilinguismo individuale” che evolve nel seno di un “multilinguismo collettivo”. Dire il Pianeta Migrante non con una “lingua” dunque ma con un insieme creativo e felicemente spregiudicato di risorse linguistiche, ecco è ancora una volta “farlo”, più che mai farlo: invertendo il celebre detto di Wittgenstein, “le possibilità del mio linguaggio, sono le possibilità del mio mondo”. Scherzando in libico. Raccontando il viaggio, un’esperienza che dura anni e forma il migrante: ne fa altro dalla persona che un giorno partì da qualche parte per dirigersi verso qualche altra parte che non è quella che poi ha raggiunto. Scambiare sogni. Dire il deserto e il mare. Quel che ho imparato. Quel che voglio dimenticare. Le spirali dell’immaginario e le intrusioni di una realtà sempre impura. Ecco, tutto questo siamo noi, “passati dalla Libia”.
Non voglio chiudere senza richiamare l’alta tensione morale che, di fianco al rigore scientifico, percorre questa ricerca. “Considerare le persone intervistate non come oggetti di osservazione bensì come soggetti che co-determinano in ogni momento il progetto di costruzione del dato e le cui necessità ed esigenze della ricerca stessa è il presupposto (che ci ha guidato)” (p. 224). Nessun rischio dunque, in questo libro, di qualche nuova forma di espropriazione del sé migrante.

Filippo

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